Nella Capitale per due iniziative, la progettista francese si è espressa su numerosi fronti: dalla situazione del “suo” Macro alla questione di genere nella professione; dai cantieri in corso alla prossima Biennale di Architettura di Venezia.

È stata una conversazione informale e piacevole quella con Odile Decq (Laval, 1955), progettista francese conosciuta nella Capitale soprattutto per il Macro, museo che sta attraversando un momento difficile. A Roma per un’intensa due giorni, è stata protagonista di un talk alla Casa dell’Architettura dall’iconico titolo Architecture as a civil passion and creative power; a Villa Medici ha tenuto una lecture. Per l’occasione è stato anche presentato, in anteprima, un volume a lei dedicato: realizzato in collaborazione con LucePlan – azienda leader del light design made in Italy, diretta da Patrizia Vicenzi con cui la Decq ha prodotto tre lampade ‒ sarà presentato a Francoforte alla Fiera del libro, dall’11 al 15 ottobre. È il primo testo di una serie monografica: elegante, rigorosamente red&black (sue cifre cromatiche) raccoglie, sistematizzandoli, i lavori passati, presenti e futuri della progettista. L’abbiamo incontrata nella casa di Paola Maugini, nel Rione Monti, sua pr e consulente di comunicazione da quattordici anni.

Odile Decq, Twist-Parigi, render © Studio Odile Decq
Odile Decq, Twist-Parigi, render © Studio Odile Decq

TEMI, IDEE, PROGETTI

L’impegno – civile e professionale – come azione volta al cambiamento attraverso la creatività è stato uno degli argomenti del talk. Ulteriore spazio è stato dedicato ai concorsi, come strumento e sviluppo di lavoro e ricerca, ai temi del corpo, dell’involucro, della superficie, al rapporto tra interno/esterno, ai diversi approcci al progetto, all’interscalarità, ai colori: “Usarli vuol dire essere liberi. E divertirsi”, afferma Odile Decq. “Amo il colore. Ma non mi piacciono i colori trasparenti, pastello. Mi piacciono i toni saturi, accesi, che lasciano un segno e stabiliscano una relazione forte”. L’attenzione si è quindi spostata sul Confluence Institute, la scuola innovativa stile Bauhaus da lei progettata a Lione che offre nuovi approcci alla didattica e strategie creative per l’architettura. Attraverso l’apporto interdisciplinare di maker, filosofi, sociologi e scrittori, oltre che di architetti, si cercano nuovi punti di vista sul XXI secolo. “Obiettivo”, precisa, “è formare persone e cittadini autonomi, eclettici, colti, che siano coinvolti nei problemi del mondo e trovino il modo di risolverli, attraverso l’accrescimento di un forte spirito critico.

Odile Decq, Confluence Institute, Lione © Confluence Institute
Odile Decq, Confluence Institute, Lione © Confluence Institute

ROMA E LA BELLEZZA

Parte proprio da un problema di visione il nostro ragionamento sulla Capitale. “Roma è un paradigma”, commenta Odile Decq. È una città bellissima, si sa, complessa, stratificata, maltrattata e infinitamente difficile, per gli stessi motivi che la rendono bellissima. Ha, da sempre, un rapporto sofferto con il contemporaneo, che mal si sposa – a detta dei più – con la sua anima così storicamente connotata. Questo l’ha resa, diversamente da Milano ad esempio, una realtà a tratti pavida, che non è capace di stabilire un dialogo sinergico tra il nuovo e l’antico, restando ancorata alla sua, schiacciante, eredità storica. Le manca una visione prospettica d’insieme, presa com’è dalla quotidiana gestione di emergenze ordinarie (una su tutte, le buche). Eppure “il tema della bellezza resta centrale”, osserva Decq. “È strano perché è un bisogno universale, ma poi ogni luogo ha i suoi riferimenti, con i suoi codici e canoni. Non so cosa sia esattamente, lo sto ancora capendo. Certamente ricercare la bellezza dipende dalla propria educazione. Però sì, non può sempre bastare, serve dell’altro: la città si evolve, deve rinnovarsi.”

A PROPOSITO DEL MACRO

Inaugurato nel 2010, il museo, dopo una spinta iniziala data dai direttori Danilo Eccher, Luca Massimo Barbero e Bartolomeo Pietromarchi ha avuto una flessione, fino a portarlo a essere oggi senza guida e in uno stato di profondo dissesto. Anche qui, per mancanza di una visione, progettuale, politica, culturale. Pensata come un’opera fortemente contestuale in stretto dialogo con le preesistenze, la sua realizzazione in parte tradisce le intenzioni iniziali, fosse anche per una poco accurata esecuzione e gestione. Da alcuni mesi gira voce che Luca Bergamo, Assessore alla Cultura, voglia l’outsider Giorgio De Finis – antropologo, curatore indipendente, regista – alla sua guida, per trasformare il Macro in un luogo di sperimentazione e ricerca. Esattamente come il MAAM, museo-non-museo gestito proprio da De Finis sulla Prenestina, emblematico per il suo essere uno spazio laboratorio che mira a ridare significato a luoghi o opere non convenzionali. “Io la soluzione non ce l’ho”, prosegue Decq sorridendo, “e De Finis non lo conosco personalmente, ma se è uno sperimentatore, come mi dicono, un animatore culturale e un uomo intelligente, gli do fiducia”.

Odile Decq. Photo © Franck Juery
Odile Decq. Photo © Franck Juery

UNA CERTA IDEA DI MUSEO E DEL MONDO

Odile Decq, con la sua vasta esperienza sul fronte museale, sa benissimo quanto sia centrale, oggi, il tema della percezione, della percorrenza e delle infinite possibilità esperienziali. “Dobbiamo sempre ricordarci che non viviamo nello spazio. Viviamo in un luogo fisico definito, riconoscibile, con delle caratteristiche che non possono essere ignorate quando si pensa a un nuovo edificio. Costruire vuol dire avere a che fare con delle condizioni ben precise”. Ricorda, divertita, una interessante conversazione tra Frank O. Gehry e Daniel Buren, nella quale si provava a definire l’equilibrio dei nuovi scenari dialettici tra arte e spazi espositivi. “Il vero luogo di dialogo”, sottolinea, “è il foyer. È lì che un architetto può sperimentare senza rubare nulla all’arte e alla sua comprensione. È lì che si stabiliscono le vere relazioni di forza del museo contemporaneo. In quello spazio è interessante concentrare i propri sforzi progettuali”.

ISPIRAZIONI

Non parto mai da un’idea precostituita. Sarebbe sbagliato, sarebbe miope. Mi piace provare prima di giudicare”, così Odile Decq racconta il suo approccio, non solo alla progettazione, ma in generale al modo di intendere le cose. Attualmente impegnata a Barcellona nella realizzazione di Diagonal 0 ‒ torre residenziale con servizi per la quale si è aggiudicata il concorso nel 2015 ‒ ragiona sull’importanza di trovare le proprie ispirazioni, non necessariamente nell’architettura. Sollecitata in merito alla sua progettista di riferimento o di ispirazione, mostra improvvisamente uno sguardo luminoso e divertito: “A chi mi ispiro? A nessuna. Ammiro tante donne, e trovo le mie principali fonti di ispirazione al di fuori del mondo dell’architettura. E poi non ne faccio mai una questione di genere, per quanto il nostro sia un mondo a vocazione fortemente maschile. È la qualità a fare la differenza, l’intelligenza. E a proposito di donne, le chiediamo un commento veloce sulla prossima Biennale di Architettura di Venezia, che sarà curata per l’appunto da, Yvonne Farrell e Shelley Mc Namara: “Conosco bene Yvonne, lavoriamo spesso insieme in alcune giurie. Faranno un ottimo lavoro, non vedo l’ora, mi piace il tema. D’altronde, per Odile Decq, “fare architettura è come navigare. È tutta una questione di orizzonti, di partenze e di arrivi.

Giulia Mura

www.odiledecq.com
www.confluence.eu

Dati correlati
AutoreOdile Decq
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.