La poesia della fragilità. Intervista a Junya Ishigami

Leone d’Oro alla 12. Biennale di Venezia, l’architetto giapponese ha fondato lo junya.ishigami+associates, dopo un’esperienza quadriennale presso Kazuyo Sejima & Associates. Celebre per i suoi virtuosismi, è stato insignito del BSI Architectural Award, promosso dalla BSI Architectural Foundation con l’Accademia di Architettura di Mendrisio. Lo abbiamo incontrato in occasione della premiazione.

Junya Ishigami alla Biennale di Venezia
Junya Ishigami alla Biennale di Venezia

ESPLORARE LA FRAGILITÀ
La fama ormai mondiale di Junya Ishigami è legata anche a un clamoroso fallimento. Il 26 agosto 2010, la sua installazione alle Corderie dell’Arsenale, nell’ambito della 12. Biennale di Venezia, rovina al suolo. Le sottilissime bacchette di fibra di carbonio issate per comporre un involucro pressoché invisibile, alto fino a 4 metri, non reggono che poche ore. I primi rappresentanti della stampa si sorprendono di fronte a un sintetico cartello scritto a mano, che recita: “Scusate. Si è rotto”. Malgrado l’inconveniente, qualche ora dopo la giuria veneziana consegna il Leone d’Oro proprio nelle mani del giovane giapponese che, con i contorni incerti della sua architettura, ha reso percepibile il vuoto che essa racchiude. La ricerca di Junya Ishigami si confronta continuamente con il tema della fragilità. Le sue architetture e gli oggetti che disegna sono fragili perché i materiali che li costituiscono sono portati al limite delle loro possibilità. I 305 pilastri del KAIT – Kanagawa Institute of Technology Workshop (2004-2008), esteso su 2.000 metri quadrati, presentano sezioni tutte diverse e spesso di pochi centimetri. Le serre progettate per il Padiglione Giapponese della 11. Biennale di Venezia (2008) sono rette da strutture verticali snelle come steli e racchiuse da sottili pellicole di vetro. Il Magic Table, esposto per la prima volta nel 2006, raggiunge nella sua versione più grande una dimensione di 18 metri quadrati, malgrado un piano di soli 3 mm, retto unicamente da 4 supporti angolari.

Junya Ishigami,  KAIT - Kanagawa Institute of Technology Workshop
Junya Ishigami, KAIT – Kanagawa Institute of Technology Workshop

ARCHITETTURA ED ETERNITÀ
Nei virtuosismi di Ishigami non c’è traccia di compiaciuto eroismo. Piuttosto, la sua è un’attitudine curiosa ed empirica, che gli permette di accettare l’errore come un elemento possibile e non necessariamente negativo del processo progettuale. I suoi tavoli, ad esempio, possono in teoria reggere il peso di due uomini adulti, grazie all’ingegnosa tecnologia di pre-piegatura del piano in ferro in direzione opposta al movimento degli oggetti che vi sono appoggiati. A ogni sollecitazione, però, lo stesso piano vibra in maniera percepibile. Ancora, il negozio newyorkese per Yohji Yamamoto (2008) che “stretchava” con coraggio le potenzialità spaziali di un complesso lotto triangolare della maglia newyorkese, attraversandolo con un passaggio pedonale elegantemente curvato, è stato quasi subito modificato dai nuovi inquilini della boutique, perché sostanzialmente inutilizzabile nei suoi spazi espositivi. Ishigami eredita dalla cultura giapponese la consapevolezza che l’architettura esiste qui e ora, ma non è necessariamente costruita per l’eternità: così, per lui, fragilità, delicatezza, ambiguità, errore sono fattori accettabili e, in ultimo, garanzia della massima libertà progettuale. È questa attitudine libera e fondamentalmente anti-ideologica che si riconosce anche nella sua incessante ricerca strutturale che, come osserva Mario Botta, “procede in direzione opposta rispetto alla tensione modernista verso la liberazione di luci sempre più ampie. Al contrario, Ishigami si serve della moltiplicazione dei supporti verticali come strumento di costruzione e articolazione dello spazio”. Tra le foreste di pilastri dei suoi edifici, dove i materiali degli interni e del paesaggio, dell’architettura e della natura si compongono e confondono, Ishigami sperimenta una nuova concezione contemporanea di comfort, basata anche sulla capacità di ciascuno di prendersi cura del delicatissimo equilibrio planetario di cui tutti partecipiamo.

Junya Ishigami, House with plants
Junya Ishigami, House with plants

L’INTERVISTA
Tutti i tuoi progetti, a tutte le scale, possono essere descritti come “paesaggi”, “ambienti”, piuttosto che come “oggetti”. Nel tuo lavoro, il termine paesaggio fa riferimento a qualcosa di molto più complesso della semplice aggiunta di materiali naturali al progetto architettonico.
Per me, tutto è paesaggio. Non credo in una delle visioni più tradizionali dell’architettura, che vuole legare il suo ruolo primario alla delimitazione di un interno rispetto al continuum dello spazio esterno. Questa interpretazione si basa sulla convinzione, errata, che l’architettura sia necessariamente in grado di creare nei suoi interni un “environment” più confortevole e adatto a ospitare la vita. Al contrario, mi ispiro al paesaggio per creare nuovi ambienti esterni dentro gli edifici.

Le serre che hai costruito per il Padiglione Giapponese della 11. Biennale di Venezia sono uno dei momenti fondamentali della tua riflessione su questo tema.
Certamente. Da sempre sono estremamente interessato alle serre. Ciascuna è in parte uno spazio interno, in parte uno spazio esterno: è proprio la relazione tra i due che sto esplorando da anni, alla ricerca di un rapporto il più possibile sfumato e continuo. Non voglio soltanto portare il paesaggio all’interno degli edifici, ma anche estendere lo spirito, lo stile di vita e i materiali degli interni nel paesaggio. In un’epoca come la nostra, in cui l’azione dell’uomo ha colonizzato direttamente o indirettamente l’intero pianeta in cui viviamo, non può esistere una soluzione di continuità tra interno ed esterno.

Ci descrivi in che modo, nei tuoi progetti, il concetto di ambiente si lega a quello di comfort?
Sono interessato a ricreare nell’ambiente interno le stesse, sottili variazioni che caratterizzano gli esterni. Molto spesso ci sentiamo molto bene all’aperto, anche perché possiamo sperimentarvi continue, leggere e “naturali” modifiche nei diversi parametri che definiscono il nostro comfort fisico e psicologico; la temperatura e l’umidità, ad esempio. Oltre a questo, dall’ambiente esterno i miei progetti ereditano anche la varietà e la molteplicità delle configurazioni spaziali, perché anche questa caratteristica è in grado di modificare in maniera positiva le modalità con cui abitiamo gli spazi della nostra quotidianità.

Junya Ishigami, Biennale di Venezia
Junya Ishigami, Biennale di Venezia

I tuoi progetti si allontanano dalla riflessione tradizionale sulla massa e i volumi in architettura, e sono spesso lodati come invisibili. Eppure, nell’estetica dei tuoi lavori non manca un filo conduttore comune. I tuoi progetti sono “belli”, e anche per questo sono apprezzati dalla critica e dal pubblico. Che ruolo ha, nel tuo lavoro, la riflessione sull’estetica?
Credo che svolga un ruolo importantissimo in architettura. L’estetica di un progetto, però, non è una sua caratteristica uniforme e coerente, impostata a priori dalla mente dell’architetto. Il ruolo del progettista, al contrario, è quello di definire all’interno e all’esterno dei suoi edifici un ambiente libero, che sia il supporto per l’espressione delle molteplici estetiche in cui si riconoscono i suoi abitanti. Non ho nessuna pretesa di controllare tutto quello che succede dentro i miei edifici! Al contrario, mi interessa predisporre una flessibilità tale da poter accogliere tutte le aggiunte impreviste che si accumuleranno nel tempo.

Ci racconti qualcosa dei tuoi progetti in corso e futuri? Su che cosa stai lavorando in questo momento?
Abbiamo moltissimi progetti in corso, su scale diverse, sia in Giappone che nel resto del mondo. Il centro visitatori per il parco Groot Vijversburg, in Olanda, di cui abbiamo vinto il concorso nel 2012, sarà presto pronto al pubblico. Ma stiamo lavorando anche a un secondo progetto per il Kanagawa Institute of Technology – una piazza multifunzionale – e all’ampliamento del Museo Politecnico Russo di Mosca. Mentre la scala dello studio cresce e si moltiplicano i contesti con cui confrontarsi, mi sforzo d’interpretare ogni progetto come un’occasione per sviluppare i temi che mi sono più affini, innanzitutto il rapporto tra architettura e natura. Il mio obiettivo è quello di creare una natura “altra” e ogni lavoro è un caso studio per continuare a evolvere la mia ricerca in questa direzione.

Alessandro Benetti

www.jnyi.jp
www.bsi-swissarchitecturalaward.ch
www.arc.usi.ch/it

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Alessandro Benetti
Alessandro Benetti è architetto e curatore. Ha collaborato con gli studi Secchi-Privileggio, Macchi Cassia, Laboratorio Permanente, viapiranesi e Studio Luca Molinari. Nel 2014 ha fondato Oblò – officina di architettura, con Francesca Coden, Margherita Locatelli ed Emanuele Romani. Ha contribuito a numerose pubblicazioni di architettura contemporanea, tra cui la “Guida all’Architettura di Milano, 1954-2015” (a cura di M. Biraghi, Hoepli, 2014). Ha scritto per Abitare, Abitare.it, Alla Carta, AreaArte, Doppiozero, Gizmoweb, The Ship. È stato coordinatore scientifico di “The landscape has no rear” (progetto di Nicola Russi per la Biennale di Venezia 2014). Dal 2014 è co-curatore di SpazioFMG per l’Architettura, con Luca Molinari.