A Roma per il conferimento del Piranesi Prix de Rome alla carriera, l’architetto portoghese si racconta. Dall’amore per Napoli ai segnali di ripresa di Lisbona, fino a una certa “ritrosia” per il web.

Un premio prestigioso, alla carriera, conferito dall’Accademia Adrianea a quei professionisti che si sono dimostrati capaci di coniugare linguaggi contemporanei a contesti storici o archeologici. Parliamo del Piranesi Prix de Rome, assegnato, prima di Eduardo Souto de Moura, premiato nei giorni scorsi, agli architetti Bernard Tschumi, Rafael Moneo, Peter Eisenman, David Chipperfield, José Ignacio Linazasoro e all’italiano Guido Canali, per il Museo di Santa Maria della Scala di Siena. Ad attribuirlo al progettista portoghese – presso l’Acquario Romano – Casa dell’Architettura di Roma, lo scorso 24 marzo – il direttore dell’Accademia Adrianea, l’architetto Pier Federico Caliari, con questa motivazione: “Nobile semplicità e quieta grandezza. L’esperienza progettuale di Eduardo Souto de Moura è riassumibile, a nostro modo di vedere, proprio nell’idea winckelmanniana di Classico, che è allo stesso tempo un’idea estranea al Classico stesso ma che lo assume come modello trasfigurato dalla modernità. Trasfigurato, come è ovvio e naturale che sia, ma che si manifesta sempre come pura espressione dell’essenza stessa dell’architettura, nel disegno e nel mestiere che le dà forma”. Il Piranesi Prix de Rome si articola inoltre in due concorsi di architettura per l’archeologia: uno aperto alle università, lanciato nel 2013; l’altro, attivato nel 2010, destinato al “professionismo illuminato” impegnato in progetti di valorizzazione e riqualificazione del patrimonio.

Lecture di Eduardo Souto de Moura in occasione del Piranesi Prix de Rome alla carriera
Lecture di Eduardo Souto de Moura in occasione del Piranesi Prix de Rome alla carriera

LA LECTURE ROMANA DI SOUTO DE MOURA

Vincitore del Pritzker Prize 2011, schivo, non particolarmente amante dell’establishment architettonico, Eduardo Souto de Moura – classe 1952 – è insieme una figura internazionale e intimamente legata alla sua terra. Proprio in Portogallo ha realizzato la maggior parte delle sue opere; alcune tra queste sono state presentate nel corso della lecture romana. Un racconto nel quale il trade d’union tra passato e presente è stato analizzato attraverso progetti molto diversi tra loro – per tipologia, anno di realizzazione, dimensioni, approccio; a unificarli la capacità di generare una singolare traduzione contemporanea tra antico e moderno. È il caso della Pousada (1989-1997) un monastero riconvertito in hotel, dove il linguaggio si fa rispettoso della preesistenza ma si adegua al nuovo, creando un cortocircuito estetico nel quale gli elementi tecnologici sono nascosti da apparati strutturali apparentemente antichi. E, ancora, del Convento Das Bernardas, a Tavira, (2006-2013) in cui l’operazione linguistica è simile, ma più ardita: una ex fabbrica di farina, inserita nel tessuto urbano, è riqualificata in stecche di appartamenti a vocazione turistica. Pur mantenendo il sapore tradizionale, l’involucro e la disposizione planimetrica intatta, Souto de Moura lavora sulla corte – rendendola una enorme piscina quadrata – o sulle bucature, rompendo lo statico layout originario fatto di piccole finestre allineate. Il risultato è un’elegante sintesi formale, il racconto di chi ha saputo cogliere gli aspetti di un luogo, reinterpretandoli.

Eduardo Souto de Moura, House in Moledo. Photo © Luis Ferreira Alves
Eduardo Souto de Moura, House in Moledo. Photo © Luis Ferreira Alves

L’INTERVISTA

Lei è portoghese. Quanto ha influito la Scuola di Porto – dove si è laureato nel 1980 – sul suo modo di concepire l’architettura?
Non mi ha influenzato la scuola portoghese in quanto tale. Lo hanno fatto, moltissimo, Fernando Tavora e Alvaro Siza, i miei maestri. Erano, e sono, incredibilmente pieni di “portoghesità”.

Proprio con Siza ha condiviso onori professionali e alcuni incarichi. A quale progetto è più legato tra quelli ai quali avete lavorato insieme?
Probabilmente la fermata della metropolitana Municipio, a Napoli. È un’opera – ancora da terminare – di una complessità incredibile. Ne sono orgoglioso: amo la città di Napoli, la sua vita, le sue stratificazioni.

Tuttavia ha lavorato molto nella sua terra. Quale progetto vorrebbe firmare nei prossimi anni?
Sì, è vero, ho realizzato quasi tutto in Portogallo. Ma è stata una scelta deliberata: ciò che fa la differenza, su un’opera di architettura, è il controllo che puoi averne, in tutte le fasi, progettuali e costruttive. Se avessi accettato commesse in Cina, sarebbe stato più difficile. Almeno per me. Vorrei veder realizzata una chiesa: ho già i disegni, sarebbe scavata in una cava di pietra. Austera, bellissima. Chissà!

Dopo la grave crisi del settore degli ultimi anni, oggi Lisbona sta lanciando alcuni segnali positivi, avviando dei processi di “rinascita”. Che ne pensa?
Ho fiducia nel futuro! Lisbona in particolare è ripartita: io stesso ho aperto una piccola sede del mio studio in città perché c’è lavoro. La città è in fermento, l’economia in ripresa e il mercato immobiliare ha ricominciato a muoversi. Molte case vengono acquistate da brasiliani, francesi e cinesi.

Eduardo Souto de Moura, Convento das Bernardas. Photo © Luis Ferreira Alves
Eduardo Souto de Moura, Convento das Bernardas. Photo © Luis Ferreira Alves

Ha insegnato nelle principali facoltà di architettura del mondo; ora è al Politecnico di Milano. Qual è il suo consiglio per un architetto che si affaccia al mondo della professione?
Di non avere paura e di lavorare sodo. E di spostarsi per imparare – tutti i grandi lo hanno fatto, per piacere o necessità –, ma poi di tornare nel proprio Paese. È importante.

In controtendenza rispetto ai tempi, non ha un sito internet. In un momento in cui l’architettura si fa “fotogenica”, completandosi di un apparato grafico e fotografico sempre più imponente, da cosa è dettata una scelta così netta?
Sito internet? E a che mi serve? [ride, N.d.R.]. Ho comprato un cellulare nuovo di recente: basta e avanza. Il telefono è davvero utile. Ho 35 giovani che lavorano per me e passano tutto il giorno connessi. Non lo dico per essere snob, non sono mica Zumthor [ride di nuovo, N.d.R.], ma trovo che sia un vizio. Sì, è uno strumento, è vero, ma forse io non voglio essere trovato. Non troppo almeno, non da tutti. Sono nella posizione di potermi scegliere i lavori. Se sono belli ne parleranno tutti comunque, con o senza sito.

E se dovesse scegliere solo tre aggettivi per descrivere il suo lavoro, quasi fosse un tweet?
Semplicità, chiarezza, voglia di fare.

Giulia Mura

http://lnx.premiopiranesi.net/

Dati correlati
AutoreEduardo Souto de Moura
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.

1 COMMENT

Comments are closed.