Le mancate reazioni al crollo del Ponte Morandi a Genova rispecchiano l’andamento di un Paese che non è più in grado di rimettersi in gioco dopo una grande tragedia.

Farsi del male due volte. Morire e poi, invece di rinascere, morire ancora. Ormai l’andazzo è questo e bisognerebbe rifletterci profondamente. Anche perché non è sempre stato così. Tutta la storia d’Italia è puntellata di catastrofi e di reazioni a queste catastrofi. Reazioni per lo più all’insegna del bello, dell’innovazione, della sfida urbanistica, del tentativo di andare oltre, dell’ambizione di far meglio di quello che c’era prima. Quando questo meccanismo si ferma, un Paese muore. Se c’è stato un disastro che ha mietuto vittime, muore due volte.
L’andazzo è cambiato, dicevamo. E non è cambiato da oggi, peraltro. Il cambiamento è in corso e, a quanto sembra, sta peggiorando via via. Il terremoto de L’Aquila dieci anni fa è un primo step, poi Amatrice, ora Genova. Drammi collettivi che, in fase di ricostruzione, avrebbero dovuto generare nuove opportunità e idee di futuro, ma tutto rimane intellettualmente impantanato a causa del micidiale mix di polemiche e mancanza totale di visione pubblica e civica.
Il crollo del Viadotto sul Polcevera a Genova è la tragedia italiana del 2018. Pianti i morti, individuati i primi responsabili, avviati gli eventuali processi e definite le titolarità politiche sulla ricostruzione, questa storia si doveva trasformare in una grande opportunità di profonda e radicale rigenerazione urbana di un pezzo strategico e cruciale di territorio, di una porzione significativa di Genova, di una architettura iconica e simbolica per il Paese. Da quelle porzioni di calcestruzzo venute giù doveva germinare non solo un dibattito nazionale (cosa fare del cemento armato che da qui a pochi anni arriverà a fine ciclo vitale? Davvero ha senso demolire gli attuali monconi del ponte crollato invece di ricostruire la parte venuta meno?), ma un’idea progettuale unica. Ferma restando la necessità di una viabilità provvisoria, da implementare immediatamente, il nuovo ponte doveva essere motivo di mobilitazione architettonica planetaria, doveva essere la giusta “scusa” per catalizzare su Genova l’attenzione di tutti i più grandi progettisti del mondo.

Questa storia si doveva trasformare in una grande opportunità di profonda e radicale rigenerazione urbana di un pezzo strategico e cruciale di territorio, di una porzione significativa di Genova, di una architettura iconica e simbolica per il Paese”.

Così non è avvenuto e non avverrà. Una fin troppo tempestiva proposta progettuale di Renzo Piano ha finito per interrompere qualsiasi evoluzione in quella direzione. In mancanza di una lucidità e di una capacità di visione della politica (il nostro Ministro delle Infrastrutture è Danilo Toninelli e non c’è probabilmente nulla da aggiungere), l’uscita estemporanea di Piano è stato l’unico appiglio a cui alcuni amministratori si sono attaccati. Autostrade per l’Italia ci è saltata sopra, maldestramente presentando il progetto, trasformatosi in pochissimi giorni in una maquette; il presidente della Regione Liguria idem; la spaccatura col Governo si è fatta ancor più profonda. Invece di architettura, progetto, visione, arte, urbanistica, rigenerazione si è passati alle polemiche, alle minacce, a Toti che paventa le sue dimissioni e a Di Maio (anche qui, come per Toninelli, c’è davvero poco da aggiungere) che, pur di soddisfare la pancia dell’elettorato, annuncia “brutte sorprese” per il gestore autostradale. Un’opportunità potenziale è stata trasformata in una gravissima occasione mancata e annegata nelle polemiche più sciocche e più basse. Come se non bastasse, il ponte proposto da Piano non muove nessun immaginario, propone soluzioni scontate, banali, senz’altro utili ma non magiche. Ci voleva un simbolo, ci voleva una nuova identità, ci si limita a fare un ponte. Un ponte rassicurante.

Oggi il ponte di Renzo Piano rischia di essere il monumento perfetto di un Paese in declino, triste, rancoroso, impaurito, portato ad accontentarsi, orientato al meglio-che-niente”.

Negli Anni Sessanta il viadotto progettato da Riccardo Morandi aveva regalato a Genova uno slancio, aveva risolto brillantemente dei problemi di viabilità, aveva consentito lo sviluppo del porto, rappresentava uno step di evoluzione di un Paese che non si accontentava di essere quello che era e che aveva la ferma volontà di crescere e giocarsela con gli altri Paesi occidentali. Oggi il ponte di Renzo Piano rischia di essere il monumento perfetto di un Paese in declino, triste, rancoroso, impaurito, portato ad accontentarsi, orientato al meglio-che-niente. Pare che altri progettisti di grandissimo livello, da tutto il mondo, abbiano chiesto notizie su come partecipare all’eventuale concorso per la ricostruzione. “C’è Piano, che è genovese…”, sarebbe stata la risposta da parte della Regione Liguria. Utilizzare uno dei più grandi architetti italiani di sempre come totem del provincialismo: anche questo siamo riusciti a fare.
L’Italia, incapace di manutenersi e di pianificare in anticipo, è quantomeno sempre stata fantastica nelle emergenze, uscendone solitamente alla grande, più bella di prima. Se neppure più questo siamo capaci di fare, se neppure i ponti servono più a unire, a rilanciare e ad affermare maestria, l’acre odore di declino che si annusa rischia di diventare permanente.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #45

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.
  • Federico

    Con tutto il rispetto per Morandi, per i morti, per Genova, per questo articolo, ma il ponte crollato era il simbolo di un periodo, il dopoguerra, fatto di estrema bruttezza, di corruzione, di arricchimento esagerato. Mi spiego meglio. L’esplosione demografica, lo sviluppo economico, ha generato un’accelerazione incredibile, una velocità eccezionale nello sviluppo di ogni cosa, ingegneria, edilizia in genere, periferie gigantesche, ponti enormi sopra palazzine giganti, tutto era sproporzionato. Come tutti voi lettori di Artribune saprete, la bellezza è frutto di proporzioni. Io non ne vedevo a Genova. Passando sopra quel ponte vedevo cose orribili. Sia chiaro che mai avrei voluto vedere crollare un ponte. Ma quando leggo “Negli Anni Sessanta il viadotto progettato da Riccardo Morandi aveva risolto brillantemente dei problemi di viabilità” mi infastidisco parecchio. Di brillantezza in una costruzione gigantesca in calcestruzzo armato che passa sopra le case non c’è traccia. Perdonatemi ma gli anni 60, 70 e 80, si sono gettate le basi per una società orrenda e il disagio che viviamo oggi è frutto di quegli anni. Periferie orrende, aree industriali altamente inquinanti, eccetera eccetera eccetera. Cordialmente. Federico Mazza

    • Sara Bersani

      Hai solamente ragione

  • Danila

    Leggo “L’Italia, incapace di manutenersi e di pianificare in anticipo, è quantomeno sempre stata fantastica nelle emergenze, uscendone solitamente alla grande, più bella di prima.”.
    Non sono d’accordo, non siamo “usciti alla grande” dal terremoto dell’Irpinia o da quello del Belice ad esempio. A Gibellina c’è il Cretto di Burri ma Gibellina Nuova non è certo un esempio di bellezza e di buone idee progettuali. Penso che l’Italia sia sempre la stessa da almeno 50 anni…

  • Novella