Chi è Ellen Mirojnick, la costumista dell’Odissea di Christopher Nolan

Ellen Mirojnick lavora nel cinema dagli Anni Settanta e il suo nome è legato ad alcuni dei costumi più celebri della storia recente di Hollywood. Adesso veste il poema omerico interpretato da Nolan. Con qualche dubbio sulla veridicità di abiti e accessori

Prima ancora che Odissea arrivasse nelle sale, i costumi del film erano già diventati oggetto di discussione. Al centro del dibattito c’è Ellen Mirojnick, la costumista americana scelta da Christopher Nolan per dare forma visiva al suo adattamento dell’epopea omerica. Una professionista con oltre cinquant’anni di carriera alle spalle, considerata una delle figure più influenti del costume design hollywoodiano, ma che negli ultimi mesi si è trovata a difendere una delle sue scelte creative più controverse.

Chi è Ellen Mirojnick

Nata a New York nel 1949, dopo gli studi alla School of Visual Arts e alla Parsons School of Design, inizia a lavorare nel settore negli anni Settanta, costruendo una carriera che attraversa oltre cinque decenni di storia di Hollywood. Il lavoro di Mirojnick si distingue per la capacità di trasformare il costume in uno strumento narrativo, capace di definire la psicologia dei personaggi e, in molti casi, influenzare anche l’immaginario collettivo. Nel corso della sua carriera ha firmato i costumi di oltre settanta produzioni tra cinema e televisione, collaborando con registi come Oliver Stone, Paul Verhoeven, Steven Soderbergh, Kenneth Branagh, Michael Bay e, più recentemente, Christopher Nolan.

La carriera di Ellen Mirojnick a Hollywood

In Wall Street (1987) ha contribuito a costruire l’immagine di Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas, rendendo il power dressing degli anni Ottanta un simbolo di ambizione e successo. Con Basic Instinct (1992) ha creato il guardaroba essenziale di Catherine Tramell, interpretata da Sharon Stone, trasformando abiti minimalisti e colori neutri in strumenti di seduzione e potere. Negli anni successivi ha lavorato a film molto diversi tra loro, da Showgirls a Speed, da Twister a Starship Troopers, dimostrando una rara versatilità nel passare dal thriller al fantasy, dalla fantascienza al musical. Negli ultimi anni il suo lavoro si è concentrato anche sulle grandi produzioni in costume. Ha disegnato il guardaroba della serie Bridgerton, reinterpretando la moda dell’età Regency con un linguaggio volutamente contemporaneo, ricco di colori, ricami e silhouette reinventate. Un approccio che le ha confermato la reputazione di costumista abile nel fondere ricerca storica e libertà creativa, privilegiando sempre la forza visiva rispetto alla ricostruzione filologica. La consacrazione definitiva è arrivata però con Oppenheimer (2023), altro film di Nolan per cui ha ricevuto la sua prima candidatura all’Oscar come Migliori Costumi.

I costumi di Ellen Mirojnick per l'Odissea di Christopher Nolan. Courtesy Universal - Everett Collection
I costumi di Ellen Mirojnick per l’Odissea di Christopher Nolan. Courtesy Universal/ Everett Collection

I costumi dell’Odissea di Nolan

Invece, per Odissea, il regista le ha affidato un’altra missione, ben precisa: evitare il classico immaginario “sword and sandals”, quello dei peplum hollywoodiani che per decenni hanno raccontato l’antica Grecia attraverso armature lucide, tuniche immacolate e un’estetica ormai codificata. Mirojnick ha raccontato di aver costruito il guardaroba del film partendo dall’età del Bronzo micenea, studiando lino, pelle, bronzo e il modo in cui questi materiali si deteriorano con il tempo, il sale e la guerra. L’obiettivo, però, non era realizzare una ricostruzione archeologica, bensì creare un linguaggio visivo “senza tempo”, capace di risultare contemporaneo pur evocando il mondo di Omero. Per la produzione sono stati realizzati oltre 5.300 costumi artigianali.

Le polemiche per i costumi di “Odissea”

Proprio questa scelta è diventata il fulcro delle polemiche. Fin dalla pubblicazione delle prime immagini ufficiali, storici, archeologi e appassionati hanno contestato diversi elementi dell’armatura indossata da Matt Damon nel ruolo di Ulisse, in particolare il celebre elmo corinzio con il pennacchio rosso, ritenuto anacronistico rispetto al periodo in cui è ambientata l’epopea omerica. Secondo molti studiosi, l’equipaggiamento mostrato nel film appartiene infatti a un’epoca successiva rispetto alla Grecia micenea descritta nei poemi. Alle critiche sulla precisione storica si sono aggiunte quelle di una parte del pubblico, che ha definito costumi e armature troppo minimalisti, scuri o addirittura “poveri” rispetto all’immaginario epico tradizionale. Sui social network sono circolati confronti con altre rappresentazioni cinematografiche dell’antica Grecia, accusando Nolan e Mirojnick di aver sacrificato la fedeltà storica in favore di un’estetica moderna. Parallelamente, altri spettatori hanno difeso il progetto ricordando che l’intenzione dichiarata non era realizzare un documentario storico, ma reinterpretare un mito, e che anche i poemi omerici fondono elementi appartenenti a epoche differenti.

Il progetto per “Odissea”

Mirojnick ha risposto direttamente alle critiche spiegando che l’approccio era deliberatamente interpretativo. “Non stavamo cercando un periodo storico, ma un periodo senza tempo“, ha dichiarato. Per la costumista, la mitologia non deve essere tradotta in maniera letterale, bensì reinterpretata, cercando un equilibrio tra ricerca storica, esigenze narrative e sensibilità contemporanea. È questa filosofia che ha guidato ogni scelta del guardaroba di The Odyssey, dai bronzi volutamente ossidati ai colori simbolici dei personaggi, fino agli abiti di Penelope, pensati per raccontarne psicologicamente l’attesa ancora prima dei dialoghi. Ciò non toglie che la spina dorsale d’oro di Agamennone, interpretato da Benny Safdie, non è mai esistita. Ma conferisce teatralità a un personaggio che ne ha bisogno e a una rappresentazione cinematografica pensata per stupire. E, soprattutto, per parlare a un pubblico il più ampio possibile, non necessariamente informato su ogni minuzia dell’epoca.

Giulio Solfrizzi

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Giulio Solfrizzi

Giulio Solfrizzi

Barese trapiantato a Milano, da sempre ammaliato dall’arte del vestire e del sapersi vestire. Successivamente appassionato di arte a tutto tondo, perseguendo il motto “l’arte per l’arte”. Studente, giornalista di moda e costume, ma anche esperto di comunicazione in crescita.

Scopri di più