C’è un grande dibattito, anche su queste pagine, sul tema del non-finito. Il teorico del design Luciano Crespi invita a concepire gli spazi non-finiti non come incompiuti, ma come luoghi in cui mettere in atto nuove forme di progettazione.

Nella definizione di non-finito si potrebbe dire che a fare la differenza sia “il trattino”. Quello che sta tra non e finito. Un dettaglio. Anche per Aby WarburgGott ist im detail”, mentre per Mies van der Rohe “God is in the details”. L’articolo di Clelia Nanni, Il non finito nell’architettura d’Italia: luoghi da abitare?, pubblicato su queste pagine il 6 aprile scorso, si interroga su cosa fare delle opere incompiute in Italia, 546 secondo le stime del Ministero dei lavori pubblici. L’autrice le classifica come non-finiti, auspicando la possibilità di riscriverli e ridisegnarli. Eccolo comparire il trattino. Ed ecco anche il riferimento all’esperienza di Incompiuto siciliano, raffinata operazione mediatica, indirizzata ad attribuire all’incompiuto il carattere di stile artistico e architettonico. Che, per quanto condotta in modo colto e intelligente, rischia di legittimare, se non nobilitare, una delle peggiori manifestazioni dell’abusivismo e del malaffare italico.

NON FINITO VS NON-FINITO

Il Diavolo sta nel trattino, perché non finito e non-finito sono usati in modo indifferente e invece rappresentano concetti dal significato del tutto diverso.
Il libro Riusiamo l’Italia stima circa 6 milioni di spazi abbandonati o non più usati in Italia. La stessa sorte tocca a milioni di spazi, non più solo alle aree industriali dismesse, nel mondo. Saskia Sassen li definisce “improbabili”, per via della difficoltà di prevederne le opzioni future, dovuta alla rapidità con cui oggi cambiano le “logiche dell’utilità”. Si tratta di luoghi che hanno smesso di svolgere la funzione per la quale erano stati costruiti e che ora si trovano, privi di cittadinanza, in uno stato di sospensione e di attesa: troppo poco attraenti sotto l’aspetto economico, a differenza delle grandi aree industriali dismesse, per poter rientrare nelle grandi operazioni immobiliari. Non di così straordinario valore storico e artistico da meritare di essere restaurati e riportati al loro originario stato. Ma neppure tali da essere considerati scarti ai quali riservare un inesorabile destino di morte. Non sono non finiti. Sono avanzi.
È proprio la loro natura di avanzo a prestarsi particolarmente a operazioni di riscatto finalizzate a offrire forme molteplici di ospitalità ai viandanti della contemporaneità, agli “attraversatori di frontiere”, ai neonomadi, ai migranti, ai turisti, che Nicolas Bourriaud considera giustamente le figure principali della contemporaneità. Si tratterebbe di una sorta di passaggio di testimone, dalle precedenti storie di cui quei luoghi sono stati teatro alle nuove storie che ancora devono avere inizio. Tutti ciò in un contesto culturale e sociale che fa ritenere il XXI come il secolo destinato a misurarsi con la provvisorietà e la precarietà, anche sotto l’aspetto delle pratiche estetiche.

Ex Frigorifero militare Cuneo. Photo dal Bando
Ex Frigorifero militare Cuneo. Photo dal Bando

MICHELANGELO E LA SCELTA DEL NON-FINITO

Pensiamo a quanto avvenuto nel mondo dell’arte nel passaggio dal Quattrocento al Cinquecento. Il primo è il secolo delle opere di Leonardo, di Brunelleschi, dell’Alberti, della riscoperta dell’antico, dei valori della proporzione e della misura, del rigore matematico e geometrico. Il secondo è il secolo della ricerca continua e della sperimentazione guidata da un profondo senso di inquietudine, della mancanza di punti di riferimento anche nei confronti della storia passata e della “centralità del dubbio”. Valori di cui Michelangelo è stato interprete magistrale soprattutto con la scelta, nella parte finale della sua esistenza, del non-finito. Scrive Argan: “La critica moderna ha veduto nel non-finito della scultura di Michelangelo il momento supremo dell’arte che travalica il proprio limite tecnico… Da allora, con i manieristi e poi con i romantici, tutta l’arte fu costituzionalmente non-finita; e andando oltre il proprio limite disciplinare, contestò il pregiudizio che il finito fosse la necessaria connotazione del valore”. Valori che sembrano rappresentare anche il secolo in cui ci troviamo.

IL DESIGN DEL NON-FINITO

Eccoci tornati alla questione iniziale. Il non-finito non è l’incompiuto. È un atto deliberato, una scelta, una sfida per il progetto contemporaneo. Le stesse ultime scoperte nel campo dello studio dell’universo ci impongono di adottare nuovi statuti di pensiero. Il fisico Guido Tonelli ci invita a prendere coscienza che l’intero cosmo sembra condividere con noi e con il nostro pianeta un’analoga condizione di precarietà. La cultura del design sembra essere attrezzata, per storia e attitudine, a svolgere un ruolo trainante negli interventi di rigenerazione degli avanzi, attraverso l’adozione di una condotta progettuale innovativa, altra rispetto a quella propria delle discipline del restauro o della ristrutturazione edilizia. Si tratta di accettare la sfida di assegnare a questi spazi una nuova identità, e anche una nuova funzione, facendo ricorso a dispositivi allestitivi, provvisori e reversibili, purché coerenti con la natura e l’anima del luogo, per favorirne il reinserimento nel tessuto vivo sociale e la valorizzazione del loro contenuto simbolico. Si tratta di accogliere nel progetto come un “dono” gli elementi di degrado presenti nell’opera esistente, per tradurli in una sintassi finalizzata a dare forma e senso all’ambente interno ed esterno attraverso l’innesto di “componenti aggiuntivi” negli elementi già esistenti. Il design del non-finito acquista il valore più generale di disciplina di confine, collocata tra design, interior design, arti, restauro, exhibition design, scenografia, cinema, il cui obiettivo è di inventare una “nuova tradizione”, fondata su ciò che si potrebbe definire “estetica dell’avanzo”.

Luciano Crespi, Progetto di concorso per un nuovo convitto studentesco interno alla dépendence dell'ex Cotonificio Brambilla, Verrès, 2021
Luciano Crespi, Progetto di concorso per un nuovo convitto studentesco interno alla dépendence dell’ex Cotonificio Brambilla, Verrès, 2021

UN NUOVO CODICE ESTETICO

Siamo solo all’inizio di un processo destinato all’elaborazione di un nuovo sillabario dove trovare le parole con cui affrontare le sfide di un mondo cambiato. Non si tratta di un compito facile. Conservare la memoria di questi luoghi e destinarli a un ruolo forse inaudito è una sfida necessaria. Trattando di Alessandro Papetti, artista al centro della cui opera è il tema dell’abbandono, Massimo Recalcati scrive: “Ricordare non è mai solo riprodurre quello che è stato, ma reinterpretarlo, farlo nascere una seconda volta, renderlo nuovamente vivo. La memoria non è tanto replica del già stato, riproduzione, ripetizione, ma creazione, invenzione”.  Il design del non-finito tende a ciò, spiazza e non ammicca. Si fa carico del compito di proporre un nuovo codice estetico. È uno stile di pensiero, una nuova filosofia di progetto indirizzata alla creazione di rifugi per i nomadi del terzo millennio. Rinuncia all’immagine levigata per dare forma all’incompiuto, all’inaudito, all’impensato.

Luciano Crespi

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Luciano Crespi
Nasce a Varese e si laurea in architettura nel 1974. Dopo avere insegnato Cultura tecnologica della progettazione alla Facoltà di architettura del Politenico di Milano, inizia una nuova stagione di ricerca e d’insegnamento alla Facoltà del design. È tra i fondatori e presidente del corso di laurea di Design degli interni, che rappresenta una felice anomalia nel panorama internazionale delle scuole di Interior design: al progetto d’interni, anche urbani, vengono riconosciuti fondamenti disciplinari propri, in grado di condizionare il modo di abitare la città contemporanea. Grazie anche alla partecipazione a numerosi concorsi di progettazione, come laboratori dove mettere alla prova le congetture formulate “in vitro”, giunge alla formalizzazione di un pensiero teorico riguardante le questioni della didattica del progetto d’interni e, come sua attuale epifania, della rigenerazione degli avanzi. Gli esiti sono restituiti in pubblicazioni, tra cui: “Da spazio nasce spazio” (2017, II edizione), “Manifesto del design del non-finito” (2018), “Design of unfinished” (2021).