Quando il latte materno diventa materia d’arte: sei artiste raccontano cura e maternità in una mostra in Francia
Che cos’è il legame nutriente? È un gesto che accomuna sei artiste madri e non madri in una mostra al MDAC, in Costa Azzurra. Il latte, come elemento biologico e creativo, o il pane sono il punto di partenza di una riflessione femminista sul principio della cura e del nutrimento, ma anche sulla relazione tra maternità e arte
Sei artiste, madri e non madri, riflettono sulla relazione tra genitorialità e arte in una mostra al MDAC – la Maison des Artistes de Cagnes-sur-Mer, nel villaggio medievale di Haut-de-Cagnes, in Costa Azzurra, un luogo, che lavora soprattutto per promuovere progetti collaborativi. In questo caso il motore del gruppo è la ricerca dell’artista, curatrice e autrice Lada Neoberdina, nata in Russia nel 1988 e residente in Francia dal 2005, che da sempre utilizza nella propria pratica inchiostri ed elementi naturali.

Maternità e arte secondo Lada Neoberdina
Punto di partenza di questa riflessione, che si concretizza fino al 4 ottobre 2026 nella mostra Nourri de mon lait, coinvolgendo le artiste Svetlana Maksimenko, Federica Peyrolo, Panthéa Ravanchad, Mahé Ripoll e Isabelle Varlet, è la recente maternità di Neoberdina.
I temi della gestione del tempo, del nutrimento, della cura, del latte come elemento biologico e al tempo stesso artistico, di cosa significa, a prescindere dalla genitorialità, nutrire un altro essere umano, dell’accettazione del corpo femminile sono alla base di un discorso che è di genere, femminista e ambientale. E che dimostra come sempre più artiste stanno riflettendo sul tema della maternità (si pensi in Italia alle Glorious Mothers) in una presa di coscienza radicale a livello internazionale. Abbiamo parlato di questi temi con Lada Neoberdina.
Intervista a Lada Neoberdina
Nel progetto Nourri de mon lait e nella tua recente ricerca, il corpo materno non è solo un soggetto, ma diventa materia artistica (dal latte materno agli inchiostri a base vegetale). In che modo l’esperienza fisica e viscerale del post-partum ha ridefinito la tua pratica artistica e il tuo approccio alla performance?
La maternità, almeno all’inizio, è una questione di corpo e fluidi. E io sono affascinata da queste funzioni biologiche. Produrre latte ed essere in grado di nutrire un essere umano mi mette in uno stato sia di jouissance che di iper-responsabilità. Una volta, mentre nuotavo in mare, ho avuto paura di annegare, perché mio figlio, che allora aveva pochi mesi, non avrebbe più avuto niente da mangiare. Ho noleggiato un tiralatte e ho creato una scorta nel congelatore. Una notte, dopo un’interruzione di corrente, il congelatore è rimasto spento. Il latte non poteva più essere utilizzato, ma non riuscivo a rassegnarmi a buttarlo via, e due anni dopo l’ho usato per la performance Ice Embroidery. Milk.
Spiegaci meglio…
In questo momento, madre e artista sono inseparabili. Ho scelto di essere la persona che si prende cura di mio figlio quasi in via esclusiva durante i primi anni della sua vita.
Il mio tempo di lavoro è quindi limitato ai suoi sonnellini e a poche ore di nido — anche se di tanto in tanto partecipa attivamente lui stesso: taglia il cavolo rosso per l’inchiostro fatto in casa o scava un po’ di terra del giardino per il disegno murale.
E nella mostra tutto questo come interviene?
La sala Nourri de mon lait è dedicata all’allattamento, al corpo materno come fonte di nutrimento, alla convivenza nutriente tra madre e figlio. Presento diverse opere performative e sperimentali, in cui il processo, il gesto e le diverse temporalità in gioco contano tanto quanto il risultato visivo. Il disegno realizzato con terra, pigmento e carboncino — un’arcaica figura della Madre Terra visibile nei ricami della Repubblica di Carelia — appare permanente e stabile. Le piccole onde, le scaglie o i seni tracciati con inchiostro vegetale viola, al contrario, sono sensibili alla luce e svaniscono lentamente. I cubetti di ghiaccio di latte materno si sciolgono in pochi minuti. La carta assorbe all’istante il latte materno estratto. Questo richiama anche tutti i gesti di cura che non hanno un ancoraggio materiale, ma che operano per mantenere la vita.
Il titolo dell’opera e della sala fa riferimento diretto al nutrimento biologico. In che modo questo elemento intimo dialoga con le opere delle altre cinque artiste invitate (che spaziano dalla ceramica al cibo fino alla pittura)?
Il mio latte materno esiste solo per nutrire mio figlio, che a sua volta ne sostiene la produzione poppando. Io prendo in prestito questa materia per la creazione artistica. Vedo tutto questo come una co-creazione. Invitare altre artiste a esplorare il legame nutriente significa prolungare questa co-creazione. Risponde d’altronde allo spirito del luogo, il MDAC, dove si celebra la creazione collettiva. Infatti, questa sala si inserisce nell’ambito della mostra collettiva Cru Cuit Miam and Other Sharing Spaces 2, e la curatrice generale, Anne Sechet, ha proposto di aprire lo spazio invitando altre artiste. Inoltre, nella mia pratica curatoriale, ho sempre avuto a cuore la costruzione di collaborazioni artistiche, proprio per decostruire il mito del genio solitario. Così, il latte e l’allattamento sono le porte d’accesso. Le altre artiste attingono alle proprie esperienze, di maternità o di non-maternità, per esplorare il legame nutriente, utilizzando le tecniche e i medium richiesti dal loro lavoro.
Raccontaci come.
Mahé Ripoll realizza una serie di disegni a pastello e acquerello per immaginare ciò che suo figlio, ancora nel grembo, vede, sente e mangia. Panthéa Ravanchad trasforma un oggetto-ricordo della sua infanzia iraniana, la trottola, in un capezzolo gigante in ceramica. Isabelle Varlet esplora il suo legame con la terra e con l’orto attraverso il mito di Demetra, e realizza frammenti del corpo materno in pasta di pane impastata. Dopo aver dato tutto a suo figlio, fino a perdere i capelli, Federica Peyrolo padroneggia la materia della linoleografia. E Svetlana Maksimenko dipinge una madre che, appunto, prende fiato e si rifiuta di essere mangiata.
Nourri de mon lait è concepita infatti come una “sala collettiva”. Come hai selezionato e riunito le loro opere per esplorare la soglia tra maternità e non-maternità?
Ho incontrato queste artiste in momenti diversi della mia vita. Avevo in mente il loro lavoro, ma non avrei mai pensato di riunirle attorno al tema della maternità. Prima di diventare madre, infatti, mi ero interessata solo molto raramente alla maternità nell’arte. Vivendo io stessa questa esperienza, al contrario, sono andata alla ricerca di opere che ne parlassero, così come desideravo sapere come le altre donne artiste — e, più in generale, gli altri genitori — vivono questo cambiamento. Al momento di concepire la sala, ho selezionato opere legate alla tematica nutritiva che avevano iniziato a dialogare tra loro. Le ondulazioni viola fanno eco ai movimenti della trottola e al disegno dei capelli del neonato. L’utero in pane impastato fa da specchio al ventre-mensa e dialoga con la Madre Terra. La madre che si rifiuta di essere solo una funzione — distogliendo lo sguardo dal bambino, prendendo un respiro e realizzando un’opera d’arte — è la metafora dell’intera sala, con il suo corpo materno frammentato.
E la parte testuale?
La mia poesia Nourri de mon lait violet (2026), che dà il titolo alla sala, parla del nutrimento metafisico e della trasmissione. Ma la trasmissione non è esclusivamente materna. Mio figlio me lo ricorda ogni volta che invita una nuova persona a dargli da mangiare. Nutrire un altro essere vivente, umano o meno, è qualcosa di universale, biologico, ecologico e fondamentale. Ben lontano dai concetti stereotipati e di genere della società patriarcale.
Nel tuo lavoro affronti la maternità attraverso il corpo e la materia, mentre altre ricerche si concentrano sulle condizioni sociali e lavorative delle madri artiste. In che modo ritieni che la dimensione estetica e materica possa rafforzare il dibattito politico e sociale attorno allo status delle madri nel sistema dell’arte?
Ciò su cui voglio insistere è l’accettazione piena e pubblica dell’avere un corpo (femminile), del fatto che questo corpo produca fluidi (latte, sangue…) e che nutra un altro essere umano. Nell’arte, mentre un uomo che disegna una donna che allatta guadagna bene, una donna artista deve scegliere tra la vita personale e quella professionale; e persino una volta compiuta la scelta, ha un’alta probabilità di sparire del tutto. La lotta femminista non è finita, e io vi prendo parte con i mezzi che ho a disposizione. Il colore viola del latte deriva dal mio impegno femminista. Nella mostra è scomparso dal titolo della sala, ma compare sulle pareti grazie all’inchiostro viola. Tuttavia, la mancanza di tempo mi porta ad accettare che non posso combattere tutte le battaglie insieme. Quindi inizio col nutrire mio figlio e metterlo a letto. Poi vado in studio e porto avanti la serie Le jet: premo sul seno per far uscire i residui di latte viola sul foglio.
Il tuo libro d’artista N ou N, comme le post-partum raccoglie frammenti in francese, inglese e russo in un’edizione limitata di 12 copie. Che ruolo gioca il plurilinguismo nell’evocare la frammentazione e la complessità dell’esperienza post-partum?
Ogni esperienza materna è unica, come la donna che la vive. Eppure, passiamo tutte attraverso le stesse gioie, gli stessi successi e le stesse difficoltà, con maggiore o minore intensità. È quasi come se la maternità fosse già una lingua a sé stante. Diverse scelte del mio libro vanno in questa direzione. Il plurilinguismo, prima di tutto, che è legato anche alla mia storia personale. Poi, i testi, scritti in origine alle quattro del mattino, hanno subito pochissime correzioni. Ho voluto espressamente conservare i vagabondaggi della mia mente. Inoltre, l’uso di un carattere tipografico post-binario riflette la scelta di intendere le famiglie come entità da comporre a proprio piacimento, e non come monumenti eteronormati. La frammentazione del mio libro deriva dal fatto che una madre non ha il tempo di scrivere dieci pagine di romanzo. La realtà somiglia piuttosto a: come scrivere una frase venendo interrotta dieci volte? Il formato della microfinzione ammorbidisce le regole letterarie e rende possibile l’espressione. Nella sala espositiva introduco altri due linguaggi: il gesto tenero di una persona che porge del cibo e una parola inventata dal bambino. L’opera Viens a-am, chaton, realizzata in lana cardata e tinta di viola, dà forma al gesto di cura — un invito ad assaggiare i cibi preparati.
Perché hai scelto di racchiudere questa ricerca in un oggetto fisico così intimo e numerato prima di aprirla a uno spazio espositivo pubblico come il MDAC?
Fin dall’inizio della mia carriera, il lavoro in situ è stato il mio modus operandi. Lavoro con e a partire dal luogo, dallo spazio, dalla situazione. Cerco di comprendere dove mi trovo e quali forze vi siano in tensione. La mia maternità è il mio in situ. Sviluppo le mie ricerche, le mie osservazioni e le mie riflessioni attraverso diversi medium: libro, allestimento curatoriale, laboratori di scrittura, mostra. La scrittura svolge un ruolo importante: è un medium accessibile rapidamente, un grido silenzioso nella solitudine notturna di una madre. Il lavoro plastico in studio, al contrario, richiede un tempo-spazio differente. Così, il passaggio dal testo al disegno, dal libro allo spazio espositivo, e ritorno, è sia un processo di ricerca sia una risposta ai miei vincoli. Il libro d’artista è disponibile anche gratuitamente in versione digitale su richiesta via e-mail, perché desidero che i testi circolino e mi piacerebbe entrare in dialogo con chi li legge.
Santa Nastro
Cagnes-sur-Mer // fino al 4 ottobre 2026
Nourri de mon lait
MDAC – Rue de Chateau, 1
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