Collaborativi e poliedrici. Parlano i designer dello studio ABACO

Studio di design made in Italy, ma con sede nella capitale francese, ABACO sta collezionando premi e interessanti progetti per il futuro prossimo. Abbiamo intervistato i suoi due giovani co-fondatori, per fare il punto sull’asse Italia-Francia e introdurre il loro approccio all’architettura, al design e alle tecnologie.

Palomar.trame digitali, installazione interattiva Premio Maggia, Lanificio Sella, Biella, 2015, photo ABACO
Palomar.trame digitali, installazione interattiva Premio Maggia, Lanificio Sella, Biella, 2015, photo ABACO

Attivi a Parigi dal 2015, Alice Braggion e Alessandro Carabini, alias ABACO, incarnano perfettamente lo spirito liquido e interconnesso dei creativi del nostro tempo. Dopo aver studiato allo IUAV di Venezia hanno scelto di vivere e lavorare a Parigi, fondando lì un’agenzia che avesse un approccio transdisciplinare al design, fortemente orientato all’innovazione e alla ricerca. Oltre a essere progettisti – con realizzazioni che spaziano dalle installazioni d’arte ai negozi per marchi emergenti, da interventi residenziali agli hotel, fino a un formato di pasta 3D per un noto brand –, gli ABACO sono anche i curatori del libro Be City Smart (2014), co-fondatori di Reaction, workshop focalizzati sul data-driven design, e professori di design e digital fabrication al PCA Paris College of Art.
Vincitori di diversi concorsi internazionali, hanno esposto i loro lavori a Milano (2013), Padova (2013) e Parigi (2014); sono stati insigniti del Premio Maggia (2015), del Premio Giovane talento della città di Padova (2016) e selezionati come una delle dieci aziende italiane emergenti; nel 2018 hanno esposto alla XVI Biennale di Architettura di Venezia. “Un’autentica connessione tra idee, bellezza e valore ci permette di rompere i confini delle discipline, di mettere in discussione la complessità e la potenziale molteplicità nascoste dietro i frammenti contemporanei”: queste le parole con cui si presentano.

L’INTERVISTA AD ABACO

Avete da poco passato i trent’anni ma siete già attivi da tempo, con progetti molto diversi tra loro, incluso un formato di pasta per Barilla. Come mai, dopo Venezia, avete scelto di vivere e lavorare a Parigi? E quali sono le differenze sostanziali che riscontrate tra il vostro Paese d’origine e quello d’adozione?
Parigi è una città facile e difficile allo stesso tempo. Senti di appropriartene, ma mai del tutto. È una città lenta e riservata. Ma anche dinamica e accogliente. A noi ha dato la possibilità in poco tempo di metterci alla prova e di avere clienti che, quando amano la tua idea, se ne fregano se hai meno di trent’anni. E quindi in pochi anni ci siamo ritrovati con tante responsabilità ed esperienze. Abbastanza normale per i giovani architetti francesi, molto meno per quelli italiani. D’altra parte, proprio per una minor quantità di occasioni progettuali concrete, in Italia c’è più tempo e un maggior interesse per l’approfondimento teorico. E lì i giovani architetti italiani sono molto più preparati.

La ville qui parle, progetto di ricerca fotografica curato da ABACO, Unfolding Pavilion, Venezia, 2018, photo Alice Braggion
La ville qui parle, progetto di ricerca fotografica curato da ABACO, Unfolding Pavilion, Venezia, 2018, photo Alice Braggion

Online vi autodefinite uno “studio collaborativo di architettura e design che opera all’intersezione tra spazio, tecnologie e arte”. Dato che insegnate anche “Design, new media & technology” al Paris College of Art, fateci capire meglio come si sviluppa il vostro lavoro in questo senso. Quali ritenete siano le prospettive della professione di architetto 2.0?
Essere architetti nel 2020 significa confrontarsi con una serie di fattori imprescindibili. Nei nostri lavori siamo molto interessati a esplorare la relazione tra il corpo e lo spazio alle diverse scale, e come questa è mediata dalle nuove tecnologie di produzione e comunicazione. Detto questo, la definizione e concettualizzazione di un’idea, all’interno di una visione collaborativa e transdisciplinare, resta il momento fondativo, primordiale. E la componente tecnica, per quanto importante e dirompente, deve restare umana, al servizio dell’uomo. Questo è il messaggio che vogliamo trasmettere ai nostri studenti.

Già premiati con la menzione d’onore la scorsa edizione grazie all’installazione Palomar ‒ trame digitali, per il Premio Maggia 2019 avete progettato l’allestimento seimila, impiegando materiali da cantiere. Raccontateci di più di questo progetto e del vostro approccio creativo in generale.
L’idea di portare seimila mattoni all’interno di un esempio di archeologia industriale per un allestimento è stato un atto di continuità e rottura allo stesso tempo. Mattoni che vengono trasfigurati e ricollocati in maniera del tutto artificiale e artificiosa di fianco alle solide strutture del lanificio Sella, generando una tensione tra passato e presente esplicitata dall’impiego delle cinghie. Seppur nel suo piccolo, è un progetto critico con un messaggio forte e politico. Nel 2015 Palomar, installazione luminosa interattiva, in modo più celato lanciava un messaggio simile ma con una strategia completamente diversa: enfatizzando l’evanescenza della forma al cospetto dell’esperienza dello spazio. In comune, la volontà di esplorare nuovi significati attraverso una ricerca semantica e idiosincratica.

Quali sono i vostri riferimenti nel mondo dell’architettura e del design? C’è qualcuno con cui vorreste collaborare?
Essendo cresciuti senza maestri, ma in modo piuttosto autonomo, nomade e autodidatta ci risulta difficile rispondere. L’idea stessa del riferimento alla persona la troviamo estranea al nostro modus operandi, che piuttosto privilegia l’idea e il processo creativo. Anche perché l’ispirazione la ricerchiamo spesso e volentieri ben al di fuori dell’architettura. C’è poi un forte senso di curiosità e ammirazione verso alcuni personaggi con cui condividere idee, e collaborare sarebbe sicuramente prezioso. Ci vengono in mente Olafur Eliasson, Junya Ishigami, Oki Sato, Daniel Arsham, Joseph Grima, Michael Meredith, Davide Quayola, Lina Ghotmeh

Non-labirinto, studio per un’installazione urbana, Biennale d’Arte Cartasia, Giardini del Duomo di San Martino, Lucca, 2018, photo ABACO
Non-labirinto, studio per un’installazione urbana, Biennale d’Arte Cartasia, Giardini del Duomo di San Martino, Lucca, 2018, photo ABACO

Tre parole per descrivervi e un sogno nel cassetto.
Collaborativi, poliedrici, idiosincratici. Ci piacerebbe lavorare con un regista alla realizzazione di un film.

Come sarà il vostro 2020? Avete progetti da raccontarci in anteprima?
Il 2020 si annuncia stimolante. Saremo impegnati alla Milano Design Week, dove porteremo un pezzo piuttosto critico/criptico. Poi, in parallelo a progetti più “classici”, tra cui due ristoranti a Parigi, stiamo lavorando a due progetti in cui crediamo molto.
Il primo, La ville qui parle, è un progetto di ricerca fotografico di urban talking. L’avevamo già portato all’Unfolding Pavilion durante la scorsa Biennale a Venezia e ora abbiamo intenzione di farlo evolvere e portarlo in altre città ed eventi. Il secondo, più ambizioso, è quello di trasformare il nuovo spazio che abbiamo preso a Montmartre in un luogo di sperimentazione interdisciplinare per dare spazio a voci emergenti. Si chiama Moho, e al momento stiamo lavorando alla sua programmazione, che debutterà in concomitanza con la Paris Design Week a metà settembre.

Giulia Mura

www.abacollab.com/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.