Parigi. Lampi di luce alla fashion week

Nonostante la confusione dettata dalle norme per arginare la pandemia, la recente settimana della moda parigina ha regalato qualche momento memorabile. Eccone alcuni.

In tutto diciotto su oltre ottanta. Sono i marchi che a Parigi hanno scelto la sfilata fisica durante questa ennesima caotica fashion week che ha chiuso la stagione delle presentazioni per le collezioni primavera/estate 2021. Già dal primo giorno, alla sfilata di Dior è stato posto in evidenza il livello di confusione in cui verso questo settore, come molti altri d’altronde. Non una modella selezionata per lo show, ma un membro dell’organizzazione ambientalista Extinction Rebellion è scesa in passerella con un drappo di stoffa verde acido che portava impressa la scritta Siamo tutti vittime della moda. Difficile capire di primo acchito se si trattasse del coup de théâtre calligrafico a cui non è nuova Maria Grazia Chiuri, che ha spesso utilizzato slogan femminil-femministi come rideau per i suoi show.
Ma non si trattava di questo: Extinction Rebellion ha tra i suoi obiettivi quello di porre fine alle settimane della moda, e a tutte le pratiche che fanno del tessile-abbigliamento il secondo settore produttivo più inquinante al mondo. Un caso insignificante? Mica tanto, se è vero che qualche giorno prima, a Milano, Gilberto Calzolari ha costruito la sua presentazione video intorno a vocaboli come “Overconsumption”, “Overwashing”, “Waste”, “Pollution”, “Global Climate Strike”. Alcuni poi ripresi sulle stampe della sua collezione.
Esattamente come per le fashion week di Londra e Milano, anche i messaggi e i mezzi per veicolarle (spettacoli dal vivo, phygital, live streaming, cortometraggi, look book, marionette o bambole di carta) arrivati da Parigi sono risultati confusi. Ma, come sempre accade, qualche lampo c’è stato.

Aldo Premoli

https://fhcm.paris/fr/paris-fashion-week-fr/

1. THEBE MAGUGU

Counter Intelligence (7’39”) del sudafricano Thebe Magugu (25 anni, vincitore due anni fa dell’LVMH Prize per giovani designer), ispirato da una serie di interviste condotte dallo stesso Magugu a ex spie che hanno lavorato durante il regime dell’apartheid in Sud Africa, è certamente uno dei migliori film di moda della stagione. Ne emerge un’idea non comune sul modo in cui i vestiti vengono usati per nascondere, rivelare o assumere nuove identità. Girato come se si trattasse di un collage di filmati ottenuti da telecamere di sorveglianza con descrizioni fuori campo di come giovani donne e uomini venivano arruolati e utilizzati. Non tutto quel che appare è: una stampa a pois è in realtà composta da impronte digitali scannerizzate di un ex agente; su una appare stampata la trascrizione di una vera confessione.

2. MARINE SERRE

Il suo corto fantascientifico Marine Serre lo ha intitolato Amor Fati, la frase latina che ha ispirato sia gli stoici che Nietzsche. Il messaggio è piuttosto vago, ma questi 13’09” non stonerebbero come preview per il lancio di una nuova serie di Netflix. Tracciano il viaggio da un laboratorio informale attraverso un terra popolata da diverse tribù verso un futuro androgino in cui lo scheletro di pelle di un abito da ballo del XVIII secolo viene indossato come un’imbracatura sopra un body. Ambizioso, forse anche troppo, a partire dalla citazione latina, ma di sicuro coinvolgente, ha il pregio di non lasciare che lo sguardo si sposti dallo schermo.

3. IL PHYGITAL DI BALMAIN

Quando lo spettacolo è iniziato, il feed di Instagram è entrato in azione addirittura qualche attimo prima dell’URL della griffe. Flussi in esecuzione anche su YouTube, TikTok, Facebook e Linkedin. Olivier Rousteing (classe 1985, direttore creativo di Balmain dal 2011) è uscito per primo sulla passerella e si è seduto su uno sgabello di legno affiancato su un lato da un pubblico in carne e ossa, sull’altro da schermi LG Oled che gli hanno permesso di avere in collegamento celebrity come Jennifer Lopez o Juliette Binoche insieme a press star di Vogue America o del New York Times ad assistere allo show in presenza virtuale. A fare da colonna sonora per i primi 4’ 27” dichiarazioni registrate di Frank Sinatra e del fondatore della griffe Pierre Balmain, che sottolineano la preminenza dell’eleganza francese e pure che “il nero è l’unico colore che i giovani possono indossare con più successo dei vecchi. Una ragazza vestita di nero è sempre tremendamente bella”.
Preludio di una seconda sezione tutta in nero? Per niente. Quando le luci si sono abbassate, il remixaggio di Blinding Lights di The Weeknd ha dato il via a 100 (cento!) uscite donna, uomo e bambino: abiti oversize per lui, spalle a pagoda per lei di un potente rosa fluo e verde fluoro, molte le uscite per il denim (“sostenibile”, stando alle dichiarazioni dell’azienda) e cristalli Swarovski a pioggia (“riciclati”, sempre stando alle dichiarazioni dell’azienda). Pomposo? Può darsi, ma pieno di energia e come se ne sono visti pochi altri: come non leggere in controluce la lezione di Jean Paul Gaultier (nel cui atelier Rousteing ha lavorato agli esordi della sua carriera)? C’è stato anche un passaggio che a qualcuno è parso un tributo all’eterno “lupetto” di Steve Jobs: con Apple, Balmain ha appena lanciato una playlist specifica per la stagione. Qualsiasi cosa si pensi dello stile di Balmain, lo spettacolo è stato un successo.

4. MA POI ARRIVA GALLIANO

Non sappiamo se gli organizzatori abbiamo posto volontariamente la presentazione di Maison Margiela come ultima in assoluto delle nove giornate parigine. In ogni caso non poteva esserci chiusa più perfetta. Perché John Galliano di sciocchezze nella sua vita ne ha certamente fatte, ma resta un gigante di questo scombiccherato settore. Dichiara fedeltà assoluta al fondatore della griffe che disegna, ma non ce la fa, proprio non ce la fa, e la maison fondata da Martin Margiela, supremo poverista e concettuale del prêt-à-porter, nelle sue mani diventa couture: incomprensibile forse a un pubblico generico, ma vera couture e per di più davvero contemporanea. Il filmato presentato è la lezione di un maestro ‒ insieme folletto e straordinario artiere ‒ che non vuole essere altro che se stesso. La voce di Galliano e lo strabiliante montaggio di Nick Knight e M.H. Hall conducono per oltre 40 minuti tra le meraviglie di una rutilante (a volte imbarazzante) immaginazione nel suo atelier: andrebbe sottotitolato e mostrato in tutte le scuole di moda che abbiano la dignità di volersi chiamare tali. Di fronte a operazioni del genere non resta che inchinarsi. Chi non ne è interessato ha il diritto e il dovere di passare oltre… senza commenti.
Ci rendiamo conto che in questa rassegna di “vestiti” ‒ quelli da comprare per uscire poi a fare la spesa, andare in ufficio o a un incontro che si spera possa essere ancora romantico ‒ abbiamo parlato poco. Ma il messaggio giunto da Parigi era chiaro: the show must go on.

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post”. Direttore della piattaforma super local “SudStyle.it”; senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide; a Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Dal 2020 visiting professor presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.