Biennale di Architettura 2023: il futuro del cibo al centro del Padiglione Spagna

La Spagna punta sul cibo come strumento d’indagine del più ampio tessuto sociale, culturale e politico del mondo contemporaneo. Ne abbiamo parlato con il team di curatori composto da Eduardo Castillo-Vinuesa e Manuel Ocaña

Il Padiglione della Spagna presentato alla Biennale Architettura 2023 punta tutto sul cibo, lente d’ingrandimento che, se applicata a tutta la catena che compone il sistema alimentare ‒ dallo sfruttamento del territorio necessario per la grande produzione all’inquinamento prodotto nella distribuzione ‒, può diventare un potente catalizzatore per analizzare molte delle urgenti tematiche che caratterizzano il nostro tempo e l’imminente futuro. L’architettura dunque, soprattutto grazie al suo approccio multi-disciplinare, ma anche, come dicono i curatori, “anti-disciplinare” può, e deve, essere un importante driver del cambiamento, progettando un domani che sia radicato nei reali bisogni del territorio e di chi lo abita.

Eduardo Castillo-Vinuesa and Manuel Ocaña, 2023 © FOODSCAPES, Pavilion of Spain, Biennale Architettura 2023, Venezia

Eduardo Castillo-Vinuesa and Manuel Ocaña, 2023 © FOODSCAPES, Padiglione Spagna, Biennale Architettura 2023, Venezia

INTERVISTA AI CURATORI DEL PADIGLIONE SPAGNA

Colpisce come un tema così fondamentale dal punto di vista sociale e antropologico come il cibo rimanga in qualche modo ai margini del dibattito pubblico. Cosa pensate a riguardo?
È interessante notare come un argomento tanto fondamentale e vitale resti spesso ai margini. Siccome anche noi esploriamo le intersezioni tra sistemi alimentari, ambienti urbani e il modo in cui gli esseri umani trasformano l’ambiente circostante, condividiamo la tua osservazione e preoccupazione.
L’obiettivo di FOODSCAPES è proprio quello di mettere in primo piano questo soggetto, evidenziando le relazioni complesse che intercorrono tra cibo, società e ambiente antropizzato. Grazie alla creazione di una piattaforma interdisciplinare e collaborativa, con questo progetto vogliamo sfidare il pensiero convenzionale e stimolare un dialogo significativo su queste tematiche fondamentali.

In quale modo?
Comprendere e affrontare le problematiche legate ai sistemi alimentari e le loro implicazioni culturali è fondamentale per fronteggiare le sfide della “planetary urbanisation”, dell’impatto ecologico e delle dinamiche sociali. Evitare questi dibattiti impedisce solo alla nostra capacità collettiva di sviluppare soluzioni innovative e creare le strutture necessarie per una trasformazione organizzata e sostenibile. Continuando a far luce su questi temi attraverso progetti come FOODSCAPES, possiamo promuovere un discorso pubblico più informato e impegnato.

Inaugurazione del Padiglione Spagna alla Biennale Architettura 2023, Venezia. Photo Claudio Franzini

Inaugurazione del Padiglione Spagna alla Biennale Architettura 2023, Venezia. Photo Claudio Franzini

Il vostro background non è legato al settore alimentare. Ce ne parlate?
Eduardo Castillo-Vinuesa: Hai ragione, il mio background non è direttamente correlato al cibo. Vengo, infatti, da un background diversificato, interdisciplinare e, se vogliamo, anti-disciplinare, con una solida base nell’architettura e nel pensiero sistemico. Nel corso della mia carriera, sono stato affascinato dal modo in cui l’architettura si interseca con argomenti di tipo sociologico e antropologico, in particolare nella maniera in cui gli esseri umani adattano i loro ambienti alle loro esigenze. Questi interessi mi hanno portato a esplorare diverse scale di intervento, conducendomi in modo naturale verso i sistemi alimentari.

Qual è stato il tuo percorso?
Sicuramente un evento che ha segnato la mia carriera è stato far parte del programma The Terraforming presso l’Istituto Strelka, dove ho collaborato con altri ricercatori che hanno ampliato il mio modo di vedere le cose, approfondendo la mia comprensione di ciò che l’architettura è e può essere, e le sue implicazioni ecosistemiche planetarie.
Attualmente, sono professore associato e ricercatore presso ETSAM-UPM, e sono anche il direttore artistico di Medialab Matadero, una piattaforma istituzionale che riunisce, fra gli altri, artisti, designer, ricercatori, pensatori, scienziati, ingegneri, architetti, responsabili delle politiche pubbliche, per discutere in modo collaborativo di importanti questioni sociali, tecnologiche ed ecologiche contemporanee. L’insegnamento e la ricerca sono sempre stati componenti essenziali della mia pratica, e credo che attraverso la collaborazione interdisciplinare e l’analisi possiamo comprendere meglio e affrontare le complesse sfide a cui la società di oggi è sottoposta.

Eduardo, per descriverti hai usato l’espressione “anti-disciplinare”. Puoi approfondire questo aspetto?
Con “anti-disciplinare” intendo dire che non aderisco necessariamente a una disciplina specifica o a un insieme di regole quando affronto un progetto o una domanda di ricerca. Penso che, per tanti aspetti, i rigidi confini delle discipline limitino la creatività e le nuove scoperte. Allora affronto i problemi da una prospettiva sistemica e olistica, attingendo da intuizioni e metodi provenienti da diversi campi, come l’architettura, l’antropologia, la sociologia e l’ecologia, per citarne alcuni, e dandomi anche la possibilità di confondere i limiti della loro giurisdizione disciplinare.
La mia formazione come architetto ha sicuramente influenzato questo approccio, poiché siamo addestrati a pensare all’ambiente antropizzato in modo totalmente interdisciplinare, prendendo in considerazione i fattori sociali, culturali, economici e ambientali che lo modellano. Tuttavia, credo che questo modo di pensare possa essere applicato a molti contesti diversi, non solo alla costruzione di edifici.
Nel mio lavoro, ho capito che questa metodologia anti-disciplinare mi consente di vedere problemi e opportunità da diverse angolazioni e di trovare nuove soluzioni che non sarebbero possibili entro i confini di una singola disciplina.

FOODSCAPES, il Padiglione Spagna alla Biennale Architettura 2023, Venezia. Photo Pedro Pegenaute

FOODSCAPES, il Padiglione Spagna alla Biennale Architettura 2023, Venezia. Photo Pedro Pegenaute

CIBO E ARCHITETTURA

Cosa vi ha spinto a concentrarvi sulle consuetudini alimentari? E perché lo avete fatto in occasione di questa Biennale?
Eduardo Castillo-Vinuesa: Dalla salute personale all’identità culturale e all’ambiente, il cibo è parte fondamentale dell’esistenza umana. Da architetti, volevamo soprattutto analizzare le strutture fisiche e i sistemi che supportano la produzione, la distribuzione e il consumo di cibo e come questi possono essere progettati in maniera diversa per cambiare in meglio la società e il pianeta.
Quando abbiamo appreso che il tema proposto da Lesley Lokko per questa edizione della Biennale sarebbe stato “Il laboratorio del futuro”, abbiamo visto un’opportunità per mostrare come l’architettura e il design possono contribuire a immaginare e costruire un futuro migliore.

Al di là della tua esperienza professionale, hai qualche storia legata al cibo da raccontarci?
Eduardo Castillo-Vinuesa: Una delle esperienze gastronomiche più recenti e memorabili che ho avuto è stata durante il mio viaggio in Perù la scorsa estate. Ho avuto l’opportunità di cenare al ristorante di Virgilio Martinez, un rinomato chef peruviano che ha come missione quella di connettere i commensali con gli ecosistemi e i paesaggi unici della sua terra attraverso la cucina. Utilizza ingredienti provenienti da varie altitudini e regioni del Paese per creare piatti che non solo hanno un sapore delizioso, ma hanno anche la forza di raccontare la storia dei diversi ecosistemi e del patrimonio culturale del Perù.
Il modo in cui lo chef collega ogni piatto al paesaggio mi ha fatto capire il potere del cibo come strumento per il pensiero sistemico. Mangiando, digeriamo i territori: credo sia un’espressione davvero bella e significativa. Il cibo non è solo qualcosa che consumiamo per il sostentamento. È una finestra sulla storia, sulla cultura e sull’ecologia di un luogo. Inoltre, è stimolante vedere che la passione dello chef per gli ingredienti locali e le tecniche di cottura tradizionali sta dando vita a un sistema alimentare più sostenibile e responsabile.

Come immagini il futuro per il cibo e per le architetture che vi ruotano intorno?
Eduardo Castillo-Vinuesa: Il futuro del cibo e quello dell’architettura sono profondamente intrecciati con il futuro del nostro pianeta. Mentre affrontiamo sfide ecologiche sempre più urgenti, anche il modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo cibo deve evolversi. Questo ci impone di riconsiderare l’architettura dei sistemi alimentari da zero, pensando a nuove strutture e processi più sostenibili, equi e resilienti.
Non si tratta solo di progettare edifici migliori o di inventare tecniche culinarie innovative, ma anche di comprendere i più ampi contesti sociali, culturali e ambientali in cui opera il cibo. Attraverso il mio lavoro al Medialab Matadero e su altre piattaforme interdisciplinari, ho collaborato a varie iniziative che esplorano questi temi, come progetti che utilizzano il design quale strumento per la trasformazione sociale ed ecologica, nonché la ricerca sulle dimensioni sociali e culturali della produzione e del consumo di cibo.
Allo stesso tempo, è importante superare i nostri preconcetti su ciò che il cibo e l’architettura possono essere. È qui che entra in gioco il tema di Lesley Lokko. Il Padiglione vuole offrire uno spazio per la sperimentazione, la collaborazione e lo scambio interdisciplinare, riunendo voci e prospettive diverse al fine di affrontare le sfide complesse e interconnesse che abbiamo di fronte. Deve essere un luogo in cui immaginare e prototipare nuovi futuri possibili, che siano radicati nella realtà del nostro pianeta e nei bisogni dei suoi abitanti.

In che modo l’architettura determina la produzione e il consumo di cibo? Come influenza il modo in cui pensiamo a esso?
L’architettura crea la struttura fisica che consente ai vari processi di svolgersi e quindi ha un ruolo significativo nel modo in cui questi sistemi operano. Ad esempio, la progettazione degli impianti di produzione alimentare influisce sull’efficienza e sulla sostenibilità del processo di produzione, nonché sulla sicurezza e sulla qualità del cibo prodotto.
Ma il discorso è ancora più ampio. Se vediamo l’architettura come quella pratica che controlla deliberatamente le condizioni climatiche, programmatiche e spaziali di un certo ambiente, allora sistemi come la catena di approvvigionamento alimentare freddo sono, in effetti, architetture distribuite che mantengono una specifica condizione climatica attraverso un insieme di paesaggi distribuiti. Naturalmente, questo mette in discussione l’inquadramento più tradizionale della disciplina architettonica, ma in un momento in cui siamo sempre più consapevoli delle conseguenze sulla macroscala delle nostre azioni e decisioni, ora più che mai l’architettura richiede un aggiornamento delle sue definizioni più conservatrici.
Ecco perché FOODSCAPES non guarda solo all’insieme delle architetture che compongono il sistema alimentare – supermercati, serre, fattorie, cucine, magazzini, reti logistiche, catene del freddo, terre desolate –, ma guarda al sistema alimentare “come” un’architettura: una mega struttura metabolica e distribuita che media il riassemblaggio molecolare dei paesaggi terrestri in agenti biologici senzienti: noi.

FOODSCAPES, il Padiglione Spagna alla Biennale Architettura 2023, Venezia. Photo Claudio Franzini

FOODSCAPES, il Padiglione Spagna alla Biennale Architettura 2023, Venezia. Photo Claudio Franzini

IL PADIGLIONE SPAGNA ALLA BIENNALE DI ARCHITETTURA 2023

Affermate che il progetto “guarda al futuro per inseguire nuovi modelli possibili, che siano in grado di nutrire il mondo senza divorare il pianeta”. Quali problemi state affrontando? E che tipo di modelli pensate siano possibili?
Uno degli aspetti più interessanti di FOODSCAPES è che richiede uno sforzo collaborativo per cercare modelli alternativi per il futuro dei sistemi alimentari. Il progetto non espone solo le nostre prospettive come curatori, ma mira a porre la domanda a un pubblico più ampio, in modo che tutti insieme possiamo proporre nuove possibilità. In questo senso, l’elemento finale del Padiglione è quello che guarda esplicitamente al futuro. Non è un contenuto fisico, ma un programma continuo di eventi e ricerca collaborativa.
Al centro del programma c’è la Future Foodscapes Research Unit: un team di architetti e ricercatori che lavorano a fianco di un folto gruppo di esperti provenienti da diversi settori, nonché dal pubblico e dai partecipanti della Biennale. Insieme, raccoglieranno casi di studio di tecnologie, strategie, start-up, dinamiche e metodi con il potenziale di produrre cambiamenti sistemici nei prossimi dieci, venti, trent’anni. Si concentreranno su cinque programmi di ricerca chiave: digestione, consumo, distribuzione, produzione e fondazione, ciascuno incentrato su uno dei cinque strati costitutivi del processo agro-logistico. Questi saranno raccolti in una piattaforma web pubblica chiamata Future Foodscapes Compendium, un portfolio di casi di studio per il futuro.
Questo programma di ricerca speculativa si svolgerà nel corso della Biennale nel Padiglione e in tutta la città di Venezia, in collaborazione con TBA21 Thyssen-Bornemisza Art Contemporary, e con il supporto della European Climate Foundation.

Come avete immaginato il padiglione?
La sala centrale ospita un archivio di 150 documenti, tra disegni tecnici, fotografie, immagini, grafici e diagrammi, che raccontano visivamente dieci total recipes (ricette complete). Queste, piuttosto che seguire una formula standard, che spesso inizia e finisce con i limiti tecnici offerti dalle nostre cucine, presentano piatti “tipici” spagnoli come catalizzatori da cui esplorare, tracciare e documentare tutti gli elementi che rendono il piatto possibile.
Attorno a questo spazio centrale, le sale laterali del padiglione offrono uno spettacolo audiovisivo che mostra cinque cortometraggi, ognuno dei quali approfondisce un livello diverso del processo agro logistico. Creato da team interdisciplinari di architetti e registi, tra cui Elii (Uriel Fogué, Carlos Palacios, Eva Gil) + María Jerez; MAIO (María Charneco, Alfredo Lérida, Guillermo López, Anna Puigjaner) + Agnes Essonti Luque; Gerard Ortín Castellví + Pol Esteve Castelló; Marina Otero Verzier + Manuel Correa; e GRANDEZA STUDIO (Amaia Sánchez-Velasco, Jorge Valiente Oriol) + LOCUMENT (Romea Muryń, Francisco Lobo), ogni episodio è sia autonomo sia interdipendente, creando così una narrazione non lineare che i visitatori possono esperire in qualsiasi ordine.
Il padiglione ha anche degli spazi designati per eventi, conferenze e workshop in cui i visitatori possono condividere idee e preoccupazioni sul futuro del cibo e sul ruolo che l’architettura ha in esso.

Inaugurazione del Padiglione Spagna alla Biennale Architettura 2023, Venezia. Photo Claudio Franzini

Inaugurazione del Padiglione Spagna alla Biennale Architettura 2023, Venezia. Photo Claudio Franzini

Queste total recipes andranno a formare un archivio sotto forma di ricettario. Ci dite di più a riguardo?
A differenza delle ricette tradizionali, che si concentrano solo sui protocolli di aggregazione di ingredienti prontamente disponibili nelle nostre cucine, le total recipes dettagliano l’intera catena infrastrutturale necessaria per produrre e consegnare alle persone quegli ingredienti. L’archivio presenta in totale dieci ricette, ognuna delle quali parte da un piatto spagnolo per poi analizzare a fondo le architetture e i territori che rendono possibile quel piatto. Così, questi paesaggi alimentari portano a galla una vasta gamma di urgenti problematiche che si intrecciano all’interno di questi luoghi, come l’esaurimento del suolo, l’intelligenza non umana, la geoingegneria del self-design, il neuromarketing, l’infrastruttura dei dati, la biopolitica alimentare e farmaceutica, la circolarità dei rifiuti, i diritti degli animali, la semiotica di genere e il colonialismo climatico, tra molti altri.
Le ricette spaziano dal vino metabolico ‒ che esplora l’industria del legno e il cambiamento di valore dietro la produzione del vino ‒ alle tortillas fantasma ‒ che indagano l’infrastruttura digitale alla base dell’economia fanatica delle piattaforme di consegna. Altre ricette includono almojábanas ultra lavorate, Polbo á Granxa, Xipirones en su tinta, crocchette di prosciutto o proteine in polvere e pane PrEP.

Chi si è occupato delle ricette?
Le ricette sono a cura della piattaforma di ricerca alimentare Black Almanac, illustrate dal fotografo Pedro Pegenaute e prodotte da un gruppo eclettico di architetti, tra cui Urbanitree (Daniel Ibañez, Vicente Guallart); Lucia Jalón Oyarzun; S&AA (Federico Soriano + Dolores Palacios); Aldayjover (Iñaki Alday, Margarita Jover , Jesús Arcos + Francisco Mesonero); Common Accounts (Igor Bragado + Miles Gertler); Institute for Postnatural Studies (Gabriel Alonso, Pablo Ferreira Navone, Yuri Tuma, Matteo Guarnaccia, Karol Poliwka + Clara Benito); GFA2 (Guillermo Fernández-Abascal) + Fake Industries (Urtzi Grau);  Ivan L. Munuera + Pablo Saiz del Río + Vivian Rotie; Lucia Tahan; e C+ arquitectas (Nerea Calvillo, María Buey González + Manuel Alba Montes).

Irene Machetti

https://www.labiennale.org/it/architettura/2023

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