Il Pritzker Prize 2021 agli architetti francesi Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal

Il più prestigioso riconoscimento internazionale per l’architettura è stato assegnato ai progettisti francesi che dal 1987 guidano lo studio Lacaton&Vassal. Ispirata al principio “Never demolish, never remove or replace; always add, transform, and reuse!”, per la giuria la loro è “un’architettura forte nelle sue forme come nelle sue convinzioni, trasparente nella sua estetica come nella sua etica”

Transformation of G, H, I Buildings Grand Parc - Photo courtesy of Philippe Ruault
Transformation of G, H, I Buildings Grand Parc - Photo courtesy of Philippe Ruault

Sono Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal i vincitori del Pritzker Architecture Prize 2021. Ad annunciarlo è Tom Pritzker, Presidente della Hyatt Foundation, l’istituzione che dal 1979 assegna annualmente l’ambito riconoscimento, promosso per onorare il contributo offerto alla società da uno o più architetti viventi. Analogamente allo scorso anno, quando a essere premiate furono le architette Yvonne Farrell e Shelley McNamara, le prime irlandesi della storia a riceverlo, anche nel 2021 il Pritzker Prize viene attributo a una coppia di progettisti europei. Classe 1955 e 1954, Lacaton e Vassal si conoscono dalla fine degli anni Settanta, quando erano entrambi studenti dell’École Nationale Supérieure d’Architecture et de Paysage de Bordeaux. Il loro sodalizio si consolida nel 1987 con la fondazione dello studio Lacaton&Vassal, ancora oggi di base a Parigi. Nell’arco di oltre trent’anni hanno operato in varie città d’Europa e in Africa occidentale, distinguendosi nella progettazione di alloggi sociali, residenze per privati, istituzioni culturali e accademiche, oltre che in interventi nello spazio pubblici e in ambito urbanistico. Fin dagli esordi a guidarli è un approccio ostinatamente rispettoso dell’architettura preesistente, oculato nella gestione del budget, votato all’ascolto delle urgenze umane. Un atteggiamento che li ha spinti ad assegnare priorità all’analisi delle risorse disponibili in loco, all’impiego di materiali economici ed ecologici, e ad ampliare, in un’epoca sovraccarica di gesti architettonici clamorosi e rapidamente etichettati come “green”, il concetto di sostenibilità: per loro può coincidere solo con il raggiungimento di un equilibrio tra istanze ambientali e sociali.

Anne Lacaton and Jean Philippe Vassal_Photo courtesy of Laurent Chalet
Anne Lacaton and Jean Philippe Vassal_Photo courtesy of Laurent Chalet

LA STORIA DI LACATON E VASSAL VINCITORI DEL PRITZKER PRIZE 2021

Ricorrendo alle parole della giuria del Pritzker Prize 2021, presieduta quest’anno da Alejandro AravenaPritzker Prize 2016 –, il loro lavoro “riflette lo spirito democratico dell’architettura. Attraverso le loro idee, l’approccio alla professione e gli edifici che ne derivano, hanno dimostrato un impegno per un’architettura rigenerativa che nello stesso tempo è tecnologica, innovativa ed ecologica. Questo è il mantra del team di Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal”. Nell’esercizio della professione dimostrano “un potente senso dello spazio e dei materiali, che crea un’architettura forte nelle sue forme come nelle sue convinzioni, trasparente nella sua estetica come nella sua etica”. Del resto, come racconta Anne Lacaton, “una buona architettura è aperta aperta alla vita, aperta a migliorare la libertà di chiunque”, senza dover essere per forza “dimostrativa o imponente”. Piuttosto dovrebbe originare “qualcosa di familiare, utile e bello, in grado di sostenere silenziosamente la vita che avrà luogo al suo interno”, prosegue l’architetta. Per cogliere pienamente il senso di queste affermazioni, può essere utile compiere un passo indietro, fino agli anni successivi alla laurea di entrambi. Mentre Lacaton sceglie di perfezionarsi in urbanistica alla Bordeaux Montaigne University, Vassal si trasferisce in Niger, iniziando a lavorare nel medesimo ambito ma direttamente sul campo. Un’esperienza che lui stesso oggi paragona a “una seconda scuola di architettura”, maturata in uno dei paesi più poveri del mondo, dove “le persone sono così incredibili, così generose; riescono a fare quasi tutto senza niente, trovando risorse, con ottimismo, tanta poesia e inventiva”. Proprio nella capitale Niamey, i due architetti realizzano il loro primo progetto insieme, una capanna di paglia; parallelamente iniziano a maturare quelle posizioni che finiranno per plasmare i loro futuri interventi. A partire dal principio di non demolire mai ciò che potrebbe essere riscattato, cui si accompagna l’impegno a rendere sostenibile l’esistente, aprendo costantemente il campo a nuove possibilità formali e funzionali. Fra i tanti interventi ultimati, a restituire forse in maniera più immediata queste convinzioni è il progetto di trasformazione degli alloggi del Grand Parc a Bordeaux, non a caso valso al duo – e ai colleghi Frederic Druot e Christophe Hutin – l’assegnazione dell’EUMies Award 2019.

I PROGETTI DELLO STUDIO LACATON&VASSAL

Non vediamo mai la preesistenza come un problema. Siamo andati in luoghi dove gli edifici sarebbe stati demoliti; abbiamo incontrato persone e famiglie attaccate alle loro abitazioni anche quando la situazione non era delle migliori. Il più delle volte erano contrari alla demolizione perché desideravano rimanere nel loro quartiere. È una questione di gentilezza”, continua Vassal, riconoscendo che alla base della loro pratica c’è la volontà di assicurare una condizione di benessere fisico ed emotivo alle persone. “Il preesistente ha valore se ci si prende il tempo e ci si sforza di guardarlo con attenzione”, ovvero attivando un processo “di osservazione, un avvicinarsi a un luogo con occhi nuovi, attenzione e precisione… per capire i valori e le carenze e per vedere come possiamo cambiare la situazione mantenendo tutto i valori già presenti”, ribadisce l’architetta francese. Oltre che nell’acclamato intervento di Bordeaux, questa visione li ha guidati anche in altri progetti residenziali collettivi, ultimati soprattutto in Francia, ad esempio a Mulhouse, a Chalon-surSaône e, di più recente, a Parigi. È qui che nel 2011, con Frédéric Druot, hanno trasformato La Tour Bois le Prêtre, un complesso abitativo di 17 piani, comprensivo di 96 unità, risalente all’inizio degli anni Sessanta. In questo caso hanno aumentato la metratura interna delle singole unità attraverso la rimozione della facciata in cemento; al suo ne è stata prevista una in vetro, mentre balconi e giardini d’inverno hanno ulteriormente esteso lo spazio a disposizione dei residenti.

LA DEMOLIZIONE DELL’ARCHITETTURA COME ATTO DI VIOLENZA

Per la giuria del Pritzker Prize 2021, tanto Bordeaux quanto a Parigi i due architetti anziché scegliere per la “demolizione e ricostruzione, hanno aggiunto con cura spazio agli edifici esistenti sotto forma di generose estensioni, giardini d’inverno e balconi che consentono libertà di utilizzo e sono un sostegno alla vita reale dei residenti. C’è un’umiltà nell’approccio, che rispetta gli obiettivi dei primi progettisti e le aspirazioni degli attuali occupanti”. Risultati che Lacaton&Vassal riescono a conseguire contando anche sull’adozione di tecnologie avanzate o sperimentali, talvolta mutuate da altri ambiti, come nella Latapie House di Floirac, datata 1993 e costata poco più di 55.000 €. Si tratta della casa di 185 mq, destinata a una coppia con due figli, in cui per la prima volta hanno fatto ricorso ai sistemi di costruzioni delle serre così da inserire un giardino d’inverno. “La trasformazione è l’opportunità per fare di più e meglio con ciò che esiste. La demolizione è una decisione facile e di breve termine. È uno spreco di molte cose: uno spreco di energia, uno spreco di materiale e uno spreco di storia. Inoltre, ha un impatto sociale molto negativo. Per noi è un atto di violenza”, afferma Lacaton, che nell’intervento definito di “postproduzione” del Palais de Tokyo, a Parigi (2012), ha offerto con Vassal una convincente prova anche in ambito culturale. Il loro progetto non solo ha portato a nuova vita l’immobile costruito per l’Esposizione internazionale di arte e tecnologia del 1937: ha anche frantumato il modello del “white cube”, globalmente ripetuto da generazioni di progettisti alle prese con tema dell’esposizione dell’arte contemporanea. Gli spazi espositi definiti dal duo sono generosi, volutamente incompiuti, diversificati dal punto di vista dell’illuminazione, aperti a illimitate possibilità di espressione da parte di artisti e curatori. Pluripremiati ed entrambi impegnati da tempo anche come docenti universitari – Lacaton insegna allo Swiss Federal Institute of Technology ETH Zurich dal 2017; Vassal all’Universität der Künste Berlin dal 2012 – i vincitori numero 49 e 50 del Pritzker Prize “sono radicali nella loro delicatezza e audaci nella loro acutezza”, artefici di “un approccio rispettoso ma schietto verso l’ambiente costruito”, come dichiarato da Aravena.

– Valentina Silvestrini 

www.lacatonvassal.com/
www.pritzkerprize.com/

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.