Sempre più stilisti pensano all’ambiente. Aldo Premoli approfondisce il tema, a conclusione delle recenti fashion week internazionali.

A Parigi ha iniziato Maria Grazia Chiuri, la designer italiana che disegna per Christian Dior. Lo scorso martedì all’interno dell’ippodromo Longchamp Racecourse ha fatto installare un giardino con 164 alberi che verranno ora ripiantati in quattro diverse zone della città. La nuova collezione primavera-estate 2020 l’ha presentata con un profluvio di stampe floreali, cappelli di paglia intrecciata e sandali in corda: molte modelle sulle spalle poggiavano due trecce dritte come quelle di Greta Thunberg. Christian Dior fa parte della stessa conglomerata del lusso che nel 2017 ha assegnato a Marine Serre il suo cospicuo (300mila €) e prestigioso LVMH Prize. Marine Serre, 27 anni, fa parte di quel gruppo di designer che hanno cominciato a incorporare in modo intuitivo i valori della sostenibilità nel loro lavoro. Lei la collezione Marée Noire l’ha fatta sfilare su una collinetta erbosa maculata di fiori selvatici, lungo un paio di piste coperte da una plastica nera come quella in uso per i sacchi dell’immondizia. Marée Noire è l’espressione con cui si indicano fuoriuscite di petrolio in mare aperto. Il 50% degli outfit presentati Serre li ha realizzati con materiali riciclati, il resto è prodotto localmente con tessuto proveniente da telai francesi. Sulla stessa lunghezza d’onda Yolanda Zobel. Al suo arrivo da Courrèges (Gruppo Kering) poco più di un anno fa, ha cominciato a riflettere sulla questione della sostenibilità. Le giacche in vinile di Courrèges erano realizzate in petrolio, ma Zobel e il team di Courrèges hanno trovato un’alternativa a base di alghe. Per i capi in pelle della collezione p/e 2020 Zobel ha collaborato con una non profit brasiliana che le ha fornito pelle di pesce Pirarucù, uno scarto alimentare della dieta base locale nella regione amazzonica. Chiuri, Serre e Zobel sono certamente debitrici a due capofila che da anni battono sul tasto della sostenibilità: Stella McCartney e Vivienne Westwood.

IL NUOVO FASHION PACT

Vale la pena ricordare che il tessile-abbigliamento è, dopo quello dell’estrazione degli idrocarburi, il settore più inquinante del pianeta: responsabile di almeno l’8% delle emissioni globali, di milioni di litri di acque reflue, della creazione del 25% di tutti i nuovi composti chimici (utili al finissaggio degli indumenti) con i 3/5 degli indumenti che finiscono negli inceneritori entro i primi 12 mesi dal loro acquisto. Dietro ai capi che sfilano in passerella c’è un’articolata filiera di fornitori di materie prime, materiali finiti, semi-finiti e reagenti chimici. Il tessile-abbigliamento nel suo complesso vale 1.3 trilioni di dollari e impiega 300 milioni di addetti in ogni parte del mondo.
Durante l’ultimo G7 tenutosi il 26 e 27  maggio a  Taormina, il presidente francese Emmanuel Macron aveva sollecitato uno sforzo comune per affrontare il problema della sostenibilità di queste produzioni, affidando a François-Henry Pinault, CEO del gruppo Kering (Gucci, Bottega Veneta, Saint Laurent, Balenciaga, McQueen…) una sorta di mandato esplorativo tra i giganti del fashion; obiettivi: l’implementazione di energia rinnovabile al 100% in tutto il settore, l’eliminazione graduale della plastica entro il 2030 e la riduzione delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050.
Il 23 agosto, a Biarritz, Pinault ha presentato il G7 Fashion Pact, un accordo stipulato fra 32 case di moda (tra le altre Prada, Nike, Adidas, Burberry, Chanel, Gap, H&M, Inditex, Ermenegildo Zegna, Giorgio Armani, Salvatore Ferragamo e Kering stesso), impegnate a proteggere il clima globale, la biodiversità e gli oceani. Il patto si baserà su iniziative già in atto da parte della Fondazione Ellen MacArthur, della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (Unfccc) e di Fashion For Good.

Il tessile-abbigliamento è, dopo quello dell’estrazione degli idrocarburi, il settore più inquinante del pianeta”.

Da quel momento Kering ha cominciato a correre annunciando che l’intero gruppo sarebbe diventato carbon neutral. Marco Bizzarri, presidente e CEO di Gucci, ha dichiarato di ritenere che Gucci sarà il primo marchio del lusso a cercare di compensare tutte le sue emissioni. In un’intervista al New York Times ha indicato la sfilata dello scorso 22 settembre a Milano come la prima completamente carbon neutral. “Compenseremo tutto, dalle emissioni di viaggio di 1.000 ospiti e 900 lavoratori, inclusi modelli, personale di produzione e dipendenti Gucci, useremo legno riciclato per il set e carta certificata dal Forest Stewardship Council per gli inviti.
Diventare carbon neutral non significa per un’azienda smettere di produrre emissioni nocive. Si è trattato piuttosto di una compensazione finanziaria: le emissioni prodotte vengono compensate cancellando emissioni di gas serra da qualche altra parte del mondo.
Attualmente, oltre il 90% delle emissioni prodotte da Gucci provengono dalla sua catena di approvvigionamento e dalle sue materie prime. Gucci per bilanciarle contribuirà in Paesi come il Perù e l’Indonesia a quattro iniziative REDD+ (l’acronimo di Reduction Emission From Deforestation and Degradation), programma delle Nazioni Unite per proteggere le foreste in ogni parte del pianeta.
Al momento non sembra ci sia altra strada percorribile. “L’unico altro modo in cui possiamo raggiungere emissioni zero è chiudere la nostra attività“, ha spiegato Bizzarri. “Ogni giorno Gucci produce oggetti e per farlo impiega migliaia di persone, famiglie e intere comunità. Dobbiamo escogitare i modi migliori per supportare i nostri dipendenti nelle loro attività, garantendo i loro posti di lavoro e ci stiamo impegnando a farlo nel modo più sostenibile possibile”.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. In questo periodo ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualemnte è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiuesta”, direttore della piattaforma super local SudStyle.it. Senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide. A Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Nel 2021 ha fondato La Cernobbina Artstudio. Svolge la sua attività di visiting professor per Accademie del nord come del Sud della penisola.