Luogo e segni. Stratificazioni concettuali a Venezia

Punta della Dogana, Venezia ‒ fino al 15 dicembre 2019. Una mostra complessa che confonde e poi accoglie il visitatore, stimolandolo con corrispondenze, simmetrie e irregolarità. Per una riflessione su poesia, memoria e linguaggio.

Simon Fattal, The Meeting, 2018. Musée Yves Saint Laurent, Marrakesh. Photo © Fondation Jardin Majorelle Jaimal Odedra
Simon Fattal, The Meeting, 2018. Musée Yves Saint Laurent, Marrakesh. Photo © Fondation Jardin Majorelle Jaimal Odedra

La formula è semplice, accostare opere già presentate a Punta della Dogana ad altre esposte qui per la prima volta. Ma lo svolgimento è complesso: la mostra Luogo e segni è forse la più ostica, a un primo approccio, sin qui presentata negli spazi ridisegnati da Tadao Ando.
Senza scegliere un tema specifico, i curatori Martin Bethenod e Mouna Mekouar organizzano l’esposizione attorno ad argomenti come “l’interazione tra natura, creazione e poesia” e “la memoria dei luoghi”. E allestiscono un percorso di corrispondenze indirette tra le diverse opere ‒ “la mostra ha la forma di un leporello”, ha spiegato la curatrice, “con sale anche distanti che si rispondono a vicenda”.
Lo spettatore deve così impiegare la prima parte della visita per decifrare l’esposizione. Una volta entrati nell’atmosfera, non mancano momenti di apertura, lievi ma a loro modo monumentali. Nella sala centrale sono esposte ad esempio le sculture in vetro di Roni Horn, per un acquoso effetto panoramico che gioca in sottrazione.

Sturtevant, Felix Gonzalez-Torres America America, 2004. Pinault Collection. Installation view at Punta della Dogana, Venezia 2019 © Palazzo Grassi. Photo Delfino Sisto Legnani & Marco Cappelletti
Sturtevant, Felix Gonzalez-Torres America America, 2004. Pinault Collection. Installation view at Punta della Dogana, Venezia 2019 © Palazzo Grassi. Photo Delfino Sisto Legnani & Marco Cappelletti

GIOCO A INCASTRI

L’inizio del percorso è altrettanto suggestivo, con le tende di perline di Félix González-Torres che fanno da soglia iniziatica. E l’opera di Surtevant è un altro punto di respiro, ma con la stratificazione intellettuale dell’appropriazionismo (il suo lavoro ne cita alla lettera uno di González-Torres, che come detto è presente altrove in mostra). Un’altra tenda, sinuosa, suggella la mostra nella terrazza: è di Wu Tsang ed è ispirata alle atmosfere libertarie del clubbing.
E poi gli incastri, le sale fitte con accavallamenti di opere. Proprio la tenda di González-Torres è inclusa in una sequenza serrata che comprende anche Roni Horn, Louise Bourgeois, Agnes Martin, Constantin Brâncuși, Vija Celmins ‒ lavori della collezione personale di Roni Horn, che ha allestito la sala. Il percorso espositivo “ricatta” poi lo spettatore: per vedere i dipinti di Etel Adnan, musa ispiratrice, con le sue poesie, di tutta la mostra, bisogna aspettare la fine del video di Philippe Parreno, proiettato nella stessa sala.

Nina Canell, Days of Inertia, 2015. Courtesy Daniel Marzona, Barbara Wien, Mendes Wood Dm Galleries. Installation view at Punta della Dogana, Venezia 2019 © Palazzo Grassi. Photo Delfino Sisto Legnani & Marco Cappelletti
Nina Canell, Days of Inertia, 2015. Courtesy Daniel Marzona, Barbara Wien, Mendes Wood Dm Galleries. Installation view at Punta della Dogana, Venezia 2019 © Palazzo Grassi. Photo Delfino Sisto Legnani & Marco Cappelletti

IPERCONTEMPORANEO

Tra le diverse opere di livello spicca la riflessione post-pittorica di R.H. Quaytman: variazioni su astrazione e figura, manuale e digitale, artigianato e Fine art che danno vita a un mix davvero originale e ipercontemporaneo. E si riscoprono anche nomi sin qui trascurati, come Simone Fattal, le cui bizzarre ceramiche “ritualistiche” convivono con l’audio di una poesia di Etel Adnan letta da Robert Wilson.
Dal “cervellotico” si sfocia nel sensoriale, e viceversa. Il respiro della mostra è alternato, irregolare, antiarmonico per scelta e stratificato per vocazione. Le generazioni e gli approcci si mescolano, da Carol Rama ad Alessandro Piangiamore, dalle opere acquatiche di Nina Canell e Roni Horn fino a quelle carnali e morbose di Tatiana Trouvé ‒ oggetti iperrealistici in marmo che evocano per procura il corpo umano e la sua presenza.

Stefano Castelli

Evento correlato
Nome eventoLuogo e Segni
Vernissage21/03/2019 su invito
Duratadal 21/03/2019 al 15/12/2019
CuratoriMartin Bethenod, Mouna Mekouar
Generiarte contemporanea, collettiva
Spazio espositivoPUNTA DELLA DOGANA - FRANCOIS PINAULT FOUNDATION
IndirizzoDorsoduro 2 - Venezia - Veneto
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Stefano Castelli
Stefano Castelli (nato a Milano nel 1979, dove vive e lavora) è critico d'arte, curatore indipendente e giornalista. Laureato in Scienze politiche con una tesi su Andy Warhol, adotta nei confronti dell'arte un approccio antiformalista che coniuga estetica ed etica. Nel 2007 ha vinto il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli. Pubblica regolarmente i suoi articoli dal 2007 su Arte, dal 2011 su Artribune e dal 2018 su IL-mensile de Il Sole 24 ore. Collabora anche con Antiquariato. Dal 2004 a oggi ha curato numerose mostre in spazi privati e pubblici, di artisti affermati ed emergenti. Dal 2016 è nel comitato curatoriale del Premio arti visive San Fedele. Nel 2020 ha pubblicato il saggio "Radicale e radicante – Sul pensiero di Nicolas Bourriaud" (Postmediabooks) e tradotto il saggio "Inclusioni" di Nicolas Bourriaud (Postmediabooks).