Alla vigilia dell’apertura dell’ottava UABB ‒ Urbanism and Architecture Bi-City Biennale of Hong Kong and Shenzhen, i due curatori della mostra “Eyes of the City”, una delle due sezioni principali dell’appuntamento, illustrano premesse e peculiarità del progetto espositivo. A partire dall’inserimento di una piattaforma per il riconoscimento facciale.

Carlo Ratti, architetto, ingegnere e professore al MIT, e Michele Bonino, Professore Associato del Politecnico di Torino, guidano il team curatoriale della mostra Eyes of the City. Si tratta di una delle due sezioni principali di UABB 2019, la Biennale di architettura e urbanistica di Hong Kong e Shenzhen pronta al debutto questo fine settimana. L’ottava edizione della kermesse cinese, considerata l’evento di settore in grado di attrarre il maggior numero di visitatori su scala globale, analizza il tema delle interazioni urbane. Oltre a Eyes of the City, tra gli appuntamenti salienti anche la mostra Ascending Cities, a sua volta curata dall’accademico cinese Meng Jianmin e dal critico d’arte italiano Fabio Cavallucci, che proprio ad Artribune, nei mesi scorsi, aveva anticipato i contenuti del progetto.

L’INTERVISTA A RATTI E BONINO

Avete definito la forma di curatela adottata per Eyes of the City come “open curatorship”. Oggi come valutereste questa scelta di metodo, preceduta da un bando pubblico rivolto a diverse professionalità?
Michele Bonino: Crediamo che i temi legati a tecnologia e città siano sempre più importanti non solo per gli esperti, ma per l’intera società. Per questo abbiamo scelto un approccio “open source” alla curatela della Biennale, capace di stimolare un dibattito trasversale. Volevamo anche fare in modo che tra i partecipanti ci fosse un generale equilibrio: non solo tra ricercatori, progettisti e teorici, ma anche tra professionisti affermati, che di solito vengono invitati per chiamata diretta, ed emergenti. I diversi ambiti di provenienza (distribuiti in modo simile tra Asia, America ed Europa) permettono inoltre di guardare a temi così complessi con una prospettiva ampia e trasversale.

UABB ‒ Urbanism and Architecture Bi City Biennale of Hong Kong and Shenzhen 2019. Urban Witness. The transformation of Shekou Fishing Port INTACT STUDIO, Ai Deng, Li Lipeng
UABB ‒ Urbanism and Architecture Bi City Biennale of Hong Kong and Shenzhen 2019. Urban Witness. The transformation of Shekou Fishing Port INTACT STUDIO, Ai Deng, Li Lipeng

La scansione facciale negli info point progettati da MVRDV e, dunque, la presenza di meccanismi di riconoscimento facciale in Eyes of the City, sta alimentando la curiosità attorno al progetto. Quali ragioni vi hanno condotto verso questa scelta?
Carlo Ratti: Il tema della Biennale – Eyes of the City, che si ispira alla famosa frase di Jane Jacobs Eyes on the Street – si propone di indagare come sarà la vita in città – o campagne, dato che le reti di sensori sono ormai onnipresenti – capaci di rispondere in tempo reale ai cittadini. In questo contesto, il riconoscimento facciale costituisce una delle tecnologie più controverse. Da un lato lo usiamo giornalmente per sbloccare i nostri smartphone e, negli Stati Uniti, per fare il check-in aeroporto e la spesa nei supermercati tipo Amazon Go. Dall’altro, in molte parti del mondo sta diventando uno strumento di controllo dei cittadini da parte di grandi aziende o governi. Proprio per questi motivi ci sembrava doveroso metterlo in mostra, e stimolare un dibattito critico. Nell’installazione di MVRDV, ad esempio, per la prima volta in assoluto saranno i visitatori a decidere se vogliono fare opt-out (indossando un piccolo sticker) – maturano quindi una consapevolezza maggiore sulla propria autonomia assumendone il controllo.

Prevale una certa diffidenza, ma andrebbe rilevato che una città “in grado di vedere i suoi abitanti” può contribuire a rendere più sicura l’esistenza individuale, migliorandola sul fronte della salute, della mobilità, della gestione delle calamità naturali. Quali rischi e quali risorse, dunque, per i comuni cittadini?
Carlo Ratti: Indubbiamente la capacità della città di monitorare la vita che si svolge al suo interno può avere applicazioni interessanti. Molte di esse vengono usate quotidianamente: pensiamo a tutte le volte in cui apriamo Google o Apple Maps per vedere se c’è traffico in strada. Bene, quei dati provengono dal monitoraggio dei cellulari di altri cittadini. E che altri cittadini beneficeranno lo stesso giorno di dati provenienti dal nostro monitoraggio. Questo esempio spiega bene la domanda chiave: quali compromessi siamo pronti ad accettare in termini di privacy? È questa la domanda che esplorano la maggior parte dei progetti in mostra alla Biennale, seguendo utopia, distopia – e spesso anche grande ironia.
Una nota: anche durante il percorso di avvicinamento alla Biennale, negli ultimi 12 mesi, abbiamo posto questa domanda a un gran numero di professionisti e ricercatori – da Dejan Sudjec a Yung Ho Chang ad Antoine Picon. Le loro risposte in forma di brevi saggi sono state pubblicate su ArchDaily e stanno stimolando un ricco dibattito in rete.

UABB ‒ Urbanism and Architecture Bi City Biennale of Hong Kong and Shenzhen 2019. Rootboot Project. Xiangmihu CBD – Vicente Guallart
UABB ‒ Urbanism and Architecture Bi City Biennale of Hong Kong and Shenzhen 2019. Rootboot Project. Xiangmihu CBD – Vicente Guallart

La mostra è allestita in uno snodo ferroviario chiave per il trasporto dalla Cina a Hong Kong e, anche sul fronte dell’allestimento, la mostra prova a “fare scuola”. Cosa ha comportato lavorare in un luogo ad alta frequentazione quotidiana?
Michele Bonino: La scelta inaspettata del Comitato Organizzatore di individuare nella Stazione ferroviaria di Shenzhen Futian ‒ una delle più grandi al mondo ‒ il centro nevralgico di Eyes of the City si è rivelata emblematica: da un lato ci permette di attirare un pubblico più ampio, in parte costituito da viaggiatori non consapevoli dell’evento ma che cerchiamo di coinvolgere in una mostra davvero aperta a tutti. Dall’altro è il luogo perfetto per parlare di “Eyes of the City”, dato che le stazioni erano una volta luoghi dell’anonimato ma stanno diventando luoghi di sorveglianza elettronica per eccellenza.

Quali sono stati i limiti e i punti di forza della produzione in loco di tutte le componenti dell’allestimento?
Michele Bonino: Coerentemente con l’idea di “open exhibition” e quella di “open curatorship”, abbiamo voluto ricorrere anche a una formula di “open production”, mettendo alla prova Shenzhen e la sua reputazione come capitale della produzione manifatturiera mondiale. La nostra Biennale sarà la prima al mondo a essere completamente fabbricata digitalmente in situ, riducendo le emissioni di CO2 dovute alle spedizioni intercontinentali. Inoltre, blueprint di ciascun espositore saranno messi online e accessibili a tutti, soprattutto al mondo dei FabLab – e potranno quindi essere replicati liberamente. In un certo senso la Biennale potrà proseguire anche dopo la sua chiusura, stimolando un dibattito senza confini.

UABB ‒ Urbanism and Architecture Bi City Biennale of Hong Kong and Shenzhen 2019. Sub Hubs. A New Breed of Architectural Objects Dominique Perrault Architecture + DPA X
UABB ‒ Urbanism and Architecture Bi City Biennale of Hong Kong and Shenzhen 2019. Sub Hubs. A New Breed of Architectural Objects Dominique Perrault Architecture + DPA X

La vostra mostra punta, per esplicita premessa, a prendere le distanze dalla neutralità. Un approccio che indurrebbe a definirla “militante”. Alla vigilia dell’apertura, quali ritenete potranno essere le reazioni suscitate?
Michele Bonino: e Carlo Ratti: Pensiamo che ciascuno dei visitatori della biennale, sia quelli più motivati che quelli occasionali, debba farsi un’idea del fatto che le tecnologie non sono “né buone né cattive, ma neanche neutre“, come affermava lo storico della tecnologia Melvin Kranzberg. In questo senso vogliamo che il dibattito sia franco e capace di affrontare problemi che riguardano tutti noi. In molte città del mondo, da San Francisco a Hong Kong, il rapporto tra tecnologia e città, con particolare riferimento al riconoscimento facciale, è al centro di dibattiti e conflitti. Per osservare e discutere temi così determinanti, questa Biennale vede un’ampia presenza non solo di studi di progettazione, ma anche di università e centri di ricerca da tutto il mondo, ponendo lo scambio di conoscenza come obiettivo principale. Saremmo contenti se i visitatori uscissero dalla mostra con più domande che risposte – in modo da poter sviluppare capacità di critica autonoma sulla città di domani.

Valentina Silvestrini

https://www.eyesofthecity.net/

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.