Pier Paolo Pasolini e quella scommessa sull’Africa

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Cento anni fa, il 5 marzo 1922, nasceva Pier Paolo Pasolini, intellettuale troppo scomodo per un’Italia ormai avviata sulla strada del consumismo e del compromesso. Lo ricordiamo parlando del suo amore per l’Africa. Ancora oggi i suoi scritti e le sue immagini restano documenti dal profondo valore civile

Se Curzio Malaparte ritrovava la civiltà greca nell’Umbria contadina, Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 ‒ Roma, 1975) spostava in Africa la sua ricerca. Nel 1959 aveva tradotto l’Orestea di Eschilo, ma in maniera non ortodossa: lo aveva reso un testo di attualità sociale e politica. Come già Argo tre millenni prima, negli Anni Sessanta del XX Secolo l’Africa scopriva la democrazia, anche se a carissimo prezzo; non bisogna infatti dimenticare, ad esempio, che Patrice Émery Lumumba fu assassinato nel 1961 in un’azione coordinata dal Belgio e dagli Stati Uniti, appena sei mesi dopo il suo insediamento come primo ministro della Repubblica Democratica del Congo. Pasolini immaginò quindi l’Africa come il palcoscenico per un’ideale Orestiade del Novecento, primo capitolo di un progetto di ampio respiro dedicato al Sud del mondo, purtroppo rimasto incompiuto. Resta però il documentario Appunti per un’Orestiade africana (1970), realizzato in seguito a due soggiorni in Uganda e Tanzania rispettivamente nel dicembre del 1968 e nel febbraio del 1969. Nel suo viaggio per città e villaggi sulle tracce di una società sospesa fra l’industrializzazione e il patrimonio spirituale dell’antichità fatto di miti e dei, Pasolini cercava le origini dell’umanità, rendendo un platonico omaggio all’Uomo di Kibish (il più antico Homo Sapiens al mondo, ritrovato in Etiopia e risalente a quasi 200mila anni fa).
Di passaggio nella periferia ancora campestre della cittadina tanzaniana di Kigoma, sul Lago Tanganika, il regista e scrittore si sofferma sul grande mercato all’aperto, dove si sublimavano i colori, i suoni e i profumi del continente; e poi le fabbriche, le botteghe, le scuole, dove lavorava e si formava l’Africa di quel futuro che adesso è diventato presente. Con piglio neorealista, Pasolini è riuscito ad addentrarsi nel carattere popolare, cogliendo quella bellezza e quella gestualità con accenti esotici, soffermandosi in particolare sulla dolcezza del sorriso delle ragazze africane, che “prendono la vita come una festa”.

Pasolini durante le riprese in Africa
Pasolini durante le riprese in Africa

LA VIA AFRICANA ALLA DEMOCRAZIA

L’Africa di Pasolini ha appena scoperto la democrazia, allo stesso modo della Grecia descritta da Eschilo nel finale dell’Orestea. E si guarda attorno, indecisa se muoversi verso il comunismo cinese o sovietico, oppure il libero mercato e la democrazia di stampo occidentali. Una dicotomia sulla quale Pasolini si era interrogato già prima, nel 1961, immaginando Il padre selvaggio, un film mai realizzato ispirato al Congo di Lumumba, e nella poesia La Guinea, ispirata in parte all’esperienza politica di Sekou Touré. Ma alla fine del decennio, con nuovi conflitti e nuovi assassinii politici (quello di Tom Mboya in Kenya fu tra i più eclatanti), Pasolini si chiedeva se la via africana potesse avere un futuro.
Il rispetto che Pasolini aveva per l’Africa è dimostrato dall’aver dato voce, negli Appunti per un’Orestiade africana, agli universitari africani che frequentavano La Sapienza, i quali già all’epoca paventavano il rischio di perdere le proprie radici e nutrivano dubbi sulla sostanza della democrazia introdotta dall’Occidente. La via africana aveva allora qualche speranza, in virtù, anche, di quella vita interiore molto profonda cui uno studente faceva riferimento durante l’incontro con Pasolini, e mezzo secolo più tardi si può affermare che l’Africa, dopo decenni assai turbolenti e pur con diversi problemi ancora da risolvere, sta finalmente vedendo i primi frutti di una propria via allo sviluppo, ma li avrebbe sicuramente colti prima se non avesse subito la destabilizzazione neo-colonialista che non si è ancora esaurita. Su questo sfondo di sofferenza, il popolo africano di Pasolini non è tale senza i soldati, i poveri per antonomasia, “feriti, straziati, uccisi”, così come appaiono nelle immagini della guerra del Biafra che il regista inserì nel documentario. Il dolore, il lutto, la morte, nell’Africa degli Anni Sessanta e Settanta, sono gli stessi dell’antichità: Elettra chiede ancora conto dell’assassinio del padre e, con il fratello Oreste, non è in nulla diversa dai diseredati della Terra, spogliati di tutto, esiliati o ridotti in schiavitù. Come achei e troiani tre millenni prima, l’Africa combatteva un’oscura guerra contro l’Occidente; e questo documentario costituiva la conclusione di un percorso di studi e denunce sull’Africa. A conferma della scomodità di Pasolini, la RAI, che pure lo aveva prodotto, non ha mai trasmesso il documentario.

L’AFRICA SECONDO PIER PAOLO PASOLINI

L’Orestiade africana non avrebbe mai visto la luce, ma non importa; il documentario preparatorio è già di per sé un’opera compiuta, perché la pièce immaginata da Pasolini si stava in realtà già svolgendo in tutto il continente, con le sue tragedie e i suoi miracoli. Ed è riuscito a raccontarla, a farne il palcoscenico di una scommessa sul futuro ben radicato nel passato. Quell’Africa antica che sa guardare le stelle, che parla agli dei, quell’Africa dove il tempo non ha una durata ma è immanente, dove i paesaggi sono grandiosi e immersi in profondi silenzi. Qui abita una società sospesa fra l’industrializzazione e il patrimonio spirituale dell’antichità, e dove, per citare gli Appunti, la democrazia razionale convive con l’irrazionale. Un po’ come Cesare Pavese, anche Pasolini trovava nel mito un rifugio non tanto dalla solitudine esistenziale come lo scrittore langhetto, quanto dalle contraddizioni del presente, e paventava la scomparsa di quel mondo africano semplice e autentico, che tanto lo aveva affascinato; ma a distanza di mezzo secolo da quel memorabile viaggio, la “possibilità di una diversità”, cioè di uno sviluppo che salvaguardasse l’identità africana, si è concretizzata: dalla sfida Africa-Occidente è quest’ultimo che ne esce sconfitto, dopo aver sostenuto questo o quel dittatore per motivi spesso semplicemente economici, e dopo aver tentato di ricostruirsi una “verginità politica” improvvisando missioni militari/umanitarie quasi sempre risoltesi con un fallimento più o meno clamoroso, dalla Libia alla Somalia al Mozambico, passando per il Niger e il Mali.
Nonostante tutto, l’Africa non ha disperso la sua antichità, è ancora una terrazza che si apre sulla bellezza primigenia dell’umanità, quella bellezza onesta e primitiva che ha il profumo della rugiada e della terra. L’Africa non ha tradito gli dei.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.