Arte e cibo. Le performance di Romina De Novellis contro il patriarcato

Il cibo e i suoi rituali sono usati dalla performer Romina De Novellis per denunciare le dinamiche del patriarcato e opporvi una alternativa. Ne abbiamo parlato con lei.

Romina de Novellis, Fase REM, Roma Parigi 2014. Photo Mauro Bordin © De Novellis Bordin 2014
Romina de Novellis, Fase REM, Roma Parigi 2014. Photo Mauro Bordin © De Novellis Bordin 2014

Romina De Novellis (Napoli, 1982) è una performer che da sempre cerca di smitizzare i rituali su cui si basa la cultura mediterranea, in quanto questi fondano e perpetuano un sistema patriarcale che sottomette tanto la natura quanto la donna. Il cibo ha un posto centrale nelle sue performance, poiché il pasto e tutte le sue regole sono specchio della società maschilista e, dunque, proprio riscrivendo e stravolgendo questo rito, che modella la vita e stabilisce i ruoli sociali sia delle persone che dell’ecosistema, possiamo creare un nuovo futuro in chiave eco-femminista.

INTERVISTA A ROMINA DE NOVELLIS

Il cibo non è il tuo medium principale, ma ricorre spesso nei tuoi lavori. Cosa lo rende così evocativo?
Lo uso perché uso i rituali. Il cibo è l’apice, si ripete di continuo, dalla veglia del parto a quella della morte, feste, il quotidiano… Ritualizza la vita affermando il padre come suo modello, imponendosi come fondamentale per l’esistenza personale nella comunità.

È curioso parlare di imposizione, sia in termini sociali che psicologici.
Penso ai DCA che rompono tale schema e si impongono con violenza usando il cibo come disagio che spesso emerge nell’intimità della famiglia, che se ne accorge perché crolla l’equilibrio della tavola, il rito si spezza. Il cibo, poi, ci educa, in modo patriarcale e violento, imponendoci cosa meritiamo dando o vietando i dolci.

Come hai iniziato a riflettere sul cibo?
Da sempre è fondamentale nella mia ricerca sul contro-rituale. Ho mangiato con gli avvoltoi, curato galline, preso anguille, pensato all’atto cannibalesco dell’allattamento, analizzato la ripetitività dei rituali del cibo, come in Inferno, legato anche alla bulimia, dove per ore ho ingerito ed espulso anguria mentre la gente la mangiava con me, per terra.

Sfidavi il pubblico a prendere quest’anguria sporca?
Non voglio provocare, cerco il dialogo. Lo spettatore è mio pari, non devo svegliarlo ma offrirgli cultura di cui cibarsi. La gente non sapeva che stavo urinando, né se lo stava chiedendo. Come quando ne La Dolce Vita a Paris sono uscita da una fontana coperta di pasta, piena di alghe, capelli, di tutto, e la gente la mangiava.

Cos’ha abbattuto le barriere?
Siamo bombardati, nel nostro emisfero, dal fatto che il cibo non si rifiuta perché è rituale e per un senso di colpa verso l’ambiente e le carestie. Se offro dell’anguria la prendi, non guardi se è sporca. In prima linea non c’è la provocazione, il capello sulla pasta, ma il rituale che il pubblico riconosce e accetta.

Romina de Novellis, Inferno, Biennale di Venezia 2017. Prodotto da Kreemart in collaborazione con Galleria Alberta Pane - Lightbox - My Art Guides. Photo Mauro Bordin © De Novellis-Bordin 2017
Romina de Novellis, Inferno, Biennale di Venezia 2017. Prodotto da Kreemart in collaborazione con Galleria Alberta Pane – Lightbox – My Art Guides. Photo Mauro Bordin © De Novellis-Bordin 2017

IL CIBO COME CONTRO-RITUALE

Come usi i riti della tavola?
Ci creo un contro-rituale, non lo riattivo perché implicherebbe rinstaurare la cultura patriarcale. Il pasto ne è l’emblema, è il luogo, nell’usanza giudeo-cristiana, dove la donna cucina e l’uomo ne approfitta, si fa servire, benedice la tavola. È una cultura maschilista che va scardinata con i suoi stessi mezzi/riti. Sono vegana, mi aiuta a non alimentare tali usi sviluppatisi nell’industria capitalista.

Questo porta alla tua ricerca eco-femminista. In che modo si lega al cibo?
Scombina il ruolo della donna che, nella cultura mediterranea religiosa (senza voler globalizzare le varie specificità), si dedica alla casa e al nutrimento, dall’infante alla famiglia, la comunità. Il suo potere si limita alla cucina, di rado le è permesso cacciare o uccidere gli animali, se non certi come l’anguilla. È una mitologia che va da Eva a Euridice, pizzicata dal serpente, al natale partenopeo dove la donna uccide l’anguilla.

L’uccide quasi per espiare le colpe di Eva. Come alteri questo rito?
L’anfibio, che è sporco, striscia per terra, è peccaminoso e lega la donna alla bestia, strega e serpe, sottomettendola all’uomo. Pensa al tarantismo, dove è San Paolo, sopravvissuto al rettile, a salvare la donna morsa da questo. Ho vivida l’immagine di mia nonna che ammazza l’anguilla, una lotta violenta che ho trasformato, grazie a letture eco-femministe, in una rivincita della donna sulla bestia, liberazione da ciò che la rende serpe e le fa vivere la sua bestialità.

Torniamo al cibo come rottura nei rituali patriarcali.
La tradizione rurale meridionale su cui mi baso vede l’uomo imporsi sul cibo con superiorità: è lui che caccia e domina il creato. La donna arriva a natura già conquistata e cura il pasto per creare piacere a terzi, trasformando la bestia torturata, emblema dell’impero virile, in bellezza, gusto, tavola imbandita, alimentando il sistema patriarcale che la tiene schiava insieme alla natura.

Romina de Novellis, Bella Ciao, Expop, Alghero 2016. Prodotto da EXPOP. Photo Mauro Bordin © De Novellis Bordin 2016
Romina de Novellis, Bella Ciao, Expop, Alghero 2016. Prodotto da EXPOP. Photo Mauro Bordin © De Novellis Bordin 2016

CIBO E PERFORMANCE

Parliamo del tuo ultimo progetto, The Last Supper, conclusione della residenza DOMUS da te organizzata in Puglia.
Il contro-rituale può cambiare la storia del cibo, deciderne un futuro migliore. L’ultima cena, l’ultimo dialogo, è arrivata dopo settimane di sforzi comuni e dieta vegana, in uno scenario molto simbolico, sommersi da ulivi morti, per raccontare una tragedia insieme ecologica e culturale. Cambia il clima, cambiano le culture e l’ulivo sparisce, desertificando ambiente e cultura. Un’ultima cena simbolo di queste fini, non l’uomo che si sacrifica, ma l’uomo colpevole della morte delle culture mediterranee, delle sue materie prime estirpate e dei suoi popoli. Ma la gente non ne poteva più di mangiare e pensare vegano.

Perché seguire questa dieta, risultata così ostica? Cercavi coerenza con il tema di rinuncia, svuotamento?
Volevo condividere le nostre vulnerabilità. Io, da artista, ho diretto un dialogo rigoroso, carente di conoscenze scientifiche precise. Mi sono esposta in modo fragile alle teorie, chiedendo agli ospiti di resistere fisicamente, anche attraverso il nutrimento. Prima della mia performance c’è stato un momento impattante, guidavo gli ospiti con ardore e determinazione, li ho fatti nascondere dietro il cimitero di ulivi per far loro abbandonare il ruolo di intellettuali e diventare attori. Nella tensione, climax nel nostro condividere le paure, ho raccontato il mio trauma, sconosciuto, la mia storia di donna vittima di violenza domestica, che ha perturbato tutti. Dovevo introdurre la violenza nel dialogo, rompere la comodità.

Come hai affrontato il racconto?
Con forza, mai da vittima, perché mi emancipa dalle ferite. Anche il trauma si digerisce, solo così si abbandona l’azione violenta, il ruolo sia di vittima che di carnefice. Non diamo spazio alla digestione di cibo, traumi, emozioni… Siamo sempre soprappensiero, ci cibiamo ininterrottamente, con foga.

Irene Machetti

www.romina-denovellis.com

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AutoreRomina De Novellis
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