Ecologia e sessualità. Il nuovo saggio di Dominic Pettman

S’impennano le temperature del pianeta ma il tasso di natalità frena. Siamo sessualmente iperstimolati, anche se le tensioni erotiche si raffreddano. Con un approccio promiscuo, da studi culturali, Dominic Pettman ci racconta in questa intervista le interazioni tra ecologia e sessualità

Quanto inquina la nostra libido? Per contro, il cambiamento climatico – o, più in generale, il rischio ambientale – influenza la nostra percezione dell’erotico? Se sì, in che modo e con quali configurazioni?”. Sono questi interrogativi spiazzanti a innescare la disamina di Dominic Pettman, saggista e professore di Media e New Humanities alla New School University di New York, nel suo nuovo libro per i tipi di Tlon: Ecologia erotica. Sesso, libido e collasso del desiderio (traduzione di Michele Trionfera). Intrecciando etica, tecnologia, psicanalisi, Antropocene e biopolitica, Pettman esplora territori insidiosi e poco battuti (soprattutto in Italia) come le tensioni tra libido ed ecologia.

Dominic Pettman, Ecologia erotica, copertina

Dominic Pettman, Ecologia erotica, copertina

INTERVISTA A DOMINIC PETTMAN

Freud non è più una figura centrale nel dibattito contemporaneo: che cosa l’ha spinta a ritornare al padre della psicanalisi per parlare di Antropocene?
È vero che si alzano gli occhi al cielo ogniqualvolta si nomini il suo nome. Perdura però, nel dibattito accademico, l’interesse per Lacan: forse è un modo socialmente accettabile per continuare ad avere a che fare con molte intuizioni importanti di matrice freudiana. Anche se possiamo sentirci distanti dalle posizioni più controverse di Freud, la sua ombra incombe ancora e prepotentemente sul modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. La psicanalisi è un paradigma che abbiamo assorbito più che trasceso. Sono ritornato a Freud perché è stato uno dei primi a prendere seriamente in considerazione la libido, provando a definirla, posizionarla, spiegarla. Freud era principalmente interessato a quel che chiamava “economia libidinale”, cioè le modalità con cui bilanciamo il nostro potenziale erotico (sia in termini di distribuzione delle risorse all’interno dei nostri corpi e della nostra psiche, sia in termini di interazioni e scambi sociali). Vorrei espandere questa intuizione per indagare le nostre varie ecologie libidinali.

Da un lato, lei mette in rilievo le strategie biopolitiche che condizionano e producono i nostri desideri (anche in termini di fantasie e bisogni sessuali). Dall’altro, immagina configurazioni alternative della nostra libido in relazione agli altri e al mondo esterno, in chiave profondamente anticapitalistica e antinormativa. Considerando che siamo immersi in ambienti intrinsecamente ‘affettivi’ (nell’accezione spinoziana e deleuziana), in cui conoscenza, pensiero, la nostra sfera emotiva e intima e persino le nostre fantasie vengono intercettati e monetizzati, come è possibile accedere a strutture di desiderio e a soggettività autenticamente nuove, indipendenti e più sane? Dietro l’angolo c’è sempre il rischio di aderire e perpetuare, anche inconsciamente, le economie libidinali.
È la domanda da un milione di dollari. L’ispirazione più immediata per la mia analisi viene dal lavoro di Bernard Stiegler, uno dei critici più brillanti e acuti, non solo del capitalismo e della biopolitica, ma anche di ciò che egli chiama lo “psicopotere”: la sottile capacità dei media moderni di catturare l’attenzione e sfruttare l’energia umana libidinale. Stiegler ha concettualizzato in modo sfaccettato il pharmakon della tecnologia contemporanea, il modo in cui simultaneamente determina e compromette chi siamo in quanto creature socio-tecnologiche. L’antidoto a ciò che Stiegler chiama “malessere” (mal-être) non è personale o terapeutico: l’individuo è essenzialmente un’estensione del collettivo. In altre parole, non puoi semplicemente isolarti in quarantena e praticare yoga finché non stai meglio. Primo, perché probabilmente devi lavorare per sopravvivere. Due, perché puoi star davvero bene solo se appartieni a un gruppo. Non ho una risposta pronta su quali forme di “praxis”, potenzialmente positive o rivoluzionare, riescano a evitare di essere cooptate, visto che il Capitale è così diabolicamente efficace nel farlo. Un mutamento strutturale di grandi proporzioni è però inevitabile. È molto facile soccombere al pessimismo, persino al nichilismo. Ci sono tuttavia milioni di persone che lavorano a livello locale su soluzioni pragmatiche a problemi globali.

Dominic Pettman

Dominic Pettman

ESTINZIONE DI MASSA TRA ANTROPOCENE E COLONIALISMO

Il suo libro evoca spesso Deleuze e Guattari. Molti epigoni contemporanei di Deleuze stanno imboccando una direzione problematica: l’atteggiamento politico radicale e la netta critica anticapitalistica di Deleuze stanno scivolando in secondo piano, mentre l’apparato teorico deleuziano viene applicato a qualsiasi contesto, spesso in chiave neoliberale e ipercapitalistica. Un ritorno alle intenzioni deleuziane potrebbe offrire una nuova “conoscenza carnale”, ciò che lei definisce “un’educazione rivelatrice e duratura della ridestata intelligenza della carne, [capace] di aprire le porte a nuovi sapori, nuovi ritmi, nuovi gesti, nuovi piaceri e nuove possibilità”?
Sono stato sicuramente influenzato da Deleuze e Guattari nel mio libro e condivido la sua insoddisfazione a proposito della ricezione contemporanea del loro pensiero. C’è però una nuova generazione di intellettuali che si ispira tanto al Poscritto sulle società di controllo così come a Mille piani. Ad esempio, Andrew Culp e tutti coloro che hanno contribuito al numero speciale di The Mole and The Serpent. Personalmente mi sento più un baudrillardiano non dichiarato: vagheggio un mondo che non amplifichi o intensifichi un regime di amore paranoico e privilegiato, ma che coltivi forme di seduzione più eque, indipendenti e ludiche. Ma questa è un’altra storia.

A proposito di filosofi deleuziani: Rosi Braidotti è spesso scettica nei confronti di ciò che definisce il “lamento” e l’“ansia” degli studiosi preoccupati per l’estinzione di massa, per lo sviluppo incontrollato della tecnologia e per l’Antropocene. Per la studiosa italoaustraliana queste sono preoccupazioni tipiche degli uomini bianchi ed eterosessuali con una forte impronta antropocentrica ed eurocentrica: considerando, soprattutto, che l’estinzione di massa è accaduta varie volte a popolazioni indigene, vittime del colonialismo. È anche lei insoddisfatto del dibattito attuale sull’Antropocene? Ci sono approcci decoloniali che potrebbero contribuire in modo stimolante a queste problematiche?
Comprendo e apprezzo la posizione di Braidotti. Siamo entrambi australiani, dopotutto, e intimamente coinvolti nella questione del colonialismo, così come nelle dinamiche complesse degli approcci decoloniali. È anche vero che l’estinzione non è qualcosa di nuovo di per sé e forse sembra particolarmente urgente perché la sua minaccia adesso incombe sui privilegiati della storia, che finora ne sono rimasti immuni. D’altro canto, gli scienziati vanno ascoltati quando cercano di condividere le proporzioni e l’urgenza del disastro. Non c’è un pianeta B: anche io mi sto avvicinando alla disperazione ecologica o alla “melancholia” nel mio prossimo libro, scritto insieme a Eugene Thacker. Il titolo la dice lunga: Sad Planets.

Edoardo Pelligra

Dominic Pettman ‒ Ecologia erotica. Sesso, libido e collasso del desiderio
Edizioni Tlon, Roma 2023
Pagg. 208, € 15,20
ISBN 9788831498845
https://shop.tlon.it/

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Edoardo Pelligra

Edoardo Pelligra

Nato a Catania, vive a Londra e Torino. Ha studiato filosofia in Italia e in Germania, laureandosi in Estetica all’Università di Torino. Si è specializzato in Critical Theory and Gender Studies alla Goldsmiths-University of London, con una tesi sul cinema…

Scopri di più