In occasione della sfilata inaugurale della Paris Fashion Week 2020, Maria Grazia Chiuri, direttore creativo di Dior, ha citato tra le sue ispirazioni il lavoro di Nanni Strada, fashion designer milanese, pioniera di un linguaggio “indemodabile” fondato sulla cultura del progetto. Questa intervista ne racconta pensiero, percorso professionale e insospettabili passioni.

Si è appena conclusa la Paris Fashion Week 2020, tra timori, imprevisti e una grande voglia di dimostrare che anche il “sistema moda”, malgrado difficoltà di ogni genere, non si arrende alla pandemia. A inaugurarla è stata la collezione Primavera/Estate 2021 di Maria Grazia Chiuri, direttore creativo Dior; la quale, con sorprendente generosità intellettuale, ha dichiarato in varie interviste di essersi ispirata al lavoro di Nanni Strada (Milano, 1941) da lei definita “un genio italiano dell’industrial design”. Chiuri ha infatti spiegato di aver lavorato sul concetto cardine della filosofia progettuale della fashion designer milanese, ossia l’abito concepito come oggetto da abitare, per proporre, con i nuovi capi, “un luogo dove stare bene, dove vivere bene”.
Eppure Nanni Strada, già dal 1970, dopo due collezioni presentate a Palazzo Pitti, aveva abbandonato l’idea di seguire il percorso tradizionale nella moda per dedicarsi a una ricerca sull’abito orientale e sulla sua geometria.

NANNI STRADA, “UN CASO A SÉ” ANCHE PER DORFLES

Una mosca bianca nel campo della moda, con un buon passato di stilista di cui però si è già bell’e dimenticata”: così, nel 1971, la definiva su L’Espresso Camilla Cederna. Di lei hanno scritto firme di punta del giornalismo di moda e critici d’arte, tutti d’accordo con Gillo Dorfles che, nel definirla, disse: “Nanni, è un caso a sé”. La designer, milanese ma con un’infanzia in Argentina che le ha regalato orizzonti fisici e ideali sconfinati, ha infatti dichiarato in più occasioni il suo intento di slegare l’abito dalla sua sudditanza nei confronti del corpo, per renderlo uno spazio da abitare atemporale e “indemodabile”; un approccio non polemico o elitario, ma finalizzato a raggiungere “un compromesso tra funzione e poetica, anatomia e geometria, oggetto e simbolo”. In Italia, la Triennale di Milano le ha dedicato una mostra monografica nel 2003. Ma le sue creazioni sono state esposte in musei di tutto il mondo, dal Cooper-Hewitt National Design Museum di New York al Centre George Pompidou di Parigi, dalla Somerset House di Londra al National Art Center di Tokyo. Nel 1979 è stata premiata (insieme a Clino Trini Castelli, designer industriale e punto di riferimento internazionale per il Design Primario) col Compasso d’Oro ADI per il metaprogetto Il Manto e la Pelle presentato alla XV Triennale di Milano nel 1973. Un secondo Compasso d’Oro le è stato assegnato nel 2018, alla carriera, in riconoscimento del suo percorso professionale sempre coerente, originale, ancora oggi pionieristico ed emblematico per capire la differenza fondamentale tra stilismo e design di moda.

Nanni Strada © Nanni Strada Design Studio
Nanni Strada © Nanni Strada Design Studio

INTERVISTA A NANNI STRADA

Come ha accolto il tributo al suo lavoro da parte di Maria Grazia Churi a commento della collezione Dior che ha inaugurato la Paris Fashion Week 2020?
Sono rimasta molto sorpresa e gratificata. In un secondo momento ho pensato che ciò confermava il mio ruolo di “anello di congiunzione tra la moda e il design“, definizione che mi era stata attribuita da Renata Molho, giornalista e critica del costume e della moda.

Lo stile impostosi con la Seconda Guerra Mondiale era rigoroso e parsimonioso. Nel 1947, col New Look, Christian Dior fa ‒ letteralmente ‒rifiorire la femminilità, le curve, le linee che valorizzano la silhouette. Riesce a trovare dei punti di contatto con quel modo di fare moda (definito da Dior stesso “reazionario”)?
L’alta moda parigina proposta da Dior restituiva a una società elitaria il “sogno” che a lungo era stato sostituito dalla precarietà. Mi riconosco nel suo coraggio per aver osato proporre un cambiamento così radicale, reso poi democratico dall’evoluzione verso il prêt-à-porter, che ha permesso a un pubblico femminile più ampio di partecipare a tale sogno.

Quali sono stati e sono oggi i punti e i momenti di incontro ‒ e di scontro ‒ fra il mondo della moda e quello del design?
Non trovo che esista una contrapposizione tra i due mondi. La moda si è polverizzata in una babele di forme espressive alle quali si cerca di dare dei valori coerenti: l’etica, il riciclo, il riconoscimento dei generi… Ma l’avvicendamento dei linguaggi è talmente veloce da portare, in moltissimi casi, a un consumismo senza valori. Il design di progetto è molto più curioso rispetto ai processi produttivi e non si lascia influenzare dal mainstream. Nell’atto creativo, il designer usa la tecnologia in forma espressiva, come linguaggio. Il processo produttivo traspare e influenza il risultato estetico.

Una pagina dell'articolo di Domus sulla Collezione inverno 1971 72 progettata nel 1970 e prodotta da Sportmax © Nanni Strada Design Studio
Una pagina dell’articolo di Domus sulla Collezione inverno 1971 72 progettata nel 1970 e prodotta da Sportmax © Nanni Strada Design Studio

RIVOLUZIONI, SUCCESSI E DISPIACERI PROFESSIONALI DI NANNI STRADA

Chi sono stati i suoi maestri?
Sono nata disegnatrice: pensavo solo a disegnare, il mio primo maestro è stato un artista astrattista, Paolo Schiavocampo. In seguito, la mia ammirazione si è rivolta ai “padri” del design della generazione di Achille Castiglioni e Bruno Munari. Non sentivo di appartenere al mondo dei grandi couturier; penso però che, con i suoi abiti minimali di organzino stampato, Emilio Pucci sia stato un creatore di moda visionario. I suoi pantaloni elastici hanno anticipato il processo di performatività del vestire senza rinunciare all’immagine di alta moda.

Come si è sviluppata la collaborazione con Max Mara che l’ha portata a realizzare la sua prima collezione di “abiti da abitare”, slegati dal corpo e dalle mode?
Fu Elio Fiorucci a presentarmi al Dottor Achille Maramotti, fondatore della Max Mara, che cercava uno stilista per la linea giovane, Sportmax (la linea Max Mara era stata affidata a Karl Lagerfeld). Venivo da una ricerca sull’abito orientale geometrico, bidimensionale; così, nel 1970, per la collezione dell’Inverno 1971/72, gli proposi dei cappotti confezionati con un sistema che eliminava le lavorazioni complesse del capo classico. Il processo di confezione, basato su cuciture “a saldatura” in cotone sfumato, oltre a rendere superflua la fodera, fungeva da elemento caratterizzante del mio design. La collezione era completata da capi accessori, tra cui collant con lunghissime gambe da indossare drappeggiati: un sistema coordinato di un diverso modo di vestire che fu pubblicato su Vogue Italia e Domus e fu esposto poi nei musei di tutto il mondo. Maramotti accettò di approntare una linea di macchinari speciali per produrre la collezione; così cominciò la mia rivoluzione. I modelli “capostipite” da me disegnati furono poi declinati in altri capi dall’ufficio stile interno all’azienda.

Il volume Moda Design, pubblicato nel 1998, racconta il suo percorso professionale in prima persona, gli incontri che lo hanno segnato, le sue sfide. Un capitolo è dedicato ai “dispiaceri professionali”. Ci racconta qualcosa in più?
II mio percorso è stato avventuroso perché avvenuto fuori dal “sistema moda” ‒ tuttavia, proprio per questo, entusiasmante. Ma la gestione del mio nome come marchio fu assai difficile. L’aspetto più spiacevole furono le imitazioni di alcune mie creazioni da parte di noti brand che avevano un’organizzazione produttiva e distributiva più grande della mia.

Casula, progetto per veste liturgica presentato a Koinè 2005, Vicenza © Nanni Strada Design Studio
Casula, progetto per veste liturgica presentato a Koinè 2005, Vicenza © Nanni Strada Design Studio

TUTTO È PROGETTO PER NANNI STRADA

Come si concilia il suo approccio così “laico” e concettuale alla moda con la progettazione, nel 2005, dell’abito tradizionale e codificato per eccellenza, la veste liturgica?
Nel progetto “La Casula” ho applicato l’astrazione pura. La mia non conoscenza della tradizione liturgica è stata colmata dal prezioso confronto con un prelato che mi ha svelato un mondo di simbolismi che ho cercato di tradurre in linguaggio progettuale: ho applicato la tecnologia della laminazione dei tessuti per ottenere un “abito di luce”, coniugandola all’uso del taglio laser per gli aspetti di decorazione più iconici.

Il suo percorso vanta anche collaborazioni con note aziende di abbigliamento sportivo, tra cui Yamaha Giappone e Abarth. È stato un caso o il mondo della velocità la attrae particolarmente?
L’abbigliamento agonistico mi appassiona perché è da sempre molto avanzato nell’uso dei materiali e nei processi; non segue le mode e spesso deve conciliare problematiche contraddittorie come la velocità, il comfort e la sicurezza ‒ una bella sfida. Tutto ciò mi ha avvicinata al mondo del motociclismo agonistico, del quale sono effettivamente appassionata. Due anni fa sono stata a veder correre Valentino Rossi in una gara di MotoGP a Misano.

Il suo lavoro è stato ospitato da musei in tutto il mondo. Se potesse scegliere un’istituzione per esporre l’insieme delle sue creazioni, oggi, a chi le affiderebbe?
Sceglierei sicuramente un museo del mondo anglosassone, per far capire il significato improprio, ma complesso e innovativo, che nella metà del secolo scorso noi milanesi abbiamo dato al temine “design”.

Edera Karmann

http://www.nannistrada.com/it/

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Edera Karmann
Dagli anni Settanta tra arte, design e archivi.