A poco meno di un mese dall’apertura della 59. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, la curatrice Cecilia Alemani approfondisce atmosfere e dinamiche della sua Biennale. Con i pensieri ben ancorati nell’attualità

L’attesa è altissima nei confronti di una Biennale Arte travolta dalla pandemia, che si appresta finalmente ad alzare il sipario. A poche settimane dall’avvio, Cecilia Alemani (Milano, 1977) riflette sull’edizione della Biennale di cui tiene le redini, avvolgendo il filo dei pensieri e delle scelte alla base di una mostra che si concretizzerà, fra Giardini e Arsenale, dal 23 aprile 2022.

Come curatrice ti sei trovata a fare i conti con una esperienza del tutto inedita: progettare esclusivamente a distanza la mostra per eccellenza. Che cosa ha significato nel concreto? E quanto questa modalità ha influito sulle scelte messe in campo passo dopo passo?
Non c’era molta scelta, ho dovuto affrontare la situazione con i pochi mezzi che avevo. Da un lato mi sento di dire che ho studiato di più – cosa che normalmente non è facile fare durante la preparazione di una Biennale, quando si è impegnati in viaggi e ricerche –, dall’altro devo ammettere che è stato molto faticoso, anche psicologicamente. È stato un processo piuttosto solitario, ma le conversazioni digitali con artisti e artiste – in un tempo per tutti di stallo, di incertezza – sono state forse più interessanti e profonde di uno studio visit e sono entrate a far parte delle preoccupazioni che animano questa mostra.

C’è un altro evento drammatico con cui ti stai trovando a fare i conti: la guerra in Ucraina, che sta avendo pesanti ricadute anche sul piano culturale. Cosa credi che la cultura debba o possa fare in questo momento?
Penso, forse idealisticamente, che la cultura sia quel canale che permette di conoscere una società diversa dalla propria. Il rischio è che per i prossimi dieci anni non riusciremo a conoscere nulla della produzione culturale ucraina, ma ancora più di quella russa, per effetto della chiusura di frontiere e canali di comunicazione. La cultura, anche negli anni della Guerra Fredda e nei periodi molto bui del secolo passato, era un canale di dissenso, di apertura, sebbene complesso. La guerra, inoltre, sta accadendo in un momento in cui il mondo è attraversato dall’idea di cancel culture e le posizioni prese nelle ultime settimane sono anche il risultato di questo, non solo dell’evento bellico. Tutto ciò spaventa: chiudere una porta può dare una soddisfazione immediata ma, come ha detto il mio amico András Szántó in un suo articolo su Artnet, nel momento in cui chiudi quella porta, non la riapri più.

La tua Biennale quale compito può avere in questo scenario?
Speriamo di creare delle opportunità di discussione e di argomentazione che vadano al di là del semplice boicottaggio.

Cecilia Alemani. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia
Cecilia Alemani. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia

LA BIENNALE DEL POSTUMANO

A proposito di andare a fondo dei temi e delle istanze, quando hai presentato la tua Biennale, hai specificato che ribalterà la visione antropocentrica rinascimentale, sollevando le riflessioni più disparate. Quale tipo di narrazione e quale strada vuoi tracciare?
Questo aspetto si manifesta nel tema e nella posizione filosofica della mostra, che guarda al postumano e che potrebbe malignamente essere definita per tale ragione “trendy”. In realtà, oltre al mio interesse verso il pensiero postumano, espresso da autrici come Donna Haraway o Rosi Braidotti, credo che questo pensiero si sia imposto con grande insistenza nel lavoro degli artisti e delle artiste in mostra e non. In generale mi sembra che ci sia una forte preoccupazione, articolata in modi diversi, verso la relazione con l’ambiente e con la natura o con la tecnologia e con l’altro. Dunque ho voluto adottare questo pensiero come un framework della mostra.

Questo pensiero come si riflette nella scelta delle persone che hai invitato?
A me ha sempre interessato fare mostre inclusive, basate su una decisione più conscia e consapevole rispetto allo spazio dato alle artiste. Quando ho iniziato a lavorare alle capsule storiche che saranno presenti in mostra, ho scelto di guardare a momenti storici e movimenti dai quali le donne erano state escluse. Ho fatto quindi un lavoro più direzionato sul genere, cercando di raccontare una storia di cui anche la Biennale di Venezia, in un certo senso, si è un po’ dimenticata.

In una intervista hai detto che realizzare una mostra come questa, in Italia, è un manifesto e una dichiarazione di intenti, poiché il clima che si respira qui è ancora di stampo “medievale”. Quali reazioni ti aspetti dal pubblico italiano e internazionale?
In Italia c’è ancora la tendenza a non prendere sul serio qualcosa in cui sono coinvolte le donne e io lo trovo un fatto piuttosto sconvolgente. Non è invece mai stato scandaloso che, ad esempio, nella Biennale di Robert Storr ci fosse il 20% di donne. Al netto dei numeri, che contano fino a un certo punto, vorrei che anche un visitatore comune potesse vedere una mostra con le stesse tensioni e le stesse rime del passato ma con una grande quantità di donne e che la donna artista non debba sempre essere per forza assimilata all’immaginario femminile e protofemminista. L’arte deve anche parlare della nostra società, e costruire intere programmazioni museali su mostre di artisti uomini non è il riflesso della nostra società.

E infatti la tua Biennale è diventata un caso.
Lo spirito dei tempi comunque emerge. In molti padiglioni, ad esempio, le protagoniste sono le donne.

Roberto Cicutto e Cecilia Alemani. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia
Roberto Cicutto e Cecilia Alemani. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia

ARTISTE E CORPO NELLA BIENNALE DI CECILIA ALEMANI

Quando hai presentato le artiste della tua mostra le hai definite disobbedienti. In cosa consiste la disobbedienza?
La disobbedienza è ai cliché e ai canoni che si associano molto spesso a queste identità e corpi. In mostra ci sono molti corpi che respingono una composizione o visione tradizionale. Penso sia importante rispettare tutte le voci individuali, senza generalizzazioni.

Sembra che ci sia, nella tua Biennale e non solo, un tentativo di ritorno a un corpo, passato però attraverso dinamiche recenti come la smaterializzazione del contatto e della fisicità, imposta dalla pandemia, e la mediazione, a tratti invadente, della tecnologia. Il tuo postumano appare come una summa di tutto ciò: un ritorno a un corpo che deve fare i conti con una tecnologia diventata a sua volta corpo.
Sì. È un argomento attuale e che ha una manifestazione, appunto, fisica. Pure la mostra è molto fisica, forse anche in risposta agli anni che stiamo vivendo. Gli artisti hanno fatto cose e questa credo sia una reazione alla mancanza del rapporto somatico con l’opera.

Gli allestimenti ideati da Formafantasma contribuiscono a questa idea di fisicità?
I Formafantasma hanno compiuto un lavoro quasi autoriale sulle capsule storiche. Più che sul corpo, credo ci sia stata una riflessione sul potere del display in un contesto come quello della Biennale caratterizzato dalla monumentalità. Mi hanno aiutata a creare una successione di spazi compressi e più dilatati, soprattutto all’Arsenale.

Roberto Cicutto e Cecilia Alemani. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia
Roberto Cicutto e Cecilia Alemani. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia

ARTISTI E PANDEMIA

In molti si sono interrogati sulla valenza ottimista o pessimista della tua Biennale. Al netto delle etichette, qual è lo “stato d’animo” della tua mostra?
Io sono una persona ottimista, ma ovviamente questa Biennale è frutto dei tempi. Il sentimento che vige di più è quello dell’introspezione. Ho la sensazione che gli artisti durante la pandemia abbiano introiettato quello che stava capitando in modo intimista, diaristico, onirico, senza abbandonare il contenuto ma con metodologie meno “urlate”.

In effetti in molti hanno accusato gli artisti di non aver fatto sentire abbastanza la propria voce durante questi anni pandemici. Ma come si può chiedere a un artista di rispondere con immediatezza a un qualcosa che impiegheremo decenni ad assorbire?
Sono d’accordo. Per la maggior parte delle persone coinvolte nella mostra questa pandemia è stata l’evento più rivoluzionario, trasformativo e drammatico della vita. Gli artisti hanno delle velocità di assimilazione diverse. La macchina del mondo dell’arte va veloce, nel momento in cui si è fermato l’ingranaggio, improvvisamente ci si è trovati a fare i conti con una temporalità differente.

Arianna Testino

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Arianna Testino
Nata a Genova nel 1983, Arianna Testino si è formata tra Bologna e Venezia, laureandosi al DAMS in Storia dell’arte medievale-moderna e specializzandosi allo IUAV in Progettazione e produzione delle arti visive. Dal 2015 lavora nella redazione di Artribune. Attualmente dirige l’inserto cartaceo Grandi Mostre ed è content manager per il sito di Sky Arte, curato da Artribune. Nel 2012 ha pubblicato il saggio "Michelangelo Pistoletto. L'unione di vita, parole e opera" e nel 2016 "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (con Marco Enrico Giacomelli).