Il futuro di Genova è nel suo entroterra. Parola all’architetto Francesco Garofalo

C’è la firma di Openfabric sulla “Genova Green Strategy”, il progetto che individua nell’entroterra genovese una risorsa eccezionale per lo sviluppo sostenibile della città. Ne abbiamo parlato con il fondatore di Openfabric Francesco Garofalo

Fra gli oltre 900 Comuni italiani che si apprestano a rinnovare sindaci e consiglieri comunali alle elezioni del 12 giugno c’è Genova. Governata dal 2017 da Marco Bucci, nell’ultimo quinquennio la città è stata protagonista di una delle più dolorose tragedie nazionali. Il crollo di una porzione del Viadotto Polcevera di Riccardo Morandi, il dibattito sulle modalità di intervento sull’opera, la sua demolizione e la successiva costruzione del Genova San Giorgio, con la discussa scelta di Renzo Piano di donarne il progetto, hanno reso il capoluogo ligure un “osservato speciale”, con alterne accezioni. Con l’espressione “Modello Genova” per un certo periodo di tempo si è indicato un potenziale riferimento nazionale nella gestione delle emergenze, da applicare anche altrove. Unica e complessa, la città per iniziare a concepire il proprio futuro ha affidato allo studio Openfabric la redazione di un documento strategico focalizzato sulle “infrastrutture verdi”. Cambiamento climatico, specifiche criticità del territorio locale, ridefinizione del rapporto fra aree urbanizzate e natura sono gli aspetti presi in esame dalla Genova Green Strategy, descritta in questa intervista dall’architetto Francesco Garofalo, fondatore di Openfabric.

Genova Green Strategy, Genova, 2022. Openfabric

Genova Green Strategy, Genova, 2022. Openfabric

FRANCESCO GAROFALO RACCONTA LA GENOVA GREEN STRATEGY

Openfabric ha sviluppato (e recentemente presentato) la Genova Green Strategy, nella quale individuate sei “città nella città”. Quali sono e come siete arrivati a stabilire questa “macro-divisione”?
Uno degli aspetti più importanti della strategia è proprio quello di fornire una nuova interpretazione della città come condizione urbana complessa che racchiude al suo interno molteplici tipologie e anime urbane. Se dovessi descrivere il progetto in una frase, direi che la Genova Green Strategy è un tributo alla complessità di Genova. Genova città in salita, Genova città di mare, Genova città di “crêuze e caruggi”, sono tra le più comuni letture della città: ben colgono alcuni degli elementi più caratteristici ed esemplativi, ma non riescono a comunicare la sua intrinseca complessità. Genova è una città che racchiude altre città al suo interno; non solo le varie forti identità locali dei suoi quartieri, ma morfologie urbane distinte e autonome si avvicendano, raccontando l’incontro e scontro tra il territorio naturale e la città costruita. Genova rifugge semplici interpretazioni perché la sua articolazione racchiude un livello di diversità che sfocia nell’ossimoro urbano. Genova è anche il contrario di se stessa. La strategia identifica sei città dentro la città, una macro-divisione che fa emergere inaspettate analogie tra porzioni urbane anche distanti fra loro, diventando strumento fondativo per proporre linee guida comuni.

Entriamo nel dettaglio della Genova Green Strategy. In quale modo si punta a risolvere alcune “croniche” fragilità del contesto urbano genovese, provando ad arginare l’impatto del cambiamento climatico?
La fragilità del territorio genovese è nota; le tante e tragiche esondazioni dei torrenti, anche recenti, comunicano senza compromessi l’impellente necessità di rimediare a un difficile, se non irrisolto, rapporto tra urbanizzazione e territorio. La morfologia acclive, un’accentuata piovosità che si manifesta in fenomeni sempre più intensi e una diffusa instabilità di versante hanno incontrato una cementificazione smodata, la regimentazione indiscriminata dei torrenti e scelte urbanistiche sbagliate. La questione deve essere ed è affrontata dal punto di vista idraulico e infrastrutturale, ma le opere idrauliche, gli scolmatori, realizzati e in via di realizzazione, non possono non andare di pari passo con un nuovo progetto di città che sia performativo e culturale. Un progetto che diminuisca il rischio, ma anche un nuovo patto tra la città e il suo territorio.

E quindi da dove partire per sancirlo?
Come magnificamente descritto da Renzo Rosso in Bisagno. Il fiume nascosto, Genova sembra dare le spalle ai suoi torrenti, a lungo negletti se non quando diventano fonte di pericolo, chiusi tra argini di cemento e coperti da strade. L’interpretazione di Genova come un moscaio di sei città individua aree urbane che condividono potenzialità ma anche fragilità territoriali: la città in pianura, il rischio di allagamenti, la città in salita, l’instabilità di versante, per esempio. Genova Green Strategy considera il territorio come parametro principale per decifrare la città. È una lettura fortemente progettuale, in quanto a simili condizioni corrispondono una serie di azioni condivise. Le line guida sono strumenti introdotti per mitigare i rischi ambientali, capaci di agire dalla grande scala dei sistemi torrentizi fino alla piccola scala di micro-interventi puntuali.

Città di mare, storicamente legata al suo porto, nella vostra visione Genova potrebbe riscrivere il proprio rapporto con l’entroterra con una serie di “portali”. Di cosa si tratta nel dettaglio?
Petrarca ha raccontato Genova come “signora del mare”, soffermandosi sulla caratteristica topografia “coronata da aspre montagne”. Se la città deve una parte fondamentale della sua identità e della sua economia al mare, la Genova Green Strategy vuole potenziarne il collegamento con l’entroterra, con le colline, con il patrimonio boschivo di enorme estensione che la contorna. I portali sono spazi di varia natura che servono a collegare la città con il suo entroterra: da veri e propri parchi alla riqualificazione di altri esistenti; dall’identificazione del complesso sistema delle fortificazioni militari (i forti) alla valorizzazione dell’acquedotto storico. Questi interventi formano un articolato sistema di accesso, con l’obbiettivo di valorizzare la città oltre la sua anima portuale e marina.

C’è una Genova che conosciamo molto poco, dunque…
L’entroterra genovese per tanti aspetti rappresenta un patrimonio sottovalutato: le enormi potenzialità di una porzione di territorio naturale accessibile a ridosso del tessuto urbano, il suo inestimabile valore di polmone verde con la sua capacità di assorbire CO2, il suo patrimonio culturale e un potenziale turistico ancora poco sviluppato. I portali sono dispositivi spaziali che potranno collegare la città alle sue “aspre montagne”, interventi per cambiare la percezione di Genova come esclusiva città di mare, interventi dal valore pratico e concreto, ma capaci anche di valorizzare l’enorme capitale intangibile e identitario dell’area interna.

Into the Wild, The Hague, 2015. Openfabric. Photo Francesco Garofalo

Into the Wild, The Hague, 2015. Openfabric. Photo Francesco Garofalo

LO SPAZIO PUBBLICO COME GENERATORE DI OPPORTUNITÀ

Nel manifesto programmatico della vostra pratica citate la “colonizzazione spontanea“. Potrebbe essere un principio applicabile alle diverse latitudini in cui operate?
Nella progettazione degli spazi pubblici ci guida la volontà di creare spazi inclusivi, dove ognuno possa scegliere come vivere la propria città secondo i propri desideri e interessi. Gli spazi aperti delle città alle nostre latitudini tendono sempre di più ad assomigliarsi l’uno con l’altro. Standard urbanistici, prescrizioni e regole spesso sovradimensionate, che dietro a parole come “decoro, sicurezza e controllo” nascondono una scarsa volontà di assumersi responsabilità e, in altri casi, si tramutano in strumento operativo di esclusione. Il risultato è spesso desolante: spazi monotoni con poco da fare. A questa tendenza si unisce un atteggiamento piuttosto diffuso tra i progettisti di voler prevedere e decidere come uno spazio pubblico sarà utilizzato dalle persone, proponendo soluzioni che si fondano sulla determinatezza funzionale: decidere arbitrariamente i possibili usi, escludendone altri. Ad altre latitudini, solitamente più basse, una più rarefatta progettazione dello spazio aperto genera scenari di autodeterminazione e di utilizzo creativo dello stesso, oltre a dinamiche informali estremamente interessanti. Le sedie spostate da una abitazione allo spazio pubblico antistante, oppure playground improvvisati con gli oggetti disponibili e inventando regole sono sintomatici di come si possa pensare uno spazio pubblico dove tutti i fruitori possano essere protagonisti attivi, e non passivi utilizzatori di paesaggi sovra-regolamentati e ripetitivi.

Quali i vantaggi ottenibili da quello che definite come “l’uso libero e creativo dello spazio urbano seguendo i propri bisogni e desideri“?
Openfabric propone spazi pubblici come generatori di opportunità, e non vincoli da seguire. Ed è così che immagino le città, catalizzatori di identità dove ognuno può scegliere e interagire con cose e persone, spazi di incontro ma anche spazi di conflitto, dove tutti possano essere coprotagonisti nel palcoscenico urbano, senza esclusioni. Il termine “colonizzazione spontanea” fa riferimento alla capacità di insediarsi in nuove aree; è un termine preso in prestito dalla biologia ed è svuotato dall’accezione negativa che gli ha dato la storia umana. Progettiamo spazi che tutti possano colonizzare, spazi di diffusione e integrazione con le comunità locali, spazi per nuove ecologie.

Valentina Silvestrini

http://www.openfabric.eu/

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Valentina Silvestrini

Valentina Silvestrini

Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. È cocuratrice della newsletter "Render". Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito…

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