Il processo per assegnare il titolo di Capitale Italiana della Cultura andrebbe ripensato. Ecco perché 

Dopo la nomina di Ancona a Capitale Italiana della Cultura 2028, emergono riflessioni generali sui processi di attribuzione nell’investitura delle città nella competizione nazionale. Le criticità risiederebbero proprio nel modello

La Capitale della Cultura assegna risorse pubbliche. La trasparenza non è facoltativa. 
Il tema merita di essere affrontato con chiarezza, senza infingimenti e senza rifugiarsi nella retorica istituzionale. Dall’analisi di tutte le procedure di assegnazione del titolo di Capitale italiana della Cultura emerge un dato che non può essere ignorato.  

Il titolo di Capitale Italiana della Cultura 

Le città selezionate risultano, tutte rispondere ad un criterio non scritto: sono amministrate da giunte politicamente riconducibili alla stessa area del Governo in carica che le ha scelte. 
Un esame delle edizioni dalla nascita del titolo lo conferma con una costanza che non è possibile liquidare come casuale.  
Ad esclusione di Bergamo e Brescia — caso del tutto eccezionale, sottratto alla procedura ordinaria per deliberazione parlamentare in ragione del tributo alle città più colpite dalla pandemia — tutte le altre Capitali selezionate con procedura ordinaria presentano un orientamento politico coincidente con quello del Governo in carica al momento della selezione: amministrazioni di centrosinistra quando il ministero era affidato a esponenti del centrosinistra, amministrazioni di centrodestra quando il Governo è cambiato. Un dato che attraversa le legislature e che, proprio per questa continuità, chiama in causa non le singole scelte, ma la struttura del procedimento. 

Museo di Santa Giulia a Brescia
Museo di Santa Giulia a Brescia

Capitali e politica 

Si tratta di un elemento che, di per sé, non costituisce prova di alcuna distorsione. Tuttavia, in assenza di piena trasparenza del procedimento, assume un peso politico e istituzionale rilevante. 
Questo tema non riguarda una sola parte politica. Riguarda il funzionamento complessivo del sistema e, in prospettiva, qualunque governo si trovi a esercitare questo potere.  
Il procedimento di selezione della Capitale Italiana della Cultura si configura come una procedura comparativa ad alta discrezionalità tecnica. Non si tratta, però, di una scelta meramente simbolica. Alla città selezionata viene attribuito un contributo pubblico pari a 1 milione di euro, oltre a un rilevantissimo ritorno reputazionale e a un effetto leva su ulteriori risorse pubbliche e private. 

Questo elemento è decisivo perché trasforma il procedimento da riconoscimento culturale a vera e propria procedura di allocazione di risorse pubbliche. In quanto tale, esso deve essere pienamente conforme ai principi di trasparenza, imparzialità, buon andamento e motivazione. 
La giurisprudenza amministrativa è costante nel ritenere che la discrezionalità tecnica non sia sindacabile nel merito, ma lo sia nei suoi presupposti logici, nella coerenza e nella trasparenza del percorso decisionale. 

Trasparenza nell’attribuzione di risorse pubbliche 

Il Consiglio di Stato ha più volte affermato che la discrezionalità tecnica non può tradursi in arbitrarietà e richiede un adeguato supporto motivazionale, tale da rendere percepibile l’iter logico seguito dall’amministrazione. Quando è in gioco l’attribuzione di risorse pubbliche, tale onere motivazionale diventa ancora più stringente. Un ulteriore profilo merita attenzione e contribuisce a rendere ancora più evidente la criticità del modello. 

Le commissioni giudicatrici sono composte, nella quasi totalità dei casi, da figure di altissimo profilo professionale e culturale. Studiosi, manager culturali ed esperti riconosciuti a livello nazionale e internazionale, la cui competenza e integrità non sono in discussione. 
Proprio questo dato rafforza il carattere problematico del sistema. Un contesto poco trasparente non valorizza tali profili, ma finisce per esporli a sospetti che non derivano dalla qualità delle persone, bensì dalla struttura del procedimento. 

Capitali Italiane: criticità nel modello 

Il rischio è quello di trasferire sulle figure chiamate a valutare responsabilità che appartengono invece al disegno complessivo del modello. In procedimenti comparativi, la giurisprudenza richiede una motivazione rafforzata. Il Consiglio di Stato ha chiarito che è necessario che emergano gli elementi differenziali che hanno condotto alla preferenza accordata. Ciò implica che, nel caso della Capitale della Cultura, dovrebbero essere resi espliciti il confronto tra i dossier, i punti di forza e di debolezza delle candidature e i criteri determinanti della scelta. In assenza di tali elementi, la decisione non risulta pienamente verificabile. 

Sul piano della trasparenza, l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha ribadito che il diritto di accesso costituisce uno strumento essenziale di controllo diffuso sull’esercizio del potere pubblico. Su questo stesso piano opera il decreto legislativo 33/2013, nel testo novellato dal d.lgs. 97/2016, che ha introdotto nel nostro ordinamento l’accesso civico generalizzato — il cosiddetto FOIA italiano. Tale strumento riconosce a chiunque il diritto di accedere a dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, salvo eccezioni tassativamente previste, e impone che i procedimenti di selezione e di attribuzione di risorse pubbliche siano accessibili e verificabili. Non si tratta di una facoltà residuale: è un parametro di legittimità dell’azione amministrativa. 

Principi di imparzialità 

Quando il potere pubblico si traduce anche nell’attribuzione di finanziamenti e nella selezione di beneficiari, la trasparenza non è un valore accessorio, ma un presupposto di legittimità. 
In un sistema non pienamente trasparente, anche elementi esterni al procedimento, come l’allineamento politico tra amministrazioni locali e Governo, assumono un rilievo inevitabile. 

Non perché dimostrino una distorsione, ma perché, in assenza di strumenti di verifica, non consentono di escluderla. Il principio di imparzialità richiede oggi non solo correttezza sostanziale, ma anche riconoscibilità pubblica della stessa. 
Il punto non riguarda le persone né le città selezionate. Tutte degne come i professionisti, di altissimo livello e qualità, che si sono alternati nelle varie giurie in questi anni. 

Riguarda il modello. 

Un procedimento che attribuisce risorse pubbliche non rende pienamente conoscibili i propri criteri e non consente una verifica effettiva del percorso decisionale risulta strutturalmente fragile. Quando anche i migliori professionisti operano all’interno di un sistema che pone dubbi, il rischio non è soltanto amministrativo. 
Ne vale della credibilità dello stesso importante titolo, di quella complessiva delle politiche culturali e, più in generale, la qualità della relazione tra istituzioni e territori. 

Angelo Argento 

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Angelo Argento

Angelo Argento

Avvocato patrocinante in cassazione e dinanzi alle giurisdizioni superiori. Docente di Legislazione dei Beni Culturali presso l'Accademia Nazionale di Belle Arti di Brera. Presidente di Cultura Italiae, associazione riconosciuta quale ONG UNESCO.

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