Firenze omaggia l’architetto Leonardo Ricci. A cento anni dalla nascita

Alla vigilia dell’apertura della retrospettiva “Leonardo Ricci 100 ‒ Scrittura, pittura e architettura. 100 note a margine dell’Anonimo del XX secolo”, abbiamo incontrato i progettisti del giovane studio fiorentino Eutropia Architettura, che hanno curato l’allestimento all’interno dell’Ex-Refettorio di Santa Maria Novella.

Schizzo del progetto di allestimento per la mostra Leonardo Ricci 100. Courtesy Eutropia Architettura
Schizzo del progetto di allestimento per la mostra Leonardo Ricci 100. Courtesy Eutropia Architettura

Leonardo Ricci è considerato uno dei personaggi chiave dell’architettura moderna fiorentina. Esordì prima come pittore, nemmeno ventenne, per poi iscriversi alla Facoltà di Architettura di Firenze nel 1936, dove conobbe Giovanni Michelucci che fu suo relatore e successivamente collaboratore. È stato un architetto, un pittore e un insegnante che ha vissuto in prima persona la responsabilità sociale del proprio lavoro e che, animato da una forte urgenza comunicativa, ha infine sperimentato la scrittura come ulteriore mezzo per esprimere il proprio pensiero. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1962 e in Italia nel 1965, Anonimo del XX secolo è un libro dal carattere fortemente autobiografico, che porta al centro del discorso architettonico concetti come la felicità dell’uomo e la “verità”; contiene non solo il pensiero di Ricci sull’architettura e sull’urbanistica, ma anche la sua personale visione del mondo e dell’esistenza, tutti argomenti che egli considerava necessariamente collegati fra loro.
Fare dell’architettura vuol dire far vivere la gente in un modo piuttosto che in un altro. Come fate voi a regolarvi?”, scriveva nel volume, rivolgendosi ai suoi studenti.

LA MOSTRA A FIRENZE

A cento anni dalla sua nascita la città di Firenze ospita una serie di eventi per celebrarlo, tra i quali si inserisce la mostra Leonardo Ricci 100 ‒ Scrittura, pittura e architettura. 100 note a margine dell’Anonimo del XX secolo, che sarà aperta dal 12 aprile al 26 maggio nell’Ex-Refettorio di Santa Maria Novella. I materiali della mostra derivano prevalentemente del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma, ma verranno esposti per la prima volta anche i lavori conservati nella casa-studio dell’architetto a Monterinaldi: schizzi, disegni, dipinti, fotografie, video e libri. Nel progetto dell’allestimento, dunque, si sovrappongono diversi livelli di complessità: da un lato quello di esporre opere molto differenti fra loro per dimensione, tecnica e significato; dall’altro quello di riuscire a restituire un’immagine quanto più completa di un personaggio poliedrico e complesso. La strategia messa in atto dai curatori e dagli allestitori è stata quella di accostare le opere in virtù del loro significato, cercando relazioni di senso tra le parole del libro e i disegni, i dipinti e le fotografie. I sedici capitoli dell’Anonimo rappresentano la struttura della mostra, mentre le cento opere selezionate si configurano come le “note a margine” del testo. Abbiamo intervistato Ugo Dattilo e Luca Barontini di Eutropia Architettura, il giovane studio fiorentino che si sta occupando dell’allestimento della mostra.

Eutropia Architettura. Courtesy Eutropia Architettura
Eutropia Architettura. Courtesy Eutropia Architettura

L’INTERVISTA

Quali sono state le principali difficoltà del progetto di allestimento di una mostra monografica e interdisciplinare come questa?
Ugo Dattilo: Almeno due. La prima è stata pensare un’esposizione relativa alla struttura della mostra: già dal sottotitolo ‒ “Scrittura, pittura e architettura” ‒ ci è sembrata una cosa un po’ delicata, un po’ difficile. Come studio abbiamo realizzato tanti altri allestimenti, ma questa volta la sfida è stata quella di cercare di esporre un pensiero. L’allestimento risponde a questa difficoltà proponendo una lettura su due binari: uno “ortodosso classico”, che si concentra sull’esposizione delle opere, l’altro guidato della scrittura, che si traduce nella numerazione dei capitoli del libro chiave dell’opera di Ricci: Anonimo del XX secolo. La seconda difficoltà, invece, attiene a un aspetto peculiare di questa avventura: siamo stati chiamati da un lato per l’allestimento e, dall’altro lato, siamo parte integrante dell’apparato curatoriale. L’aspetto più importante di questo nostro coinvolgimento risiede nel fatto che noi conosciamo e studiamo Ricci già da tempi non sospetti, conosciamo la famiglia Ricci, conosciamo Clementina che è la presidente del comitato, abbiamo studiato Ricci in contesti accademici, io ho vissuto nella casa di Leonardo Ricci.
Luca Barontini: L’intero team di Eutropia per un anno è stato nello studio di Ricci.

Alla luce di queste premesse, quali sono state le scelte in relazione alle opere e allo spazio? Quali le soluzioni messe in atto?
U. D.: Per noi, che conoscevamo così profondamente Ricci e che amavamo ogni suo disegno, fare una selezione è stato molto complesso. Il livello di densità delle opere messe in mostra e quindi il livello di densità dell’allestimento è stato un elemento di difficoltà, perché eravamo mossi dall’idea di comunicare più cose possibili e ovviamente questo non è possibile: bisogna trovare un giusto equilibrio. Solitamente questo lavoro lo fanno i curatori, in questo caso l’abbiamo fatto a quattro mani; quindi il progetto dell’allestimento è nato insieme al progetto curatoriale e si sta sviluppando così.
L. B.: L’altro aspetto complesso della mostra è nella figura di Ricci. Tutta la sua produzione è molto personale, è una figura con molteplici sfumature. Per di più l’archivio Ricci è manchevole di una grossa parte, definita “olivettiana”, quindi riuscire a fare una mostra e ricucire questa figura non è stato facile. Abbiamo dovuto trovare un’invenzione: il “gioco delle cento note”.
U. D.: Il titolo stesso della mostra fa parte del progetto di allestimento, racconta come le opere siano intese come “cento note a margine di un testo”, che è il testo guida delle opere, una sorta di ciclo continuo. L’ulteriore difficoltà è relativa al sito in cui si svolge la mostra: uno spazio difficile, non neutro, ma fortemente caratterizzato, a metà tra il Rinascimento e qualche eco di architettura gotica. Per inserirsi è necessaria una certa cautela.

Nella descrizione della mostra si legge che la distribuzione delle opere nel percorso “non segue il principio dell’elenco, ma del discorso aperto”. L’allestimento riflette questa scelta?
L. B.: Sì, c’è proprio un passo dell’Anonimo che spiega questa cosa. “Se il libro fosse riuscito potrebbe ognuno, dopo averlo letto, aggiungere capitoli e continuarlo. Continuarlo a suo modo. Perché tale vorrebbe essere il mio libro. Un libro «aperto» a tutti che tutti potrebbero continuare a scrivere”. Ecco, la nostra mostra ha un po’ questo senso, non è assolutamente una mostra che vuol chiudere un cerchio o dare delle risposte: è una mostra che offre tantissimi interrogativi.

Sezione del progetto di allestimento per la mostra Leonardo Ricci 100. Courtesy Eutropia Architettura
Sezione del progetto di allestimento per la mostra Leonardo Ricci 100. Courtesy Eutropia Architettura

La vostra conoscenza di Leonardo Ricci precede questo progetto. Ci raccontate del vostro legame con Ricci, con le sue idee e con le sue architetture?
U. D.: Lo studio Eutropia nasce tra i banchi dell’università. Nella scuola di dottorato ci siamo avvicinati alla figura di Ricci, con un taglio prevalentemente di tipo progettuale. Abbiamo focalizzato l’attenzione sugli aspetti spaziali ‒ l’architettura di fatto è fondamentalmente spazio ‒ e grazie a questi studi siamo entrati in contatto con la famiglia Ricci, con Clementina e con la figura di Cleride Ricci. È nata una sorta di amicizia che mi ha portato ad abitare nella casa-studio un paio d’anni, ad approfondire la conoscenza delle sue opere, ma soprattutto a sperimentare in prima persona i suoi spazi, i suoi codici formali, il suo linguaggio e anche i problemi delle sue architetture. C’è un passo dell’Anonimo del XX secolo in cui, descrivendo la sua casa, dice: “Non si tratta di bellezza ma di verità. Anche se qualche volta piove dal tetto“. In effetti ha tecnologicamente dei problemi, ma la qualità dello spazio dell’abitare è decisamente alta. Dopo questa esperienza siamo diventati grandi professionalmente, abbiamo quindi fondato il nostro studio, però l’amicizia con la famiglia Ricci ‒ e con le sue architetture ‒ è continuata. Abbiamo scritto, abbiamo continuato a studiare e quando Clementina mi ha chiamato per parlarmi della nascita del Comitato Nazionale Ricci100 e della partecipazione al bando ministeriale per realizzare questa mostra è nato tutto in maniera molto naturale.
L. B.: Io e Ugo ci siamo addottorati in progettazione alla Facoltà di Firenze. Lui ha lavorato su Ricci, io su Leonardo Savioli, affrontando il tema teorico dell’ideale, lui alla scala dell’abitare, io alla scala della città. Tuttora abito a Sorgane, in una cellula minima di Leonardo Ricci di cui lo studio ha fatto il progetto di rifunzionalizzazione e di restyling. Il rapporto, se vuoi intimo e morboso, con il Maestro continua.

Nella pratica progettuale, quali sono i vostri riferimenti principali, i vostri “maestri” o comunque i personaggi che più vi influenzano?
L. B.: È una domanda difficile, ma per farla breve: abbiamo i piedi ben piantati nel moderno fiorentino e nella tradizione dei due grandi maestri Leonardo Savioli e Leonardo Ricci. Però il nostro sguardo va oltre: guarda il Mediterraneo e a tutta quella cultura spontanea che è stata grande fortuna della scuola portoghese.
U. D.: Il nostro studio è composto da sei soci e si chiama Eutropia, il nome è tratto da una delle Città invisibili di Italo Calvino: la città degli scambi, cioè la città in cui periodicamente si cambia città. Siamo sei personalità diverse, quindi tutte le volte che c’è da prendere un riferimento per fare un progetto litighiamo, ci viene difficile individuarne uno univoco e omogeneo. Per dirla in maniera un po’ più sociologica, accettiamo l’idea di vivere nella società della complessità; non accettiamo l’idea che semplificare i riferimenti culturali possa essere una soluzione. Quindi i riferimenti sono sempre diversi ed eterogenei. In questa diversità però, se dobbiamo indicare due strade, sicuramente sono quelle citate da Luca.

Salto di Scala. Courtesy Eutropia Architettura. Photo Brando Cimarosti
Salto di Scala. Courtesy Eutropia Architettura. Photo Brando Cimarosti

Sedici anni fa nasceva Eutropia Architettura. Come vi vedete rispetto ad allora per quanto riguarda gli obiettivi che avevate prima e che avete oggi?
U. D.: Abbiamo fatto i conti con la gravità. Abbiamo scoperto che in architettura la forza di gravità non è soltanto quella del peso, ma anche quella economica, dei rapporti con le amministrazioni e con il territorio. La sfida più grossa per noi è quella di fare della nostra passione una professione. Abbiamo scoperto che per vivere di architettura bisogna fare i conti con la realtà, ci siamo dovuti “sporcare le mani” con il mercato, con la quotidianità, e ci siamo dovuti adattare a quello che il territorio offre. La peculiarità tutta italiana, sappiamo bene, è quella di lavorare molto nello spazio già edificato; una Biennale di qualche anno mostrava, nel Padiglione Italia, interventi basati sul ripensamento dell’esistente. Noi, lavorando prevalentemente in Italia, operiamo sul tema dell’esistente, della rifunzionalizzazione, della riqualificazione, del ri-progetto, della riscrittura, della ristrutturazione.

Dunque in che modo i vostri obiettivi si sono trasformati? Quali avete raggiunto?
U. D.: Tutto questo, quindici anni fa, non era nelle nostre idee. Pensavamo di fare gli architetti progettando musei, grandi complessi residenziali ex novo, di progettare un po’ come si fa a scuola, di costruire. Invece ci siamo resi conto che si lavora più sull’esistente e sulla piccola scala. In questo faccio anche una critica politica e culturale, perché penso che in Italia si dovrebbe costruire un po’ di più e si dovrebbe anche demolire un po’ di più. Molte periferie non sono degne di essere mantenute, ma i criteri di mantenimento e conservazione che le nostre amministrazioni adottano spesso sono deboli, questo è un problema per la qualità delle nostre città.
L. B.: Per concludere con una nota positiva, siamo alla soglia dei quaranta e sicuramente non abbiamo mai mollato un giorno. Eutropia sicuramente ha implicato tantissima fatica, però mi sento di dire che qualche piccolo risultato stiamo riuscendo a ottenerlo. Questo è gratificante, anche se tutto è faticoso e, come dice Ugo, usciti dalla facoltà “poveri ma belli” pensavamo che il mondo fosse un altro.

Quali sono i progetti in cui siete impegnati quest’anno?
L. B.: Quest’anno, per la prima volta, abbiamo avuto un incarico totalmente nostro, di una certa misura e importanza a livello pubblico Nello specifico: stiamo realizzando una piazza a Certaldo, esito di una gara vinta con le nostre forze. Tutto nostro, dall’ideazione alla direzione del lavoro.
U. D.: Inoltre abbiamo degli interventi di restauro su scala residenziale abbastanza importanti, in Toscana.

Progetto di rifunzionalizzazione di un mulino. Courtesy Eutropia Architettura
Progetto di rifunzionalizzazione di un mulino. Courtesy Eutropia Architettura

Quanto credete siano importanti per uno studio di architettura la comunicazione e il ricorso ai media digitali?
U. D.: È molto importante, ma è anche molto noioso, lasciaci dire questa cosa. Noi vorremmo fare gli architetti però ci rendiamo conto che bisogna fare anche altro. Abbiamo deciso di fare della nostra passione anche la nostra professione, vogliamo campare con l’architettura, e questo fa sì che ci si debba muovere nell’ambito della comunicazione. Ma tutto quello che si fa al di fuori del progetto per noi è un sacrificio, perché un progettista sta bene solo quando progetta.

Che consiglio vi sentite di dare ai giovani che si affacciano al mondo della professione?
U. D.: Cambiate lavoro, così c’è più spazio per noi!
L. B.: Di sei soci di Eutropia, cinque lavorano all’università. Quindi, in realtà, la nostra risposta la diamo quotidianamente sui banchi di scuola e non possiamo non mettere in guardia i nostri allievi su quella che sarà la dura realtà della professione. Però in genere concludiamo la lezione dicendo che, tutto sommato, il mestiere dell’architetto è il mestiere più bello al mondo e quindi, forse, tutto questo sacrificio è necessario.
U. D.: Aggiungo una cosa che dico ai miei studenti: bisogna pensare di essere i migliori quando ci si avvicina alla professione, cioè bisogna essere molto bravi. Per essere molto bravi, però, bisogna faticare tanto e per faticare tanto bisogna amare quello che si sta facendo. Quindi è una sorta di equazione: se ami questo mestiere riuscirai in qualche modo ad arrivare. È un po’ come nello sport, c’è una componente di classe, di intuizione, però il resto è frutto di duro lavoro. E per fare il duro lavoro bisogna che ci sia un fondo di passione altrimenti il risultato, secondo me, non arriva.

Miriam Pistocchi

www.leonardoricci.net/
www.eutropia-architettura.it/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Miriam Pistocchi
Miriam Pistocchi è nata a Teramo nel 1992. Vive a Milano, dove lavora come architetto, coltivando l’interesse verso la teoria e la critica di architettura. Si è laureata nella Scuola di Architettura e Design “Eduardo Vittoria” di Ascoli Piceno (2017), Università di Camerino. Ha collaborato alla realizzazione della mostra “The Undomestic House”, presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2019), nella quale ha inoltre esposto la sua tesi di laurea “Abitare l’abitudine”. Tra i suoi interessi principali ci sono gli ambiti di intersezione tra architettura, urbanistica e società, in particolare sul tema della casa e dell’abitare.

LEAVE A REPLY