La nuova Piazza Municipio a Napoli. Grandeur fuori tempo massimo?

È partita una vistosa querelle a Napoli con la riapertura di Piazza Municipio, “liberata dai cantieri” della metro dopo qualcosa come due decenni. Qui riflessioni e una proposta

Napoli, piazza Municipio. Photo courtesy Mario Coppola
Napoli, piazza Municipio. Photo courtesy Mario Coppola

Finalmente piazza Municipio è stata liberata dalle transenne che per troppo tempo l’hanno trasformata in un labirinto stretto tra pannelli di metallo. Dal cantiere emerge una grande piastra pedonale in pietra lavica che accompagna Napoli dal municipio fino a via Acton, il limite fisico tra la città e il porto. Intenzione di Álvaro Siza, uno dei maestri assoluti dell’architettura contemporanea, era dar vita a un ambiente fortemente direzionale, capace di ricreare la connessione smarrita tra Napoli e il mare: piazza Municipio come un grande asse urbano, tracciato lineare che, restringendosi, punta la stazione marittima da palazzo San Giacomo (ovvero la sede del Comune). Questo il motivo del grande segno in marmo bianco che attraversa longitudinalmente l’intero piazzale, una “freccia” che funziona da presa d’aria per la galleria sottostante (quella che dal porto conduce direttamente alla metropolitana) e che, mirando alla scintillante Fontana del Nettuno, restituisce un carattere monumentale a tutto l’insieme. È per questo che la grande lastra è stata disegnata liscia, sgombra, senza prati (a differenza di com’era prima), con pochissimi alberi come pietre preziose di una collana (due filari radi e discontinui, cioè meno della metà persino di quelli che si vedevano in qualche rendering, disposti su 4 fitti filari) e pochissimi – ma elegantissimi – arredi urbani. Un’immagine pura e raffinata, vestita del bel grigio pietra, che ricorda i magnifici boulevard parigini e gli spazi senza tempo di Roma.

Napoli, piazza Municipio. Photo courtesy Mario Coppola
Napoli, piazza Municipio. Photo courtesy Mario Coppola

PIAZZA MUNICIPIO DI NAPOLI SENZA GLI ALBERI

Al netto delle miriadi di restrizioni e cambiamenti dovuti a quell’immenso tritacarne fatto di enti, leggi e interessi conflittuali attraverso cui è costretto a passare un progetto in Italia, e per quanto sia evidente che la piazza del Municipio aspiri a una certa monumentalità, resta però una domanda: siamo proprio sicuri che l’architettura abbia ancora, esattamente come duecento anni fa, l’esclusivo compito di rappresentare la grandezza della civiltà intesa come trionfo dell’artificio – se ne esiste uno – sulla natura? E, se pure la risposta fosse affermativa, siamo sicuri che ne abbia ancora il diritto e le forze? Piazza Municipio è lunga, da palazzo San Giacomo fino a via Acton, quasi 400 metri, ed è larga mediamente circa 7, senza contare l’immenso scavo che divide la piastra da Castel Nuovo, altri 30 metri, per un totale di circa 100. Un’area complessiva di oltre quarantamila metri quadrati lastricati in lavica scura privi di elementi ombreggianti che nel mese di luglio si trasformeranno in una brace. Non è difficile immaginare che percorrerla in estate – e a Napoli l’estate dura sei mesi l’anno e durerà sempre più a lungo, ahinoi – non sarà gradevole per niente. E probabilmente, con buona pace dell’eleganza, verrà poca voglia di utilizzare anche quelle rare panche in marmo. Così, la scena a cui si rischia di assistere più frequentemente, sarà quella di persone che scappano dall’enorme vuoto come formiche, accelerando e imprecando per il caldo sahariano – o per le piogge tropicali dell’inverno.

CRISI CLIMATICA E ARCHITETTURA CONTEMPORANEA

Forse allora è il caso di domandarsi se, nel terzo millennio, il ruolo dell’architettura, a partire da quello simbolico di luoghi come questo, non vada un po’ aggiornato. Partendo dal presupposto che l’architettura, come tutte le arti, nasce da un intreccio di desideri, fantasie, bisogni e tecnologie e che, dunque, quando è onesta, fa i conti con le necessità del proprio tempo, fosse anche solo per rappresentarle. E il nostro tempo, che non a caso si chiama Antropocene, è segnato da una rivoluzione: quella della presa d’atto che gli equilibri della Terra sono stati – da noi – scardinati e che sarebbe davvero arrivato il momento di fare retromarcia, sforzandoci di fare qualcosa per proteggere quei pochi rimasti e di rigenerare quelli perduti. Anche a costo di rinunciare a una parte delle nostre comodità e abitudini.
E allora, da questa prospettiva, prati e alberi non possono più essere considerati come decorazioni da dosare a gusto, in nome di un’autonomia dell’architettura e della città che la crisi ambientale ha messo definitivamente in scacco. Il re non solo è nudo, ma danza ubriaco sulle rovine di un’acropoli per metà sommersa dal mare. E gli esseri umani non possono più permettersi il lusso di passeggiare sui marmi dei templi: non sono divinità, sono forme di vita che hanno disperatamente bisogno di tutti gli altri viventi per stare al mondo. Soprattutto degli alberi. E forse è proprio questa interdipendenza e connessione profonda che può candidarsi ad essere la cifra di questa epoca, dal momento che è su questo legame – e soltanto su questo – che possiamo contare per provare a ripristinare la neghentropia e la biodiversità cancellate, per combattere l’innalzamento delle temperature, per assorbire la nostra co2, ma soprattutto per stare bene noi e far stare bene l’intera biosfera.

UNA FORESTA NEL CUORE DI NAPOLI?

Ecco perché, anche se le transenne sono state smontate, Piazza Municipio non è ancora finita: usiamola come un’elegantissima infrastruttura su cui far crescere una foresta curata dai cittadini di Napoli. Teniamo a mente che anche le foreste hanno i loro spazi e che, fortunatamente, anche le radure e le aperture improvvise tra i rami possono commuovere; soprattutto se, come insegna la High Line di New York, sono fisicamente intrecciati coi luoghi della nostra memoria collettiva. Magari potremmo farlo piantando alberi in arredi stampati in 3d con la plastica di cui sono invase le spiagge, trasformando il grande vuoto antracite in un ecosistema le cui radici sono comode panche e le cui chiome proteggono le nostre chiacchierate.

-Mario Coppola

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