Riceviamo e pubblichiamo la riflessione a più voci delle architette Katia Accossato, Katia Fucci, Marialuisa Palumbo e Francesca Perani sulla parità di genere e sulla necessità di cambiare. Magari proprio a partire dalla professione architettonica.

Fare architettura è difficile, si sa. Quello che meno si sa è che se si è femmina, e quindi architetta, è ancora più difficile. Pausa. Perché qualcuno (e qualcuna) avrà già storto il naso. Architetta? Che brutta parola! Molti, con la retorica del “mansplaining” (un doveroso ringraziamento a Rebecca Solnit per aver coniato questo termine per indicare le spiegazioni paternalistiche degli uomini alle donne), sostengono che il termine “architetta” ci svaluterebbe. Qualcuno, anche, si spinge sino a suggerirci come sarebbe giusto chiamarci. A chi vorrebbe fermare noi, la storia e l’evoluzione della lingua, dunque rispondiamo: la mancanza del femminile nelle professioni altro non è che l’indice di ciò che è stato e che deve cambiare (e che in Italia continua a non cambiare). È una mancanza che esprime esclusione e che perciò va ribaltata affermando (in sintonia con l’Accademia della Crusca) un uso non discriminatorio della lingua.

DONNE AL CENTRO

Già nel XVII secolo, il filosofo francese Poulain de la Barre scriveva: “Tout ce qui à été écrit par les hommes sur les femmes doit étre suspect car ils son à la fois juge et partie”. Ovvero: “Tutto ciò che è stato scritto dagli uomini sulle donne deve essere sospetto perché essi sono sia giudice che parte in causa”. Alle giovani architette e future colleghe diciamo: non importa quanto sarete brave, o quanto meriterete la maglia da titolare, dovrete sgomitare il triplo affinché vi sia riconosciuto un posto in panchina. Quando l’avversario è anche arbitro, c’è poco da giocare. È arrivato il tempo di cambiare. È arrivato il tempo di fare-spazio: di accogliere, includere, studiare, nominare le architette (e le donne in generale). È arrivato il tempo di cambiare l’uso del linguaggio. Non solo pronunciando (e favorendo la diffusione di) tutte le possibili “A” ‒ per tutti i ruoli e per le cariche apicali nella società, come ministra, sindaca, assessora etc. ‒, ma anche, e più in generale, di non accettare più alcuna violenza verbale. Perché certi commenti non sono semplicemente fuori-luogo, ma sono (propriamente) sessisti: cioè basati sulla discriminazione sessuale.
Alexandria Ocasio-Cortez, giovanissima politica statunitense, in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, proponente del “green new deal” (e figlia di un architetto del Bronx), è recentemente balzata alla ribalta della cronaca per essersi difesa nella Camera dei rappresentanti di New York contro le offese sessiste di un anziano collega maschio. Con Alexandria diciamo: è tempo di dignità e rispetto. È tempo di parità, niente di più, ma niente di meno.

Una bibliografia per immagni. Courtesy RebelArchitette
Una bibliografia per immagni. Courtesy RebelArchitette

RISCRIVERE LA STORIA

Facendo un salto negli Anni Sessanta del secolo scorso, fu June Jordan, l’attivista poetessa-filosofa del movimento per la “giustizia ambientale urbana”, a collaborare con un noto “inventore di spazi” (Buckminster Fuller) per un progetto ad Harlem. June aveva messo in discussione la rigidità cartesiana della griglia newyorkese la cui monotonia limitava il piacere della prospettiva e della sorpresa. L’inesorabilità e l’inevitabilità del modello della griglia avrebbero dovuto lasciare spazio a una teoria che promuovesse spazi con una predilezione per l’esperienza percettiva, che accogliessero la libertà di movimento, uno spazio ricettivo aperto ma nello stesso tempo anche “rifugio”. Quanto nelle scuole di architettura avete sentito parlare di questa donna di colore che era arrivata a proporre nuovi modelli di coinvolgimento dei cittadini nella pianificazione, utilizzando la tecnica raccontata in Poetry for people, una poesia esplorativa a uso delle comunità? Sempre all’inizio degli Anni Sessanta, vengono pubblicati due libri rivoluzionari: Vita e morte delle grandi città di Jane Jacobs (1961) e Primavera silenziosa di Rachel Carson (1962). Entrambe, Jacobs e Carson, avevano al centro della loro ricerca e del loro attivismo il tema della comunità e dell’ambiente. Che posto hanno queste donne nella nostra didattica, nella nostra cultura e vita urbana? È arrivato il momento di riannodare i fili della storia e di divulgarli con un linguaggio appropriato. È arrivato il momento di denunciare i soprusi e le consuetudini.

ITALIA, DONNE E ARCHITETTURA

MaschioArchitettura la definiscono le attiviste di RebelArchitette, che dal 2017 segnalano quanto sia ancora presente una cultura misogina nei confronti delle professioniste. Come lo dimostrano? Con statistiche e segnalazioni di quanto avviene ogni giorno. Una continua e irrefrenabile esposizione esclusivamente maschile di speaker in eventi, giurie, workshop, ambienti didattici. Nel corso del 2017 e 2018 RebelArchitette ha stimato che il 37% di oltre 400 eventi organizzati da enti pubblici e privati ha ospitato soli relatori uomini, con un numero di speaker che in alcune conferenze raggiungeva i 20 invitati. Nel 2020 la situazione non è migliorata. Qualche mese fa, il Consiglio Nazionale degli Architetti, Paesaggisti e Conservatori ha incaricato una commissione scientifica di soli uomini per riflettere sulla ripartenza dell’architettura post Covid. “Progettiamo insieme il futuro”, un futuro espresso da un solo sguardo, maschio, bianco e per giunta non giovane. È dello scorso giugno la conferenza organizzata da Inarcassa con 16 interventi al maschile “Il ruolo del professionista nel rilancio economico dell’Italia”. Di luglio la composizione delle giurie regionali del Premio In/architettura organizzato dall’INARCH (Istituto Nazionale di Architettura) insieme all’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili), dove un preoccupante numero di eccellenti giurati, suddivisi in regioni, non sembra sentirsi a disagio nel comporre giurie tutte al maschile.

RebelArchitette, Architette Women Architects. Courtesy RebelArchitette
RebelArchitette, Architette Women Architects. Courtesy RebelArchitette

EVIDENZIARE LA MANCANZA DELLE DONNE

Eppure, continuiamo a sentirci dire: “Ma perché parlare ancora di uomini, donne e differenza di genere? Quello che fa la differenza (vera) non è forse la qualità della persona (neutrale), le sue competenze rispetto al ruolo, al panel, alla commissione?” Ribadiamo allora che in un mondo ideale certamente sì. In un mondo in cui uomini e donne venissero da, e vivessero in, una situazione di eguaglianza e parità, il problema di genere non esisterebbe. Tuttavia, la storia da cui veniamo, e in cui ancora oggi viviamo, è una storia diversa, di esclusione e sopraffazione. Una storia (millenaria) di silenzio forzato. Un silenzio per uscire dal quale occorre ancora lottare perché, nonostante le battaglie e i passi avanti, il divario di genere resta ancora enorme. In Italia più che altrove. Come uscire dunque dal (gender) gap? Innanzitutto continuando a vedere e misurare la distanza. Continuando a vedere la nostra mancanza, la mancanza delle donne nelle storie (del pensiero, della letteratura, della scienza), sui libri su cui cresciamo, nei panel cui assistiamo, nelle commissioni, comitati, consigli, corti, parlamenti, e così via. Imparando ad additare questa mancanza come un problema che va nominato, affrontato e superato, ricostruendo, o meglio progettando, situazioni di pari opportunità.

P.S. Imparando, anche, a vedere e additare i soprusi verbali espressi con assoluta naturalezza e senso di onnipotenza nelle piazze reali e virtuali anche e soprattutto da uomini (pre)potenti, i cui post online si possono però facilmente segnalare per contenuti inappropriati, offensivi o vere e proprie incitazioni all’odio.

Katia Accossato, Katia Fucci, Marialuisa Palumbo e Francesca Perani

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