L’interior design ai tempi del neo-nomadismo

Luciano Crespi torna a parlare del design del non-finito, portando alcuni esempi di luoghi riqualificati facendo tesoro degli “avanzi”

Studio NADA, Old Mill Culture Center, Karpachevo, 2022. Photo Todor Todorov
Studio NADA, Old Mill Culture Center, Karpachevo, 2022. Photo Todor Todorov

Uno spettro si aggira per il mondo. Lo spettro del design del non-finito. È un modo di rigenerare i milioni di spazi abbandonati, presenti in tutte le regioni del pianeta, che ho definito “avanzi”, “leftover”. Coniuga design, arte, scenografia, exhibition design, cinema. Diversamente dal progetto di ristrutturazione edilizia, preferisce assumere come un “dono” gli elementi di degrado, presenti nell’avanzo. Dono nel senso che nel suo celebre saggio gli attribuisce Marcel Mauss, cioè come qualcosa che si dà e che si deve ricambiare. E che, nelle società arcaiche, non rappresenta una pratica libera, ma un obbligo sociale. Il progetto di avanzi acquista in tal senso il valore più generale di sperimentazione in una disciplina di confine il cui obiettivo è di elaborare una “nuova estetica”, attraverso l’introduzione di dispositivi di tipo soprattutto allestitivo. Pensando a Michelangelo, lo si può definire design del non-finito, una prospettiva per attribuire agli ambienti da rigenerare, qualunque sia la loro nuova funzione, un carattere ospitale e al tempo stesso rappresentativo delle condizioni di provvisorietà, precarietà, transculturalità, proprie della contemporaneità. Rifugi per i neo-nomadi del terzo millennio. Non è una moda né uno stile. È uno stile di pensiero, un atteggiamento etico, oltre che estetico, interessato al deposito di memoria che questi luoghi sparsi per tutto il mondo contengono e che altrimenti rischierebbe di andare disperso.
Ne ho parlato in un precedente testo su questa rivista, ne ho scritto sul numero monografico di gennaio della rivista Esempi di architettura, dedicato al tema “Ricomporre i frammenti. Distruzioni, ricostruzioni, trasformazioni”. Nel quale ho citato il caso del progetto di riuso di un ex cementificio a Barcellona, a cui Ricardo Bofil, morto da pochissimo, comincia a lavorare dal 1973 per ricavarvi il proprio studio e l’abitazione. E che può costituire un paradigma, anticipatore di una nuova sensibilità nei confronti del modo di intervenire sugli ambienti abbandonati nella città contemporanea. Un modo che assume come una risorsa la condizione nella quale si trovano, un materiale dal quale partire per elaborare, anche attraverso trasformazioni distribuite nel tempo, una nuova estetica, come racconta lo stesso Bofil.

Studio NADA, Old Mill Culture Center, Karpachevo, 2022. Photo Todor Todorov
Studio NADA, Old Mill Culture Center, Karpachevo, 2022. Photo Todor Todorov

PROGETTARE CON GLI AVANZI

Sono sempre più numerosi, negli ultimi anni, gli esempi di interventi che si possono far rientrare in questa famiglia di approccio progettuale. Non si tratta ancora di un’adesione esplicita a una piattaforma d’intenti condivisa, quanto del segnale di un cambiamento di clima culturale dell’ultimo decennio nei confronti di questi luoghi. Tanto da produrre un interesse anche nel mondo dei media e della pubblicità. Basti pensare a come siano sempre più utilizzati come set per riprese cinematografiche o per performance musicali ‒ da Assassin’s Club al video di Guerriero cantato da Marco Mengoni ‒ e come l’uso dell’avanzo sia diventato esercizio d’alta cucina. Oppure della testimonianza dell’esigenza, condivisa dagli stessi committenti, di fare un uso più giudizioso delle risorse e di adottare stili di vita più sostenibili. Gli stessi Lacaton e Vassal, premio Pritzker 2021, fanno appello alla necessità di adottare come progettisti un punto di vista “frugale” e di evitare il più possibile interventi che prevedono la demolizione dell’esistente: “Demolition is a waste of many things, a waste of energy, a waste of material, and a waste of history. Si può tuttavia cominciare a fare un primo esame di alcuni casi paradigmatici, rappresentativi di un fenomeno che sembra sempre più diffuso a partire dagli Anni Dieci di questo secolo. Qualcosa che nel mondo dell’arte è avvenuto alla fine del secolo scorso e che Nicolas Bourriaud ha definito “arte relazionale”.

Paulo Moreira, A Sandeira, café, Porto, 2013. Photo Inês Guedes
Paulo Moreira, A Sandeira, café, Porto, 2013. Photo Inês Guedes

L’ESEMPIO DI SASHIMI ARCHITECTURE + DESIGN

Possiamo considerare in un certo modo come capostipite il progetto Where? House di SASHIMI Architecture + design, del 2012, a Melbourne. Si tratta della trasformazione provvisoria, in occasione della Melbourne Music Week, di un edificio iconico, ma da tempo abbandonato, all’angolo tra Elizabeth e La Trobe Streets. Vengono introdotti spazi che ospitano musica dal vivo ed elettronica, seminari e workshop, una sala da pranzo e bar, una zona abbigliamento vintage, spazi per proiezioni cinematografiche e installazioni artistiche. L’intenzione dei progettisti è stata di evocare la warehouse party culture dei primi Anni Novanta, assegnando all’ambiente un carattere industriale minimale e “da cantiere”, anche mediante l’uso d’impalcature. L’esito formale, sotto l’aspetto del design degli ambienti, non è memorabile, ma sta a testimoniare l’inizio, in ogni parte del mondo, di un modo diverso di affrontare il tema della riqualificazione e rifunzionalizzazione degli spazi dismessi.
Dell’architetto portoghese Paulo Moreira sono i progetti di un caffè a Porto, A Sandeira, del 2013, e di una birreria a Lisbona, Musa, del 2017, contrassegnati dall’intelligente equilibrio tra il nuovo arredo introdotto, dal design severo, e le parti conservate. Nel primo si fa ricorso a elementi e materiali recuperati da altri edifici della città, con l’obiettivo di evitare la dicotomia tra “nuovo e vecchio”. L’uso di porte consumate dal tempo conferisce allo spazio un aspetto “deteriorato”, in concordanza di tono con l’area circostante molto degradata. Il pavimento è realizzato con lastre di granito che estendono la strada verso l’interno, sottolineando l’idea di fruizione pubblica della stanza. Nel Musa, ricavato in un ex magazzino dal destino incerto, dovuto a un probabile intervento immobiliare che ne potrebbe cancellare la presenza, gli interventi nuovi si aggiungono con molto rispetto allo spazio esistente. Il carattere è di un ambiente/laboratorio, in cui prevale l’effetto “archeologico” delle pareti in mattone che racchiudono ambienti con arredi realizzati con sottili e filiformi, quasi scultorei, elementi metallici.

Studio NADA, Old Mill Culture Center, Karpachevo, 2022. Photo Todor Todorov
Studio NADA, Old Mill Culture Center, Karpachevo, 2022. Photo Todor Todorov

STUDIO NADA E LA RIGENERAZIONE DI UN ANTICO MULINO

Un terzo esempio è rappresentato dal progetto di studio NADA dell’Old Mill Culture Center, del 2022, a Karpachevo, in Bulgaria. Si tratta della rigenerazione di un antico mulino, trasformato in centro culturale e punto d’incontro di culture, nazionalità, generazioni e idee. La riqualificazione dell’edificio abbandonato è stata ottenuta utilizzando materiali naturali locali e riciclando quelli disponibili (tavole di legno, tegole, mattoni e intonaco di argilla, mattoni cotti, pietra, ecc.). I progettisti hanno voluto mantenere l’estetica grezza e rurale del tessuto originale, integrandola con pochi, misurati interventi necessari a rispondere alle nuove esigenze dello spazio. Adottando il principio del contrasto e dell’equilibrio, gli elementi in metallo dipinti di bianco sono stati introdotti all’interno per ottenere un gioco tra vecchio e nuovo, buio e luce, “pulito” e “sporco”. L’involucro, in mattoni e blocchi di pietra, è stato mantenuto nella sua configurazione originaria, assegnando così all’edificio il carattere di architettura senza tempo, in concordanza di tono con il paesaggio di questa parte del nord della Bulgaria. L’uso all’interno del non-finito appare non come una forma di compiacimento stilistico ma come una necessità, un modo di restituire alla storia di quel luogo la memoria di sé. Come mi scrivono i progettisti: “Crediamo che gli avanzi abbiano la poesia in sé, dobbiamo solo esporla in modo delicato, in modo che tutti abbiano l’opportunità di vivere lo spazio attraverso il proprio prisma personale”.

Davidson Rafailidis Architects, Big Space, Little Space, Buffalo, 2018. Photo Florian Holzherr
Davidson Rafailidis Architects, Big Space, Little Space, Buffalo, 2018. Photo Florian Holzherr

DA GARAGE AD ABITAZIONE

L’ultimo esempio riguarda il progetto Big Space, Little Space, del 2018, dello studio Davidson Rafailidis, di trasformazione di un garage degli Anni Venti, a Buffalo, in abitazione e spazio di lavoro. L’interesse è dato dalla scelta di rinunciare ad assegnare agli spazi un carattere definitivo, e all’uso di qualsiasi materiale che possa apparire “residenziale”, per lasciare loro la possibilità di trasformarsi nel tempo, di adattarsi ai diversi utenti, di innescare usi imprevisti. Lo spazio è visto come una cosa animata con un passato vivo e un futuro sconosciuto, dove l’intervento è solo uno dei tanti. Non viene “rimodellato” per eliminare il suo passato disordinato, ma piuttosto aggiunto in modo simile a come facevano i partecipanti al gioco del cadavre exquis, caro ai surrealisti. Un progetto colto e raffinato, anche indicativo della possibilità di adattare questo approccio al difficile tema dell’ambiente domestico contemporaneo. Sgombrando così il campo da certi luoghi comuni ‒ riproposti anche recentemente da improvvisati filosofi dell’arredamento ‒ sul significato dell’abitare oggi, nell’epoca del “neonomadismo”, senza dover rinunciare agli straordinari studi di Praz e Bachelard. Anzi ripartendo proprio da loro, e aggiungendovi qualche prezioso contributo degli studi antropologici, come quelli di Carla Pasquinelli sui cambiamenti avvenuti nei rituali domestici.
In ognuno di questi esempi si può leggere una declinazione diversa e originale del tema della rigenerazione dell’avanzo. Tuttavia, tutti appaiono come il sintomo di un approccio affatto diverso, rispetto alla tradizione del progetto di ristrutturazione o di restauro, a una questione cruciale riguardante non più soltanto le aree geografiche post industrializzate, ma l’intero pianeta.

Luciano Crespi

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Luciano Crespi
Nasce a Varese e si laurea in architettura nel 1974. Dopo avere insegnato Cultura tecnologica della progettazione alla Facoltà di architettura del Politenico di Milano, inizia una nuova stagione di ricerca e d’insegnamento alla Facoltà del design. È tra i fondatori e presidente del corso di laurea di Design degli interni, che rappresenta una felice anomalia nel panorama internazionale delle scuole di Interior design: al progetto d’interni, anche urbani, vengono riconosciuti fondamenti disciplinari propri, in grado di condizionare il modo di abitare la città contemporanea. Grazie anche alla partecipazione a numerosi concorsi di progettazione, come laboratori dove mettere alla prova le congetture formulate “in vitro”, giunge alla formalizzazione di un pensiero teorico riguardante le questioni della didattica del progetto d’interni e, come sua attuale epifania, della rigenerazione degli avanzi. Gli esiti sono restituiti in pubblicazioni, tra cui: “Da spazio nasce spazio” (2017, II edizione), “Manifesto del design del non-finito” (2018), “Design of unfinished” (2021).