Inaugurato pochi mesi fa a Rimini in diversi luoghi della città felliniana, il museo intitolato al grande regista ne evoca l’immaginario anche negli allestimenti. Combinando grandeur e sobrietà

La gloria è diventare un aggettivo. Fellini ad esempio lo è diventato. “Felliniano”, o “felliniesque” se volete, evoca più che un personaggio, un mondo da lui creato. Un mondo inimitabile, composto di sogni e verosimiglianze di provincia, di umanità e cialtroneria, di miti presi dal quotidiano tra le strade di un’Italia che a bene vedere non è del tutto cambiata. Un mondo fatto di frammenti iconici che tendono alla caricatura, d’altronde lo stesso Fellini è stato un abile caricaturista di un giornale satirico molto popolare nell’immediato dopoguerra, il Marc’Aurelio. Frammenti che compongono un mondo magico che ha stregato molti ma che poi è imploso su se stesso, perdendo quella capacità di tenere miracolosamente insieme l’alto e il basso, il sofisticato con il volgare.

Museo Fellini, Rimini © Lorenzo Burlando
Museo Fellini, Rimini © Lorenzo Burlando

IL MUSEO FELLINI A RIMINI

Tutto ciò rivive nel museo di Rimini dedicato al regista, curato da Studio Azzurro e allestito da Orazio Carpenzano con Studio Dismisura e ADTP Architetti, mentre a Marco Bertozzi e Anna Villari sono stati affidati i contenuti. Il museo non ha una sede unica, ma è disseminato in diversi luoghi della città: a Castel Sismondo, il complesso monumentale edificato da Sigismondo Malatesta; a Palazzo Valloni (dove al piano terra c’era il cinema immortalato in Amarcord), e a Piazza Malatesta. Chiaro è l’intento dei curatori e dei progettisti: restituire Fellini alla sua città, incontrarlo nei suoi esterni e nei suoi interni, come se il tutto fosse un momento di quelle feste di paese amate dal regista a cui non a caso lo stesso dedica le prime scene di Amarcord. L’allestimento delle diverse zone in cui si articola è tenuto insieme dalla stessa strategia: alleggerire gli spazi esistenti (gli autori usano il termine “denudare”) per colonizzarli con le abbondanti e iconiche figure dell’immaginario felliniano, con le sue ossessioni fatte di personaggi estremi: grandi icone che così tornano nei luoghi da cui provengono, nella loro sede originaria.

Museo Fellini, Rimini © Lorenzo Burlando
Museo Fellini, Rimini © Lorenzo Burlando

L’ALLESTIMENTO DEL MUSEO FELLINI

Da notare il fatto che l’allestimento (e questo è uno dei suoi pregi) non entra in competizione con le immaginazioni di Fellini, ma le ambienta senza mimare il linguaggio del maestro. C’è un momento di 8 e mezzo in cui Fellini bambino si aggira per il collegio solitario e pieno di luce di tarda primavera e lì il suo sguardo è come rapito dalle architetture barocche e velatamente funeree dei confessionali. Sembrerebbe questa l’architettura amata da Fellini, ma i confessionali, come altre architetture cariche di segni e significati, sono ingombranti come lo sono i personaggi caricaturali del maestro. Così, per non scendere nel paradosso di allestire il carico con il carico, il kitsch con il kitsch, i progettisti scelgono un linguaggio che parte dalla sobrietà del moderno e poi, con poche mosse, sospingono questa sobrietà facendola affacciare sulla sarabanda del mondo felliniano. Figure ambientate su degli sfondi che non mimano ma contribuiscono a evocare un mondo che per metonimia è andato a corrispondere, almeno in parte, alla città in cui questo nome è nato e ha vissuto quell’infanzia e quella adolescenza che noi tutti conosciamo attraverso la sua arte.

Valerio Paolo Mosco

Dati correlati
Spazio espositivoFELLINI MUSEUM
IndirizzoPiazza Malatesta, 47900 - Rimini - Emilia-Romagna
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Valerio Paolo Mosco
Laureato in Architettura a Roma (1992), Dottorato di Ricerca in Progettazione Architettonica (2005-2008). È stato contrattista presso lo Iuav nel Dipartimento di Progettazione Architettonica dal 2002 al 2005. Ha insegnato presso all’Illinois Institute of Technology (IIT) a Chicago (2006); presso la Facoltà di ingegneria di Brescia (2007-2008); presso lo Iuav di Venezia (corsi di: Progettazione architettonica, Caratteri tipologici e Morfologici, Teoria dell’architettura e in due workshop estivi). Ha insegnato al Politecnico di Milano Storia dell’architettura italiana (corso in inglese) e presso lo IED di Roma. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali ed internazionali risultando vincitore del Concorso Europan 4 ad Osjek in Croazia (1997, con Andrea Stipa) e nel Concorso per la Nuova Sede Wind di Roma (2000, con Aldo Aymonino e Officina 5) e vincitore del Concorso per la Scuola d’infanzia a Galcetello a Prato (2008, con Andrea Stipa). È autore dei seguenti libri: Architettura a Zero Cubatura: il progetto degli spazi pubblici (con Aldo Aymonino, Skira, 2006, edizione italiano, inglese, francese); Valerio Paolo Mosco, 2003/2005: Scritti (Edilstampa, 2006). Archiettura Contemporanea, Stati Uniti – West Coast e Archiettura Contemporanea, Stati Uniti – East Coast, (Motta Edizioni Sole 24 Ore, 2008-2009, edizione italiano e francese). Steven Holl (Motta Edizioni Sole 24 Ore, 2009, edizione italiano e inglese). Sessant’anni di ingegneria in Italia e all’estero (Edilstampa, 2010); Nuda Architettura (Skira, 2012, edizione italiana e inglese), Ensamble Studio (Edilstampa, 2012). Nel 2008 per l’Enciclopedia Italiana Treccani ha redatto la voce “Città e Spazio Pubblico”. Ha pubblicato diversi articoli per l’Industria delle Costruzioni, Area, Progetti e Concorsi, Abitare e Lotus.