Cosimo Balestri, Emanuele Barili e Olivia Gori sono gli architetti dello studio ECÒL. Di base a Prato, nella città toscana hanno realizzato un intervento che continua a essere premiato e a godere di particolare fortuna critica. Li abbiamo incontrati per ripercorrere le tappe di questa singolare “epifania urbana” e per inquadrare tale esperienza nel loro percorso culturale e professionale.

Il progetto per la Piazza dell’Immaginario di Prato, realizzata nel 2015 da ECÒL, in collaborazione con Dryphoto Arte Contemporanea e con l’associazione culturale [chì-na], è stato ormai smantellato. Eppure continua a ottenere riconoscimenti: vincitore come Migliore Opera Prima del Premio dell’Architettura Toscana nel 2017, inserito in A City of Coming and Goings, il contributo di Crimson Architectural Historians alla 16. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia nel 2018, pochi mesi fa si è classificato al primo posto ex-aequo nella Sezione Nazionale del Premio Gubbio, organizzato nella città umbra da Ancsa, l’Associazione Nazionale dei Centri Storico-Artistici. Anche la sua prolungata fortuna critica suggerisce che il valore di questo intervento va ben al di là della sua scala ridotta (circa 800 mq) e della sua durata limitata nel tempo, legata a fattori contingenti di proprietà dei suoli e di conflitti tra i diversi attori della trasformazione dello spazio urbano.

RITRATTO DEL PROGETTO ECÒL

Nel cuore del Macrolotto 0 di Prato, zona industriale pioniera oggi trasformatasi in quartiere cinese, Piazza dell’Immaginario partecipa alla più ampia riconversione in corso di quest’area strategica della conurbazione fiorentina. Al tempo stesso, porta un contributo rilevante alla riflessione contemporanea sulla progettazione permanente e temporanea dei vuoti della città europea, proponendo strategie e strumenti di lavoro non scontati. In particolare, ECÒL riesce a capitalizzare non solo le energie bottom-up di una comunità alla ricerca (più o meno consapevole) di spazi pubblici adatti alle proprie esigenze, ma anche la più basilare strumentazione del progetto urbano “da ufficio tecnico”, riducendo drammaticamente il budget grazie a una partnership strategica con l’ente comunale preposto alla manutenzione delle strade.
Infine, Piazza dell’Immaginario resta un avvenimento importante anche grazie al racconto che la descrive (e la ricorda), curatissimo come quello di tutti i progetti dello studio di Prato. Lo spazio pubblico, oggi più che mai, vive anche delle immagini che lo rappresentano, e le fotografie di questo piccolo leftover prima derelitto, improvvisamente identitario, assolato e affollato, sono icone ottimiste di una città inclusiva e sostenibile. Abbiamo incontrato Cosimo Balestri, Emanuele Barili e Olivia Gori, ovvero ECÒL.

ECÒL. Courtesy ECÒL
ECÒL. Courtesy ECÒL

L’INTERVISTA

Cosa vi ha spinto a stabilire la base principale della vostra attività a Prato, anziché in città più grandi, in Italia o all’estero?
Il territorio della piana fiorentina ci affascina profondamente fin dagli anni dell’università, quando abbiamo cominciato a osservare e a prendere parte attivamente alle sue dinamiche di trasformazione materiale e sociale. Ci incuriosisce, poi, l’idea che all’interno di questa regione Prato sia spesso considerato come un luogo di sperimentazione, una città laboratorio. Scendendo ancora di scala, il Macrolotto 0 è uno dei fulcri del processo di rinnovamento che sta interessando il capoluogo toscano negli ultimi anni. Per questo abbiamo scelto di stabilire qui prima l’associazione [chì-na] e poi il nostro studio ECÒL.

Quali sono le specificità del Macrolotto 0 sul piano architettonico e urbanistico, in particolare nella sua relazione con il centro storico della città di Prato, da un lato, e con la conurbazione della piana fiorentina, dall’altro?
È uno dei primi quartieri industriali di Prato. A partire da metà Ottocento, grandi stabilimenti vengono costruiti in quest’area come insediamenti puntuali in un territorio principalmente agricolo. È dagli Anni Cinquanta del Novecento che tutto il quartiere comincia a densificarsi rapidamente, soprattutto su iniziativa privata, e che il suo tessuto urbano si fa compatto. Oggi il Macrolotto 0 ha dimensioni paragonabili a quelle del centro storico, a cui è connesso attraverso gli assi stradali uscenti da Porta Pistoiese. Il sistema commerciale del centro si estende in maniera più o meno continua lungo questi tracciati fino a raggiungere il Macrolotto. L’attuale amministrazione comunale è consapevole delle potenzialità di questo sito alla scala sovralocale. Per questo sta mettendo in atto una serie di interventi e politiche per trasformarlo in un “distretto creativo” e per metterlo in relazione con le altre emergenze a vocazione produttiva e culturale della regione di Prato, Pistoia e Firenze.

Quali comunità abitano oggi questo luogo e come ne utilizzano gli spazi?
Se negli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta il Macrolotto 0 era popolato soprattutto dai lavoratori delle fabbriche che vi sorgevano, a partire dagli Anni Novanta la sua composizione sociale si è progressivamente evoluta. Oggi è soprattutto il principale luogo di residenza della comunità cinese di Prato. Il quartiere è privo di veri e propri spazi pubblici progettati come tali, eppure i suoi vuoti sono l’oggetto di forme di utilizzo e appropriazione quotidiana particolarmente intense, e per certi versi singolari. Gli angoli più impensabili si trasformano in aree di sosta e di ritrovo; le contrattazioni di generi alimentari (e non solo) avvengono in luoghi specifici, secondo geografie non ufficiali ma ormai consolidate e condivise; bigliettini affissi un po’ ovunque offrono prestazioni di ogni genere; infine, l’immediato esterno di ogni casa o negozio è vissuto e colonizzato il più delle volte come se fosse una sua diretta estensione.

Piazza dell’Immaginario, Prato. Festa di quartiere. 2015. © Dario Garofalo Courtesy ECÒL
Piazza dell’Immaginario, Prato. Festa di quartiere. 2015. © Dario Garofalo Courtesy ECÒL

Come si presentava Piazza dell’Immaginario prima del vostro intervento? Come si è attivata l’occasione della sua trasformazione e come siete stati coinvolti?
Il progetto s’inserisce in un programma più ampio d’interventi di arte contemporanea nel quartiere, sviluppato su tre anni, promosso da Dryphoto Arte Contemporanea con la curatela di Alba Braza. Durante la sua seconda edizione, nel 2015, è emersa la possibilità d’intervenire sull’area di un parcheggio di proprietà privata [della catena di supermercati PAM, N.d.R.], che al tempo era abbandonato al degrado. Poco tempo prima noi [Cosimo Balestri ed Emanuele Barili, N.d.R.] avevamo aperto nel quartiere l’associazione [chì-na]. Anche per questo siamo stati invitati, come architetti, a riprogettare questo spazio. È in questa occasione che abbiamo coinvolto Olivia [Gori, N.d.R.], con la quale di lì a breve, e forse proprio a partire da questa esperienza, abbiamo deciso di fondare ECÒL.

Come si è svolto il cantiere della piazza?
La realizzazione di Piazza dell’Immaginario è stato un atto di restituzione alla città di uno spazio da molto tempo dimenticato. Per questo, trattandosi di un intervento non invasivo di ripavimentazione e verniciatura di una superficie privata, abbiamo deciso di lasciare il cantiere accessibile a tutti, per garantire la massima visibilità del lavoro che stavamo facendo. Abbiamo invitato i passanti e più in generale gli abitanti del Macrolotto 0 a osservare il cambiamento da vicino, e ad aiutarci direttamente a realizzarlo. I costi totali sono stati decisamente contenuti, addirittura inferiori a 10mila euro, grazie anche alla partnership che abbiamo stabilito con l’ente partecipato della città di Prato che gestisce i lavori stradali. Sono loro che hanno gettato l’asfalto e che ci hanno fornito gli strumenti di lavoro con cui abbiamo realizzato il disegno del suolo, sfruttando la stessa tecnica che si utilizza per le operazioni ordinarie di rifacimento della segnaletica orizzontale.

Come hanno reagito le comunità locali all’attivazione di questo spazio inedito?
Piazza dell’Immaginario è stata, a tutti gli effetti, il primo spazio pubblico del Macrolotto 0. In generale, le prime reazioni sono state positive, di grande entusiasmo. Appena conclusa la sola pavimentazione, ad esempio, il proprietario di un ristorante cinese poco distante ci ha chiesto di utilizzare la piazza per organizzare una festa di quartiere, che poi è diventata una ricorrenza annuale. Le associazioni di quartiere ne hanno fatto il luogo privilegiato per ospitare le loro attività: proiezioni di film, esibizioni dal vivo, visite guidate con presentazione delle opere d’arte presenti in loco. Più in generale, sono tutti i residenti a essersi appropriati della piazza, anche solo per far giocare i bambini lontano dalle auto o per godersi una giornata di sole. Il livello di animazione e utilizzo dello spazio ha fatto ricredere presto persino i pochi scettici che inizialmente si erano lamentati per la perdita dei posti auto.

Drawing Public Space, Vienna. Una delle fasi dello smontaggio progressivo della pavimentazione © Kollektiv Fischka Courtesy ECÒL
Drawing Public Space, Vienna. Una delle fasi dello smontaggio progressivo della pavimentazione © Kollektiv Fischka Courtesy ECÒL

Poi, però, è stata smantellata. Perché?
Nel 2018, l’arrivo di nuovi dirigenti negli uffici del supermercato e qualche lamentela da parte dei cittadini sono stati sufficienti per mettere fine a questo esperimento. Con nostra grande sorpresa, perché credevamo e speravamo che sarebbe durato ben più a lungo. Ripensando a Piazza dell’Immaginario dopo qualche anno, e con un po’ di distanza critica, ci siamo resi conto che la debolezza del progetto era l’assenza di una riflessione sul lungo termine. A nostro parere, un progetto “informale” e tendenzialmente “instabile” come questo deve mirare a raggiungere risultati importanti nell’immediato (come la riattivazione quotidiana di un vuoto prima sottoutilizzato), ma anche tentare di proiettarsi nella lunga durata.

Come è proseguito il vostro lavoro sugli spazi pubblici del Macrolotto 0?
I nostri progetti successivi e venturi per il quartiere si basano anche sulla consapevolezza maturata. Lo Shelter #1 del 2018, ad esempio, nasce fin da subito come una struttura smontabile e potenzialmente itinerante, perché sappiamo che il sito su cui sorge può ospitarlo solo temporaneamente. Su un altro piano, e più in generale, ci dispiace constatare che gli strumenti attuali della programmazione urbanistica (alla scala comunale, ma non solo) hanno grande difficoltà a inquadrare e a supportare questo genere di progetti, profondamente legati alle pratiche, più che alla trasformazione formale e materiale dello spazio.

Quali delle strategie adottate per Piazza dell’Immaginario sono potenzialmente generalizzabili ad altri progetti?
Il coinvolgimento degli abitanti nel quartiere (tanto in una fase preliminare, per ascoltare e mappare i loro desideri e le loro esigenze, quanto nella realizzazione vera e propria del progetto) si è dimostrato una scelta vincente per generare dinamiche di affezione e senso di appartenenza nei confronti della piazza. La rapidità di esecuzione è stato un altro fattore fondamentale: Piazza dell’Immaginario è un intervento leggero, nato in poche ore, e anche questo effetto sorpresa ha permesso al progetto di intervenire su dinamiche sociali e culturali con cui gli strumenti e i tempi dell’urbanistica tradizionale faticano a dialogare. Ripetiamo, poi, che nell’elaborazione di un progetto di questo tipo è fondamentale prendere in conto fin da subito i risultati che può eventualmente generale sul lungo termine, oltre la sua durata.

L’intervento è stato concepito come stage per le attività della Nuit Blanche Taipei © ECÒL Courtesy ECÒL
L’intervento è stato concepito come stage per le attività della Nuit Blanche Taipei © ECÒL Courtesy ECÒL

Oltre a Piazza dell’Immaginario, altri vostri interventi sembrano suggerire che il progetto dello spazio pubblico può anche essere un progetto di superficie. Mi riferisco ad esempio ai Magic Carpets per la Taipei Nuit Blanche e al Drawing Public Space, schwendermarkt per la Vienna Design Week, entrambi del 2017.
I nostri progetti riflettono sullo scollamento tra lo spazio fisico delle città e le pratiche quotidiane dei loro abitanti. Alcuni dispositivi contemporanei come le “piazze virtuali” sono in grado, secondo noi, di scardinare completamente il sistema di valori, anche simbolici, che tradizionalmente funzionano come generatori degli spazi pubblici e degli usi che li investono. In questo quadro, riprogettare la superficie di uno spazio esistente significa aggiungervi un nuovo layer che, nelle nostre intenzioni, s’incarica di attirare nuovamente l’attenzione dei suoi utilizzatori, di modificare la loro percezione. Anche per questo coinvolgiamo sempre le comunità locali nella costruzione del progetto: la stessa realizzazione delle geometrie bidimensionali diventa un primo momento di condivisione all’interno di uno spazio e un atto collettivo di cura verso di esso. È un primo passo per trasformarlo in un luogo di sosta, d’incontro, di scambio.

I vostri progetti di superficie potrebbero essere criticati come “formalisti”, “decorativi”, nell’accezione negativa che questi termini assumono spesso nel dibattito sull’architettura contemporanea: cosa ne pensate?
Piazza dell’Immaginario è stato il nostro primo intervento di questo tipo. Ci siamo resi conto che il tema fondamentale era proprio quello di manifestare l’esistenza di una superficie pubblica dimenticata. Alcuni dei nostri progetti successivi proseguono questa riflessione e dimostrano che l’intervento grafico è per noi uno strumento, anche ludico, per sottolineare la presenza di un vuoto disponibile a essere utilizzato. Ci proponiamo di generare sorpresa, meraviglia, e di stimolare la produzione di nuovi immaginari sull’identità di un luogo. Vogliamo che i nostri progetti siano fortemente comunicabili, e crediamo nell’importanza della generosità del gesto, che spesso viene trascurata per motivi di budget o di stile.

Quali sono i vostri maestri e a quali personaggi contemporanei (architetti, progettisti di altri ambiti o altro) vi sentite più affini?
Abbiamo a lungo lamentato una sostanziale mancanza di riferimenti convincenti, tra quelli che ci proponeva l’università e più in generale il nostro territorio. La constatazione di queste carenze ci ha spinto alla ricerca instancabile di nuovi contenuti, nuove teorie, nuove ispirazioni. Ciò che ci accomuna e che ci ha fatto scegliere di lavorare insieme è la condivisione di alcuni temi trasversali: la lettura della città degli urbanisti americani degli Anni Sessanta e Settanta, la critica ai paradigmi consolidati e il tentativo di rinnovarli da parte di intellettuali come Gilles Clément o Rem Koolhaas, la visionarietà di Yona Friedman o l’espressività di Frank Lloyd Wright. Naturalmente, ricerchiamo modelli di pensiero e di rappresentazione anche in discipline altre rispetto all’architettura. Ci sentiamo vicini, ad esempio, a correnti come la Land Art e la Minimal Art.

Come prevedete che si evolverà la vostra attività nel futuro? Siete interessati, ad esempio, ad avvicinarvi alla sfera dell’architettura costruita, permanente?
Come molti studi della nostra generazione, ci occupiamo di interventi temporanei anche per questioni contingenti, di difficoltà d’accesso a commesse di altro tipo. Abbiamo cercato di trasformare questa condizione in un’opportunità, estendendo i limiti della professione dell’architetto e i legami che essa intrattiene con la dimensione sociale, culturale e partecipativa del progetto. In ogni caso, più che alla temporalità, alla durata del progetto in sé stessa, siamo interessati ad approfondire ulteriormente, in condizioni e contesti diversi, i temi che abbiamo già abbozzato in questi primi anni: la costruzione di supporti alle pratiche di vita quotidiane, la promozione dello scambio su più piani tra comunità diverse, l’indagine di forme di espressione non convenzionali.

Alessandro Benetti

www.e-c-o-l.it

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Alessandro Benetti
Alessandro Benetti è architetto e curatore. Ha collaborato con gli studi Secchi-Privileggio, Macchi Cassia, Laboratorio Permanente, viapiranesi e Studio Luca Molinari. Nel 2014 ha fondato Oblò – officina di architettura, con Francesca Coden, Margherita Locatelli ed Emanuele Romani. Ha contribuito a numerose pubblicazioni di architettura contemporanea, tra cui la “Guida all’Architettura di Milano, 1954-2015” (a cura di M. Biraghi, Hoepli, 2014). Ha scritto per Abitare, Abitare.it, Alla Carta, AreaArte, Doppiozero, Gizmoweb, The Ship. È stato coordinatore scientifico di “The landscape has no rear” (progetto di Nicola Russi per la Biennale di Venezia 2014). Dal 2014 è co-curatore di SpazioFMG per l’Architettura, con Luca Molinari.

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