Gioielli. Una storia italiana in mostra a Milano

Il Museo Poldi Pezzoli ospita una densa ricognizione sulla storia della gioielleria italiana del secolo scorso. Ripercorrendo le vicende dei suoi protagonisti e mettendo in mostra una selezione di monili che confermano l’eccellenza dell’arte orafa nostrana.

Bracciale rigido, Afro Basaldella per Masenza, anni ‘50, oro giallo, smeraldi, zaffiri, rubini, diamanti taglio brillante e diamanti baguette
Bracciale rigido, Afro Basaldella per Masenza, anni ‘50, oro giallo, smeraldi, zaffiri, rubini, diamanti taglio brillante e diamanti baguette

Una ricognizione sulla storia del gioiello italiano del “Secolo Breve”, che contemplasse le varie espressioni stilistiche e componesse un quadro esauriente dei vari apporti creativi, mancava da tempo. Melissa Gabardi, storica del gioiello, autrice di varie pubblicazioni dedicate all’ornamento prezioso e al bijou, ne offre una lettura articolata con l’esposizione Il gioiello italiano del XX secolo, ospitata a Milano al Museo Poldi Pezzoli e corredata dal libro omonimo, targato Silvana Editoriale, che, ricco dei contributi di altri autori, vivrà al di là dell’evento espositivo. 150 i pezzi in mostra, saggi del talento di artisti e aziende del Belpaese che, nonostante sia famoso nel mondo per la sua produzione di gioielleria, ha dovuto giocare per decenni, se non per secoli, un ruolo di sudditanza nei confronti della Francia, i cui primati spesso hanno soverchiato per notorietà quelli italiani.
La mostra rimanda implicitamente alle collezioni della Casa-Museo di Gian Giacomo Poldi Pezzoli stesso, cui appartengono, tra i vari tesori, oreficerie e gioielli antichi di grande pregio –dall’epoca etrusca all’Ottocento –, messi in luce nella mostra Gioielli. Moda, Magia e Sentimento, curata nel 1986 in questa sede da Annalisa Zanni, oggi direttore del museo stesso. Dunque un quadro completo e approfondito quello dedicato al gioiello dal Museo Poldi Pezzoli, nell’ambito del quale la rassegna curata da Melissa Gabardi si pone a complemento del ricco patrimonio qui conservato in maniera permanente.

Collana con dischi girevoli, Arnaldo Pomodoro, 1966, oro martellinato e madreperla
Collana con dischi girevoli, Arnaldo Pomodoro, 1966, oro martellinato e madreperla

I PROTAGONISTI
Il percorso espositivo dedicato al gioiello italiano del secolo scorso prende così le mosse dalle correnti neostoriciste, sviluppatesi tra fine Ottocento e inizio Novecento, che a Venezia danno alcuni dei loro frutti migliori (per esempio, i moretti di Codognato, Missiaglia e Nardi, ispirati alle vittoriose battaglie delle colonie veneziane contro i Mori) e a Milano, Torino, Genova, Firenze, Roma vedono affermarsi gli interpreti eccellenti del neoclassicismo. Tra questi Mario Buccellati, Annibale e Rinaldo Cusi, Musy, Chiappe, Settepassi, Petochi e Ventrella, in alcuni casi fornitori di Casa Savoia, che, cavalcando i mutamenti del gusto, primeggiano anche in tempi successivi.
Si manifestano intanto, agli esordi del secolo scorso, le risposte italiane alle tendenze internazionali: per quanto riguarda lo stile Liberty, ecco i sontuosi diademi di Edoardo Saronni, mentre riguardo al Déco gli esiti migliori si riscontrano negli squillanti accostamenti cromatici di Alfredo Ravasco – coadiuvato nel suo laboratorio dagli orafi Eliseo Mangili e Rino Merzaghi –, che fu presente all’Esposizione di Parigi del 1925. Ma concorrono a rendere grande la fama del gioiello italiano anche aziende solide e agguerrite come Calderoni di Milano. Negli anni Trenta, con Ravasco e con Cusi furoreggia il total white (oro bianco o platino con diamanti), mentre, verso la metà del secolo, si affermano espressioni scultoree che rispondono a nuove esigenze di autorevolezza nelle forme e nelle dimensioni. Illario a Valenza, Fasano a Torino, Cassetti a Firenze, Cazzaniga a Roma, Fecarotta a Napoli e in Sicilia se ne fanno portavoce.

Bracciale, Giampaolo Babetto, 1988, oro giallo
Bracciale, Giampaolo Babetto, 1988, oro giallo

ARTIGIANI E ARTISTI
Dal percorso espositivo emergono inoltre nomi noti soprattutto a collezionisti e addetti ai lavori, come quello dell’artigiano-artista fiorentino Enrico Serafini, dal piglio surreale, o di Pierino Frascarolo, con i suoi pezzi animalier che fecero scuola a Valenza e non solo. Iconici i gioielli di aziende assai note come Bulgari a Roma – che reinterpreta il bracciale-serpente dell’antichità classica e introduce con successo la tecnica del tubo gas – e come Uno-A-Erre ad Arezzo, che, negli Anni Cinquanta, guarda al gioiello d’artista realizzando pezzi su disegno di Arnaldo e Giò Pomodoro, a latere di una produzione dai grandi numeri. Negli stessi anni fioriscono a Roma con Masenza i gioielli d’arte di Afro Basaldella, Franco Cannilla, Nino Franchina. Nel 1967 a Milano GianCarlo Montebello dà il via all’edizione seriale di gioielli d’artista nel suo laboratorio denominato GEM per poi divenire egli stesso autore di gioielli.
Negli Anni Settanta fa capolino la Pop Art nelle creazioni di Carlo Ciarli (fondatore di Giò Caroli) a Valenza e si afferma il neoastrattismo geometrico di James Rivière a Milano. Le ricerche della Scuola di Padova, con Giampaolo Babetto, Francesco Pavan e Alberto Zorzi, eredi del fondatore Mario Pinton e protagonisti indiscussi di un’area di produzione d’autore tra le più fertili, dialogano dagli Anni Ottanta con altre personalità d’avanguardia, legate però a una dimensione creativa squisitamente personale: Bruno Martinazzi a Torino o Claudio Mariani a Pesaro.
Ecco infine il delinearsi dei brand che configurano l’esordio del design nel made in Italy: Damiani, Pomellato, Scavia, Vhernier. A coronamento della rassegna, le vetrine dedicate ai gioielli indossati agli spettacoli scaligeri dalle beltà dell’aristocrazia e dell’alta borghesia milanesi.

DESIGN E ALLESTIMENTI
Il viaggio nel mondo del gioiello italiano del XX secolo si snoda lungo un iter ad alta concentrazione preziosa in uno spazio raccolto, allestito grazie al contributo della Scuola di Design del Politecnico di Milano presso la quale Beppe Finessi ha selezionato, attraverso un concorso appositamente indetto, la neolaureata in Interior Design Berfu Bengisu Gören. La designer ha costruito un racconto che valorizza la preziosità dei singoli pezzi, tramite eleganti vetrine corredate di immagini fotografiche documentarie che restituiscono il sapore dell’epoca alla quale i gioielli appartennero. Infine, i video realizzati dagli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia – Sede Lombardia contestualizzano la produzione del gioiello nell’ambito delle vicende storiche ed economiche italiane tra fine la fine dell’Ottocento e gli Anni Ottanta del Novecento attraverso immagini di repertorio.
Abbiamo rivolto qualche domanda alla curatrice Melissa Gabardi.

Spilla, Giò Caroli, 1977, oro giallo, diamanti e smalti
Spilla, Giò Caroli, 1977, oro giallo, diamanti e smalti

L’INTERVISTA
Quali sono le scoperte che la mostra mette in luce, lungo un iter cronologico punteggiato da aree non ancora indagate in modo approfondito?
Quanto a scoperte, non avrei dubbi, Ravasco ci ha riservato molte sorprese e alcuni inediti. Artista noto soprattutto per l’oggettistica d’ispirazione déco giocata sull’accostamento audace fra pietre dalle tonalità accese, si è rivelato anche straordinario interprete della tradizione del gioiello bianco tipicamente francese. Aggiornato sulle tendenze internazionali, l’orafo produsse infatti collier e bracciali, spille e anelli giocati soprattutto sul total white. Fondamentale il contributo dell’Archivio Merzaghi che si è rivelato ricco di disegni e materiale documentario ereditati dal laboratorio di Ravasco, cui l’orafo Rino Merzaghi forniva la sua collaborazione.

Si tratta di pezzi tutti firmati?
No, non tutti. Alcuni recano solo la sigla dell’autore, altri non presentano firma o punzone, ma l’attribuzione è stata resa possibile grazie a foto d’epoca, disegni originali, fatture e all’applicazione delle tecniche orafe tipiche del maestro.

Tiara, Mario Buccellati, 1929, oro giallo, argento platinato, diamanti
Tiara, Mario Buccellati, 1929, oro giallo, argento platinato, diamanti

Sono vari i gioiellieri presenti in mostra non molto noti al grande pubblico. Quali i più significativi?
Sì certo, in trent’anni e più di studi mi sono resa conto di quanto il panorama del gioiello italiano fosse ancora inesplorato. Alle riscoperte di personalità dimenticate vanno sicuramente ascritte quelle di Orisa a Torino, il cui successo perdurò per un trentennio (fra gli anni Trenta e Sessanta), e di Margherita delle Gioie (Margherita Weingerl) a Milano, con laboratorio in Via Andegari. Una menzione speciale va a Giò Caroli, che negli Anni Settanta già applicava il design ai suoi originalissimi gioielli.

Quali le difficoltà incontrate nel corso delle ricerche?
Dispersioni di patrimoni, difficoltà d’accesso alle collezioni, trasformazioni strutturali operate sui pezzi con il passaggio da una generazione all’altra, da una proprietà all’altra (fusione o rimodellazione di pezzi esistenti), e le perdite inflitte dalle guerre non hanno certo facilitato il lavoro di ricerca. Con il passare del tempo, tra l’altro, spariscono protagonisti e testimoni ancora in grado di fornire informazioni di prima mano. E questa non è una delle ultime ragioni che mi hanno spinto a intraprendere questa vasta opera di ricognizione.

Alessandra Quattordio

Milano // fino al 20 marzo 2017
Il gioiello italiano del XX secolo
a cura di Melissa Gabardi
Catalogo Silvana Editoriale
MUSEO POLDI PEZZOLI
Via Manzoni 12
02 794889
[email protected]
www.museopoldipezzoli.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/58303/il-gioiello-italiano-del-xx-secolo/

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Alessandra Quattordio
Alessandra Quattordio, storica dell’arte e giornalista indipendente, ha esordito a fine Anni Settanta come curatrice dei cataloghi d’arte e fotografia editi dalla Galleria del Levante a Milano. Dopo la laurea in Storia dell’arte all’Università Statale di Milano, inizia a collaborare a riviste - fra cui D’Ars, Flash Art, Arte, Arte In, Meridiani - e a pubblicazioni del settore. Cura la presentazione di artisti e mostre, attività ancora oggi svolta. Ha insegnato Storia del Gioiello all’Istituto Europeo di Design, all’Istituto Superiore di Architettura e Design (ISAD) e al Politecnico di Milano. È stata a lungo caposervizio presso le Edizioni Condè Nast. In particolare, dal 1999 al 2015 presso AD Architectural Digest, occupandosi di arte, fotografia, design, interior e design del gioiello.