Rigenerare Hong Kong hackerando i suoi spazi pubblici inutilizzati. L’intervista a Francesco Rossini

I residui della fitta struttura urbana di Hong Kong sono diventati oggetto della ricerca decennale dell’architetto napoletano Francesco Rossini, impegnato a valorizzare il potenziale della metropoli asiatica

Articolata tra piattaforme e mensole variamente utilizzabili e contraddistinta da una “scocca” rosso brillante, la biblioteca temporanea CWLane Reading Space è rimasta in attività nel cuore del distretto finanziario di Hong Kong per circa sei settimane, tra ottobre e novembre 2023. Con un concept dichiaratamente ispirato alle scalinate tipiche di questa porzione della città, è stata autogestita dalla comunità locale, invitata alla libera consultazione dei 400 volumi messi a disposizione dalla Chinese University of Hong Kong (CUHK). Con questo progetto pilota l’architetto e urbanista italiano Francesco Rossini è passato “dalla teoria alla pratica”, affiancando alla dimensione di puro accademico quella di progettista: accendendo a due finanziamenti pubblici, concessi tramite bandi, ha infatti potuto avviare la fase in-situ, funzionale anch’essa alla sua ricerca.

CWLane Reading Space. Courtesy Francesco Rossini
CWLane Reading Space. Courtesy Francesco Rossini

Capire lo spazio pubblico di Hong Kong

Oggi professore associato alla School of Architecture della CUHK, a metà degli anni Dieci del Duemila Rossini ha conseguito il dottorato al Barcelona Tech UPC, dedicandosi proprio all’analisi degli spazi pubblici all’interno di proprietà private nel distretto di Central, a Hong Kong: si tratta di luoghi di relazione, in cui la sfera pubblica e la gestione privata si sovrappongono creando spazialità ibride. Un tema solo all’apparenza distante dalle urgenze rintracciabili alle nostre latitudini. Seppur calata nel contesto unico per complessità e porosità della città asiatica, quella affrontata è infatti una questione ovunque cruciale, perché costringe a confrontarsi con il riflesso degli investimenti privati nello spazio destinato alla collettività. Attraverso sperimentazioni condotte anche a Singapore, Kuala Lumpur e Manila, Rossini persegue l’obiettivo di “connettere le persone negli spazi aperti sottoutilizzati mediante interventi architettonici temporanei”, consapevole che anche l’esito fallimentare sia una possibile risposta. Ad animarlo è il tentativo di ribaltare il paradigma imperante del “place making” attraverso l’antitetica visione del “making place”: un approccio che, basandosi sulla combinazione degli strumenti propri del vocabolario architettonico con la componente tempo, può innescare processi di socialità, scambio e aggregazione. Anche negli interstizi disfunzionali, informali, abbandonati, nascosti e talvolta intimi della metropoli verticale per eccellenza.

Intervista all’architetto e urbanista Francesco Rossini

Pensando a Hong Kong, il suo spazio pubblico non è la prima “immagine” che si visualizza. Da dove trae origine la tua ricerca?
Essendo Hong Kong una città basata su una pianificazione di tipo soprattutto capitalistico, non c’è un forte controllo nella gestione dello spazio pubblico in rapporto agli edifici, come ad esempio avviene in città di stampo mediterraneo, tipo Barcellona. Ogni porzione di terreno è funzionale a generare profitto e il costo del suolo è altissimo. Si è sviluppata in verticale, ma in appena il 25% dello spazio effettivamente disponibile. Esiste una relazione di dicotomia con il suo verde – che è in realtà molto generoso, ma concentrato ai margini della la zona urbanizzata, notoriamente densa. Fin qui lo spazio pubblico è stato soprattutto concepito per rispondere a parametri, standard e nel rispetto dei regolamenti. A fronte di emergenze interessanti – si pensi al waterfront – soprattutto nelle aree urbane “storiche” gli spazi pubblici all’aperto sono molto limitati, residuali, senza vita o qualità; spesso sono disconnessi dai flussi principali o risultano “invisibili”; talvolta presentano nel loro perimetro alti muri.

In questo scenario, come si colloca il tuo lavoro?
A partire da tale caotica gestione, analizzo le possibilità offerte da quest’ultima gamma di spazi pubblici, cercando di valorizzarli con l’introduzione di nuovi usi temporanei, così da riconnetterli a potenziali utenti. A Hong Kong vige un paradosso: da una città così densa, ci si aspetterebbe che tante persone usino lo spazio pubblico. Ma questo non capita mai, proprio perché non viene percepito come la parte principale della struttura urbana. Esiste, piuttosto, il frequentato e simbiotico “sistema” formato da mall, infrastrutture della metropolitana e passaggi pedonali, che finisce per assolvere a un ruolo avvicinabile a quello delle nostre piazze. In parallelo, si rileva un certo sforzo – anche economico – per definire nuovi spazi in nome del rispetto gli standard. Il mio tentativo è invece provare a impiegare il patrimonio esistente, che ha spesso ha una bassissima frequentazione, e testare come possono mutare le abitudini dei residenti con funzioni alternative.

Nullahplace. Courtesy Francesco Rossini
Nullahplace. Courtesy Francesco Rossini

Le riattivazioni temporanee degli spazi pubblici inutilizzati di Hong Kong

L’hai fatto con il progetto pilota nullahplace, seguito poi da CWLane Reading Space. Ci racconti questi interventi?
Appartengono a due categorie diverse, perché il gestore dello spazio non è lo stesso: una ONG nel primo caso; pubblico nel secondo. E questa condizione ha fatto la differenza, anche per quanto riguarda l’attivazione stessa dei processi e lo sviluppo dei concept, specie in considerazione della forte attenzione della municipalità per i temi della sicurezza e le conseguenti limitazioni imposte. Pur agendo in spazi sostanzialmente sottoutilizzati, l’atto stesso di cambiarne lo status quo per un tempo circoscritto pone quesiti e solleva timori. In entrambi i casi (il terzo, un playground in blocchi di foam, è atteso per marzo 2024, n.d.r.), siamo partiti da un’osservazione preliminare del sito; abbiamo raccolto dati, ad esempio legati all’uso che ne fanno (o meno) le persone. Il successivo inserimento dei prototipi – una sequenza di spazi flessibili associata a un intervento pittorico a terra dal forte impatto visivo; una biblioteca-sala di lettura all’aperto – è quindi funzionale a capire l’eventuale cambiamento nella percezione e nell’impiego degli spazi stessi.

Insomma, una sorta di svelamento di luoghi esistenti e di attivazione del loro potenziale. A quali conclusioni sei arrivato al termine dei periodi di attivazione concessi?
Auspicavo una maggiore collaborazione, ma in assenza di una ONG è molto difficile. In effetti l’attivismo cittadino non è una componente di Hong Kong, soprattutto in relazione allo spazio pubblico; il concetto stesso di progetto partecipativo è complicato. Per quanto attiene all’uso, specie nel caso di CWLane Reading Space, l’incremento di presenze è stato molto significativo, con crescite costanti nei weekend. Per Nullahplace, che si è svolto in un’area lasciata vuota dalla dismissione di un distributore di benzina, si è perfino resa necessaria un’estensione dell’orario di apertura, arrivando fino alle 23. Abbiamo poi rilevato problemi sul fronte della manutenzione e, anche questo tipo di feedback per noi è importante e solleva temi che alimentano la ricerca.

CWLane Reading Space. Courtesy Francesco Rossini
CWLane Reading Space. Courtesy Francesco Rossini

Cambiare il paradigma: da “place making” a “making place”

Qual è il tuo orizzonte professionale per i prossimi anni? Proseguirai in questo specifico segmento?
Mi considero proprio al centro: tra la professione di accademico e quella di architetto. Nel prossimo futuro vorrei dedicarmi agli spazi pubblici di Hong Kong non solo residuali e marginali, ma dei quali non è chiara la proprietà: alcuni li ho già identificati. Parallelamente continuerò a occuparmi del tema della città informale oltre HK, proseguendo con un progetto partito nel 2017. Con gli studenti sono stato più volte nelle Filippine; nel distretto di Baseco (uno degli insediamenti informali più abitati di Manila), dove abbiamo realizzato degli interventi di mappatura per inserire delle micro-urbanità e cercare di produrre infrastrutture semipubbliche, come una playhouse per i bambini del distretto costruita insieme alla comunità. Con un finanziamento privato, abbiamo inoltre ottenuto le risorse necessarie per costruire un Learning Center nella provincia di Aklan (in prossimità dell’isola di Boracay) per la comunità indigena degli Ati. Rientra nella categoria dei “prototipi sostenibili nella città tropicale” ed è un progetto in collaborazione al Politecnico di Milano. Siamo (quasi!) in cantiere.

Tutti questi interventi sembrano accomunati da un ricorrente “slancio sociale”.
Spesso queste attività vengono raggruppate nella definizione “place making”, oggi di tendenza, che riunisce azioni “esterne”, temporanee (anche di appena uno, due giorni) concepite in nome della socialità, in particolare nelle città statunitensi. La mia ricerca insiste invece sul concetto di “making place”.

Ovvero?
È un processo graduale di “costruzione del luogo” attraverso sperimentazioni finalizzate a testare soluzioni per definire una strategia di riqualificazione nel lungo periodo. Azioni temporanee che hanno l’obiettivo di verificare in-situ alcune strategie progettuali, ma allo stesso tempo comprendere la complessità dei fenomeni urbani sia a livello spaziale che sociale. Un luogo, come ricorda il geografo Tim Cresswell, non è legato a un concetto immutabile, ma piuttosto dovrebbe essere considerato come qualcosa di dinamico e in costante evoluzione. In tal senso un qualsiasi spazio privo di identità può essere modificato e assumere nuovi significati attraverso le esperienze collettive e le pratiche sociali delle persone.

Valentina Silvestrini

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Valentina Silvestrini

Valentina Silvestrini

Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. È cocuratrice della newsletter "Render". Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito…

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