Protagonista di due rassegne espositive a New York e a Parigi, Charles Ray si racconta. Spaziando dalla scultura al timore degli alieni

Con Figure Ground Charles Ray (Chicago, 1953) torna a New York con una personale pubblica dopo quasi venticinque anni. Diciannove delle cento sculture prodotte da Ray in più di cinque decenni di attività sono ora in mostra nella Cantor Exhibition Hall del Met. Dal 16 febbraio, però, quasi un terzo della sua intera produzione sarà esposto in One carte banche two exhibitions, una doppia personale co-presentata alla Bourse de Commerce (Collezione Pinault) e al Centre Pompidou, evento di importanza senza precedenti in Francia e anche in Europa, che lo consacra come uno dei più importanti artisti contemporanei del XX e XXI secolo.

Charles Ray, Boy with Frog, 2009. Bourse du Commerce, Parigi
Charles Ray, Boy with Frog, 2009. Bourse du Commerce, Parigi

LE MOSTRE DI CHARLES RAY A NEW YORK E PARIGI

Gli allestimenti di queste mostre appaiono assai poco coreografati, ma non bisogna lasciarsi ingannare. Per Ray è la scultura – sopra ogni altra forma d’arte ‒ a stabilire un rapporto inscindibile con lo spazio. Per questo i suoi lavori agiscono sullo spettatore attraverso spazi vuoti e senza imporre il distanziamento. Nelle due sale della Cantor Exhibition Hall, Ray imbriglia i visitatori in un recinto magico popolato da figure antieroiche poste direttamente sul pavimento, sullo stesso piano di chi osserva. E per di più, a New York così come a Parigi, lo spettatore si trova spesso di fronte a figure nude, che spesso trascendono le loro radici classiche come Huck and Jim, 2014 e Family romance, 1993, Oh! Charley, Charley, Charley …, 1992. E la nudità è così definita che a volte può creare problemi quando l’installazione deve essere esposta all’aperto (si veda il caso di Boy with Frog, 2009, a Punta della Dogana, a Venezia).

Charles Ray, Archangel, 2021, cipresso. Collection of the artist. Courtesy Matthew Marks Gallery. Photo Takeru Koroda   Charles Ray, Courtesy Matthew Marks Gallery
Charles Ray, Archangel, 2021, cipresso. Collection of the artist. Courtesy Matthew Marks Gallery. Photo Takeru Koroda   Charles Ray, Courtesy Matthew Marks Gallery

LA SCULTURA SECONDO CHARLES RAY

La figurazione in Ray si è sviluppata a partire dal suo interesse per la scultura modernista. Costruita intorno a una relazione fra parti, la figurazione in Ray oltrepassa però si riconnette al sociale collegando più figure come accade in Family Romance o Huck and Jim.
Il pezzo al centro della mostra al Met si intitola Arcangel, 2021: è una scultura – alta 4 metri ‒ che fa tutt’uno con il piedistallo raffigurante un angelo appena sceso a terra, leggermente instabile. È il risultato di sette anni di lavoro e questa volta la figura non è completamente nuda. Indossa un paio di infradito e jeans arrotolati. Arcangel è stato scolpito in Giappone ‒ dietro meticolose istruzioni di Ray ‒ dal maestro intagliatore Yuboku Mukoyoshi utilizzando il cipresso hinoki, un legno tradizionalmente riservato alla costruzione dei templi. Che siano fatti di legno, pietra, fibra di vetro, argento o acciaio inossidabile, in ogni caso Ray crea fantasmi che penetrano nella mente e inducono una strana forma di allucinazione nello spettatore.
Ray progetta le sue sculture utilizzando masse solide e gli spazi vuoti che le circondano contemporaneamente. E lo fa con risultati che “appaiono” materici quanto a peso, colore e forma. Il significato dei suoi soggetti è un altro mix del suo arsenale poetico. Il messaggio sociale che solleva viene dall’azione dello scolpire o è lo scolpire a condurci nel messaggio sociale? Questo nel lavoro di Charles Ray resta un mistero.

Charles Ray, Tractor, 2005. Bourse du Commerce, Parigi
Charles Ray, Tractor, 2005. Bourse du Commerce, Parigi

LE OPERE DI CHARLES RAY

Il suo monumentale Horse and Rider, 2014, posizionato a terra nello spazio antistante la Bourse de Commerce è composto da 9,5 tonnellate di acciaio inossidabile lucido: ritrae un cavaliere che a prima vista sembra rispondere alle vicine statue equestri di Enrico IV e Luigi XIV. Ma poi ti accorgi che il cavaliere indossa mocassini da velista (quanto di meno adatto esiste per l’equitazione), mentre le redini e il morso del cavallo sono solo un gesto scultoreo, perché nella scultura non sono stati previsti. Si tratta di un vero monumento o di una scultura di un monumento? Ray lo ha posizionato a terra, tra automobili e pedoni.
Famoso per le sue sculture antropomorfe, Ray individua nella “macchina” un altro leitmotiv. Aluminium tractor, 2005, proveniente dalla collezione del museo Astrup Fearnley, è un oggetto completamente scolpito. Ray ha trovato un vecchio trattore guasto in un cortile di Los Angeles, lo ha smontato, pezzo per pezzo, e con l’aiuto di una falange di assistenti ne ha rimodellato ogni parte utilizzando la creta: ingranaggi, molle e bulloni. Queste migliaia di parti in argilla sono state modellate e poi fuse in alluminio. L’intero oggetto è realizzato a mano all’interno e all’esterno. Pochi anni dopo Ray ha scolpito Father Figure, 2007, un altro trattore ispirato sia a un giocattolo d’infanzia che agli antichi rilievi assiri.
Unbaled Truck, 2021, ora in mostra alla Bourse de Commerce, è stato creato smontando le lamiere compresse di un pick-up Chevrolet rinvenuto in una discarica. Mentre al Centre Pompidou c’è Unpainted scupture (1997), una Pontiac Grand AM spaventosamente incidentata ricostruita in fibra di vetro dipinta.

Charles Ray, 2020
Charles Ray, 2020

CHI È CHARLES RAY

Charles Ray si è formato in un collegio dell’Illinois, gestito per metà da militari e per metà da monaci benedettini, la cui disciplina è stata ammorbidita solo dagli studi del fine settimana presso la School of the Art Institute di Chicago. Non è credente, ma non è nemmeno indifferente agli studi di filosofia e teologia cristiana.
Il suo lavoro è spesso critico in modo irriverente nei confronti delle sciocchezze veicolate dai mass media, dalle opere d’arte che hanno a che fare con il mainstream ai miti della cultura popolare americana. Tutti i lavori di Ray, non solo le sculture, ma anche la fotografia o le performance, fanno sorgere domande ma non danno mai una risposta. Abbiamo quindi provato a porle direttamente a lui.

Charles Ray, Fall ‘91, 1992, fibra di vetro dipinta, capelli sintetici, abiti, gioielli, vetro e metallo. Photo DR. Photo DR © Charles Ray
Charles Ray, Fall ‘91, 1992, fibra di vetro dipinta, capelli sintetici, abiti, gioielli, vetro e metallo. Photo DR. Photo DR © Charles Ray

L’INTERVISTA A CHARLES RAY

Non avevi mai esposto a Parigi. Ora inauguri due mostre contemporaneamente e proprio mentre ne hai appena aperta un’altra al Met. Charles, che ti succede?
Beh, in realtà ho già esposto a Parigi, negli Anni Novanta, con la Galerie Claire Burrus. È stata un’esperienza meravigliosa e mi è davvero piaciuta Parigi, ma non sono tornato per molti anni. Jean-Pierre Criqui mi ha invitato a tenere una conferenza e questo ha dato inizio al mio rapporto con il Pompidou. Ma per molti anni prima ho avuto un profondo rapporto artistico con il signor Pinault. È venuto a trovarmi spesso a Los Angeles, nel mio studio, ha collezionato i miei lavori, mi ha raggiunto in Giappone e ha commissionato Boy with Frog per l’inaugurazione di Punta della Dogana, a Venezia. Mi ha pure portato più volte a Parigi per progettare questa mostra alla Bourse de Commerce. Il fatto che le due mostre siano simultanee non era programmato.

Perché lo scultore Charles Ray fa cose uguali a quelle vere, solo un po’ più piccole, molto pesanti e per di più molto costose?
Lo scultore Charles Ray è alto cinque piedi e dieci pollici, pesa 155 libbre. Nel prossimo decennio si dissolverà in polvere. Il suo nome svanirà, così come l’intento delle sue sculture. Le sculture rimarranno perché le ha costruite un po’ più piccole e occasionalmente molto più grandi di come sono in realtà. Le sculture più pesanti in acciaio sopravvivranno all’imminente guerra nucleare ma cederanno di fronte al trascorrere del tempo. Le sculture in legno e carta si autodistruggeranno, ma verso di me, l’artista, credo che il futuro sarà gentile. Quando sarò morto, le mie sculture entreranno nell’aldilà, che è la vita dopo di me.

Circolano varie leggende sulla tua vita privata. È vero che ti sei schiantato contro una portaerei mentre navigavi da solo nel Pacifico?
Ho avuto una collisione con una nave militare di 280 metri. Ero solo e l’evento si è verificato nel cuore della notte. La mia memoria ha un’immagine della collisione in pieno giorno, forse questo è dovuto all’adrenalina che sta ancora salendo nel mio sistema.

È vero che recentemente sei caduto lungo una scarpata su un Mercedes Wagon. Cosa ti è successo?
L’auto è rotolata più volte lungo il terrapieno dell’autostrada. Quando l’auto si è fermata, sono rimasto sorpreso di essere ancora vivo. Sono sceso dall’auto e sono scivolato lungo una scarpata poi quando ho sentito voci dall’alto che urlavano di non muovermi. Mi sono rotto quasi tutte le costole, la clavicola, il gomito e, cosa più grave, il collo. Ero a nord di Sacramento, sono stato portato in un ospedale regionale e trasferito con un’eliambulanza a Los Angeles. Con l’aiuto di straordinari medici sono completamente guarito.

È vero che anni fa hai lasciato il tuo amatissimo primo pick-up sul ciglio di una strada perché temevi l’attacco dei dischi volanti?
Sì, ma questo è successo molti anni fa.

Charles Ray, Reclining woman, 2018, acciaio. Collection Glenn and Amanda Fuhrman NY. Courtesy the FLAG Art Foundation. Photo Sean Logue. Courtesy Matthew Marks Gallery © Charles Ray
Charles Ray, Reclining woman, 2018, acciaio. Collection Glenn and Amanda Fuhrman NY. Courtesy the FLAG Art Foundation. Photo Sean Logue. Courtesy Matthew Marks Gallery © Charles Ray

LA SCULTURA SECONDO CHARLES RAY

Tutti dicono che sei molto lento nel realizzare le tue opere. Collezionisti stremati e direttori di musei che pensano a una specie di perversione calcolata… È sadismo o pratica zen?
La velocità è relativa. Spesso ci metto un decennio per realizzare un’opera d’arte. Se pensi che ho ancora un altro decennio nella mia vita, non è molto tempo. L’ultimo giorno, si direbbe, si avvicina rapidamente. Quando avevo vent’anni, dieci anni per fare una scultura sarebbero stati perversi. A quei tempi lavoravo a un ritmo diverso. L’importante è che lavoravo sempre e comunque. Ho realizzato da solo le mie sculture quando ero giovane, ma più avanti ho assunto degli assistenti: avevo finalmente trovato un modo per permettere alle mie sculture di realizzarsi da sole. Quindi suppongo che tu possa dire che sono le mie sculture a prendersi il loro tempo.

Da almeno trent’anni ti occupi di corpi nudi ricostruiti con una definizione che li rende realistici. Dov’è l’innesco di questa ossessione?
Molto giovane, ricordo di essere stato su un autobus, ed ero molto depresso perché avevo appena ammesso a me stesso che non c’era modo che riuscissi mai a disegnare una figura. Dal momento che mi mancava questa abilità, sono crollato di fronte alla nuova consapevolezza: non avrei mai potuto essere un artista.
Ma ho imparato rapidamente che c’erano molti modi per aggirare la mia incapacità di disegnare. Il mio mentore mi ha insegnato a disegnare con il materiale scultoreo che avevo a portata di mano. Barre d’acciaio, travi e blocchi di cemento. Ho cominciato a realizzare disegni non tradizionali, a grandezza naturale con i materiali a disposizione. Il mio corpo era sempre lì, a muovere le cose. Alla fine mi sono spogliato e sono entrato nel lavoro che stavo facendo.

Un nuovo lavoro è apparso ora al Met. Un surfista senza tavola che hai chiamato Arcangel. Perché? I surfisti sarebbero arcangeli?
Arcangel non è sicuramente un surfista, di certo però anche i surfisti hanno angeli custodi…

Aldo Premoli

New York // fino al 5 giugno 2022
Charles Ray. Figure Ground
THE MET FIFTH AVENUE
1000 Fifth Avenue
https://www.metmuseum.org

Parigi // dal 16 febbraio al 6 giugno 2022
Charles Ray
BOURSE DE COMMERCE
2 rue de Viarmes
https://www.pinaultcollection.com

CENTRE POMPIDOU
Place Georges-Pompidou
https://www.centrepompidou.fr

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AutoreCharles Ray
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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualmente è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiesta” e direttore della piattaforma hyper local "SudStyle". Curatore indipendente di mostre che fanno da ponte tra arte e scienza. In Sicilia ha fondato “Mediterraneo Sicilia Europa onlus”, in Lombardia “La Cernobbina Art Studio”. Svolge attività di visiting professor per accademie del nord come del sud della Penisola.