Giovani architetti africani crescono

In un contesto architettonicamente in espansione come quello africano, professionisti under 40 stanno dimostrando uno sguardo lungimirante nei confronti del futuro. Lavorando in sinergia con una comunità destinata a crescere.

NLÉ, Makoko Floating School, Lagos
NLÉ, Makoko Floating School, Lagos

Nel 1950 cittadina portuale di 300mila abitanti, Lagos è oggi una metropoli di 13 milioni di residenti che, aumentando al vertiginoso ritmo di 40 ogni ora, diventeranno 24 milioni nel 2050. Una crescita impressionante ma non isolata, in un’Africa che nei prossimi trent’anni vedrà triplicare la sua popolazione urbana. Immensi agglomerati informali carenti di infrastrutture, diversi per geografia, storia e cultura, le megalopoli del futuro presentano sfide senza precedenti.

GENERAZIONE UNDER 40

Unendo a uno sguardo globale soluzioni locali, una generazione under 40 di architetti africani le raccoglie e trasforma in occasioni di cambiamento sociale. Fra questi, gli A4AC Architects, che all’urgente crisi abitativa rispondono con prototipi low-cost, off grid e smontabili, come la Mobile House per i lavoratori stagionali sudafricani. Mentre Studio [D] Tale interviene nell’economia informale con azioni strategiche partecipate, come la messa in rete del caotico sistema di trasporti di Harare. Un approccio condiviso dalla 24enne Ada Umeofia, che con i venditori di Lagos sperimenta banchi su misura per i mercati africani. La pesante eredità dell’apartheid è invece il campo di azione di Local Studio. Strutture leggere dall’estetica industriale, le architetture di Thomas Chapman restituiscono lo spazio pubblico negato dalla segregazione, riattivando infrastrutture esistenti, come l’ex Consolato tedesco oggi centro giovanile di Hillbrow, o realizzandone ex novo, come la African School for Excellence, insieme scuola e primo community centre di Tsakane.

A4AC Architects, Mobile House
A4AC Architects, Mobile House

LAVORARE PER LA COMUNITÀ

Intraprendenti e ambiziose, le social enterprise d’Africa già attirano l’interesse delle istituzioni internazionali. Non ultima la Biennale di Venezia, che ha conferito il Leone d’Argento 2016 al 40enne Kunlé Adeyemi. Il suo studio NLÉ, con sedi in Nigeria e Olanda, a partire da Lagos propone un modello di città galleggiante, di cui la Makoko Floating School è il primo prototipo. Se la scuola è riuscita con la sua notorietà a salvare lo slum dalla demolizione, non ha però resistito al tempo, crollando improvvisamente lo scorso giugno. Prossimo passo sarà l’anfibia Chicoco Radio, piattaforma pubblica costruita con la comunità di Port Harcourt.
Se davvero nel 2050 serviranno 950 milioni di case, 725mila scuole e 175mila ospedali, ci sarà bisogno di ancor più architetti attivisti che lavorano per e con le comunità. Per questo Christian Benimana, director di MASS Design Group in Rwanda, ha inaugurato a Kigali lo scorso settembre il primo African Design Centre. Una scuola biennale operativa, con “la missione di guidare la crescita dell’Africa formando una generazione di progettisti socialmente impegnati e dal massimo impatto sulla comunità”. Per un’Africa sempre più progettata dagli africani per gli africani.

Marta Atzeni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #34

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Marta Atzeni
Interessata alle intersezioni fra l'architettura e le arti, si è laureata in Architettura presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi teorica sui contemporanei sviluppi delle collaborazioni fra artisti e architetti. Collabora con l’AIAC nell’organizzazione di eventi, mostre e workshop; è parte del network di GVultaggio Architecure & Design.