Monsieur Hubert de Givenchy, l’aristocratico creatore dello chic eterno

Clara Tosi Pamphili ripercorre l’epopea dello stilista scomparso pochi giorni fa. Dagli esordi parigini al prezioso incontro con Audrey Hepburn.

Audrey Hepburn e Hubert de Givenchy a metà degli anni Ottanta
Audrey Hepburn e Hubert de Givenchy a metà degli anni Ottanta

È stato Philippe Venet, il compagno di una vita con un amore iniziato nel 1951, a dare l’annuncio della morte di Hubert de Givenchy, all’età di 91 anni.
Era l’ultimo di quei couturier che hanno celebrato l’eleganza femminile con cura e determinazione, con audaci rivoluzioni che avevano l’unico intento di esaltare la bellezza del corpo di donne che oggi appaiono irreali, come silhouette disegnate da illustratori o come l’immagine iconica di Audrey Hepburn.
Era bello anche lui, alto più di due metri, una immagine raffinata degna di un principe che non faceva pensare al destino di couturier: un destino che lo ha reso protagonista dell’Alta Moda dal 1952 al 1995.
Originario di Artois e discendente da una antichissima famiglia veneziana i Taffini, Hubert James Taffin de Givenchy eredita la passione per le stoffe da un nonno, direttore della manifattura di Beauvais e collezionista di costumi di scena. Impara l’eleganza dalla madre: disegna per lei, da quando ha sette anni, abiti capaci di esaltare il corpo magro e la bellezza di una donna giovane ma vedova da quando Hubert aveva due anni.
Una origine che gli impone uno stile che non conosce imperfezioni, apparentemente semplice ma fatto di dettagli raffinati, come elementi di costruzioni pulite: memoria di una rigorosa cultura protestante famigliare che lo avrebbe voluto banchiere o architetto.

Givenchy a Parigi
Givenchy a Parigi

DA BALENCIAGA…

Con questo bagaglio naturale fatto di cultura e talento, cerca di entrare da Balenciaga senza successo; solo dopo anni incontrerà a New York quello che ha sempre definito il mentore di cui si reputava eterno apprendista. Un’amicizia profonda che durerà fino alla morte di Balenciaga nel 1972, un rapporto di discepolo e maestro basato sullo studio della realizzazione come architettura, sul fatto che un abito non dovesse mai poggiare sulla punta della spalla, né sulla base del collo ma a cinque o sei centimetri di distanza.
Inizierà da Jacques Fath, dove lavora mentre studia disegno alle Belle Arti: è un periodo in cui le donne si vestono per una vita mondana di entusiasmo postbellico e lui realizza disegni e acquerelli traendo ispirazione dalle opere conservate nei musei, dai quadri dove trova maniche, ricami e dettagli.
Nel 1949 entra da Lucien Lelong, la grande maison famosa anche per aver salvato i documenti e gli archivi della moda dalle mani di Hitler, che voleva trasferirla a Vienna nella Parigi occupata. Il passaggio successivo dall’eccentrica Elsa Schiaparelli perfezionerà la conoscenza del mestiere e la consapevolezza del proprio stile, tanto da portarlo ad aprire nel 1952 la sua propria maison.
Trionfa fin dalla prima collezione con una nuova concezione della linea e la scelta originale dei tessuti e lancia il suo must, la blusa Bettina, un successo che lo porta a partecipare alla presentazione di moda del Waldorf di New York.

Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany
Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany

… A AUDREY HEPBURN

Ma è il 1953 l’anno in cui la storia di questo affascinante couturier diventa straordinaria, l’anno dell’incontro con Audrey Hepburn che cancellerà il confine tra moda e costume, che creerà l’icona del tubino nero e del fascino irriverente dell’eleganza, incarnato da quella che sarà la sua musa e amica per sempre.
Fino a quel momento non c’era commistione fra costumisti e couturier, ma fu proprio Billy Wilder, il regista di Sabrina, a chiedere alla Hepburn di comprare qualche abito a Parigi, ovviamente con la supervisione della pluripremiata costumista del film Edith Head.
Come tutti i grandi legami l’inizio non fu incoraggiante: Hubert de Givenchy si aspettava Katherine Hepburn e quando vide quella ragazza così magra con le ballerine, la maglietta e i pantaloni di Vichy cercò di rifiutare il lavoro.
Audrey Hepburn volle indossare uno degli abiti, nel salone di 8 rue Alfred de Vigny, e da quel momento, come disse Givenchy, “La mia magia fu la sua. C’era qualcosa di straordinario fra di noi”. Nascono così icone di stile che hanno fatto la storia della moda come il tubino nero di Colazione da Tiffany o l’abito meraviglioso di organza bianca con ricami neri che Sabrina indossa alla festa, quando flirta con William Holden.
Hubert de Givenchy si allontana da un mondo in cui non si riconosce più nel 1995, cedendo la griffe al gruppo LVMH. Da allora si succedono John Galliano, Alexander McQueen, Julien McDonald fino a Riccardo Tisci, direttore artistico dal 2005 al 2017, e ora Claire Weight Keller.

Clara Tosi Pamphili

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Clara Tosi Pamphili
Clara Tosi Pamphili si laurea in Architettura a Roma nel 1987 con Giorgio Muratore con una tesi in Storia delle Arti Industriali. Storica della moda e del costume, ha curato mostre italiane e internazionali, cataloghi e pubblicazioni. Ideatrice e curatrice di A.I.artisanal intelligence, evento che si svolge due volte l'anno per promuovere nuovi designer di moda in collaborazione con gallerie di arte contemporanea. Svolge attività di ricerca delle arti applicate nella moda collaborando con le più importanti sartorie teatrali e di moda italiane e internazionali. Ha diretto didatticamente l'Accademia di Costume e di Moda dal 2005 al 2007. Ha insegnato Storia del Design di Moda e Tecniche di Ricerca all'Accademia di Costume e di Moda e alla Facoltà di Architettura di Roma Ludovico Quaroni fino al 2011. Attualmente è consigliere di amministrazione di Altaroma, dove si occupa di progetti di ricerca e sviluppo delle nuove tendenze con particolare attenzione al legame fra moda e arte. Collabora con il Maxxi e altre istituzioni per la creazione di eventi culturali sulla moda. Risiede e lavora a Roma.