Poetronicart. Cos’è e cosa fa lo spiega Gianluca Marziani in questa intervista

Arte, economia, scienza e tecnologia. È il poker che contraddistingue Poetronicart, start-up nata nel 2017. Ora Gianluca Marziani si unisce all’impresa, con un ruolo di primo piano che ci spiega in anteprima in questa intervista.

Poetronicart
Poetronicart

Lo avevamo lasciato alla direzione di Palazzo Collicola, lo avevamo reincontrato come co-curatore della mostra itinerante di Banksy. È Gianluca Marziani, che fra le sue mille attività ora aggiunge il ruolo di “regista” all’interno della start-up Poetronicart.

Poetronicart. Un nome ancora poco conosciuto nel mondo dell’arte. È un po’ complicato riassumere tutte le anime di questo progetto. Ci proviamo?
Solo in apparenza complicato, in realtà l’obiettivo ultimo è quello di maturare una sintesi d’equilibrio, alimentando il legame virtuoso tra la filiera solida dell’arte (ciò che abbiamo conosciuto fino a febbraio 2020) e una piattaforma d’accesso liquido al processo artistico (ciò che da marzo 2020 è una exit strategy di rinnovamento biologico).

Come si trova questa sintesi?
Poetronicart incarna una start-up di nuova generazione che nel 2021 consoliderà la propria forza operativa nelle sue varie anime/piattaforme. Al nostro interno non esistono limiti imposti ma adattamenti alle esigenze esogene: ci dedichiamo ai processi didattici per via digitale, ai progetti editoriali di ultima specie, realizziamo realtà immersiva per ogni esigenza tipologica, costruiamo archivi digitali con soluzioni trademark, gestiamo l’applicazione dei token alle opere, ci occupiamo di modelli commerciali che diano autonomia agli artisti… Implementeremo settori e conoscenze in base alle curve di crescita delle richieste e dei vuoti di mercato; costruiremo partnership con soggetti esistenti; amplieremo gli scambi con società affini, coprendo i reciproci vuoti con supporti di know-how specialistico.

Quali sono le innovazioni sostanziali rispetto alle piattaforme già esistenti di questo tipo? Intendo dire: piattaforme che fanno compravendita di opere ci sono già; piattaforme che fanno attività di agenzia esistono già; idem fiere online. Dunque?
Ottima domanda, che rappresenta il nostro punto di partenza, l’ingaggio da cui ci muoviamo per distinguerci dal resto della proposta. Poetronicart sta costruendo un Art Business Village, un cluster ad alta tecnologia che distribuirà i propri servizi in forma sartoriale, sulla misura di ogni utente, offrendo ciò di cui altri non dispongono, talvolta dando soluzioni specifiche che altri affrontano in modo generico. Vorremmo diventare un cloudscape dai confini permeabili, adattivo per natura tecnologica, slittante per necessità sistemica.

LE CARATTERISTICHE DI POETRONICART

Facciamo qualche esempio di progetti che Poetronicart ha già portato a dama?
Tra i progetti finalizzati cito “La casa Totiana” con cui Poetronicart gestisce il patrimonio in opere di Gianni Toti e Marinka Dallos; le “Cartaviglie”, una collana che coniuga editoria classica e realtà aumentata, in collaborazione con Safarà Editore; “Hungarian Memories”, una app per presentare all’estero i luoghi della memoria e della cultura ungherese. Sono tre esempi per dimostrare l’elasticità di movimento con cui la piattaforma si muoverà nei prossimi anni.

Rispetto a tutto questo, tu in che ruolo ti collochi?
Mi inserisco in una filiera ben costruita da Giovanni Abelli e Stefano Angelini, basata sul modello operativo delle migliori start-up internazionali. La mia direzione artistica coprirà la geografia di contenuti che serve a Poetronicart. Sono il direttore d’orchestra della zona teorica, colui che definisce le correnti principali su cui impegnare energie e risorse, disegnando linee di forza e gravitazioni teoriche.

Arrivi a questo incarico dopo aver fatto cosa? Riassumici i tuoi incarichi nell’ultimo quinquennio e le cose che invece continuerai a fare pur essendo direttore di Poetronicart.
Questa nomina cuce assieme le piattaforme su cui sto lavorando da alcuni anni. Dopo un decennio come direttore di Palazzo Collicola Arti Visive (una bella avventura che per fortuna è terminata, rimettendo in circolo le mie energie curatoriali) ho rifiutato tre proposte di direzioni museali in piccole città, proprio perché mi vedevo ormai in un’altra storia. Quasi subito sono diventato il curatore delle mostre d’arte contemporanea del gruppo MetaMorfosi: assieme a Pietro Folena e Vittorio Faustini abbiamo creato un dipartimento destinato ai macrofenomeni del presente, indagando artisti (Banksy, Obey, Keith Haring, Damien Hirst…) che rappresentano il miglior palcoscenico per il tipo di narrazione che più mi piace. Considera che la mostra su Banksy è uno dei maggiori successi espositivi italiani in era Covid, oltre a essere l’unica mostra davvero scientifica sull’autore inglese, costruita (assieme a Stefano Antonelli e Acoris Andipa) con un’attenzione maniacale ai contenuti e alla filologia del suo pensiero. Sempre con MetaMorfosi sto lavorando su una struttura museale di nuova generazione, pensata attorno al dialogo tra maestri dell’arte antica e fenomeni del contemporaneo. Sarà un dialogo diverso dal semplice accostamento tra un quadro del Seicento e un’opera del Novecento, vedrete un sistema espositivo a cui non si è abituati in Italia.

Sono tutti progetti collettivi. L’uomo solo al comando non funziona più?
Oggi credo in una direzione artistica orchestrale: penso al sistema di musei e fondazioni con cui sto collaborando (Palazzo Ducale a Genova, Palazzo dei Diamanti a Ferrara, Palazzo Medici Riccardi a Firenze, EXMA a Cagliari, Fondazione Sant’Elia a Palermo, Palazzo Campana a Osimo, Musei del Comune di Cremona, Fortezza Firmafede a Sarzana, Castello di Otranto, Magazzini del Sale a Cervia…) che rappresenta un circuito fluido nel territorio turistico italiano. A questi luoghi si aggiungono spazi a Basilea (dove inaugureremo a marzo la grande mostra su Banksy), Rio de Janeiro, Seoul, Shanghai, Pechino, Tokyo, un sistema aperto che eviti le “tossicità” curatoriali della direzione verticale, favorendo le connessioni circolari di una direzione satellitare.

GIANLUCA MARZIANI E POETRONICART

Torniamo ai tuoi progetti.
C’è l’apertura in primavera di una galleria a Todi, un progetto che ho ideato con Matteo Basilè per sviluppare un atipico approccio espositivo; le consulenze di arte urbana con molteplici Comuni italiani, un lavoro che sto curando assieme a Stefano Antonelli; un nuovo sistema didattico per le esposizioni, un’idea che mi vede al fianco di Stefano Antonelli e dell’Università Roma Tre; il lavoro curatoriale, al fianco di Ledo Prato, per Volterra 2022 Capitale della Cultura, un patrimonio di idee che dovrebbe vedere la luce anche se non abbiamo vinto.

Torniamo a Poetronicart. Come si inserisce in tutto questo?
Poetronicart cuce queste varie anime con un potenziale organico e integrato, in grado di migliorare la performance ideativa, produttiva, distributiva, archivistica, didattica e commerciale. Questo momento storico si sposa bene con il mio modo di pensare e agire. Finalmente si dilegua il dogmatismo ideologico che aleggiava nel nostro settore, aprendo vie di sperimentazione che ampliano le declinazioni di ogni soluzione. Non è casuale aver scelto Dagospia per la mia rubrica “Un Marziani a Roma”, scartando un noto quotidiano che avrebbe voluto ospitarla. L’impatto mediatico del più grande spazio d’informazione italiano offre alle mie indagini critiche la corrispondenza con il mio spirito curatoriale. Credo nella fine dei sistemi culturali monocentrici e un progetto come Poetronicart mi sembra il modo giusto per varcare la soglia all digital.

Come è nata la collaborazione? Come vi siete conosciuti?
Nel modo più sano e bello che esista: amici in comune, stima reciproca, confronti e scambio di idee, frequentazione nel tempo finché abbiamo sentito che era matura la zona d’incontro, creando assieme le condizioni di una collaborazione sinergica. Ci siamo conosciuti, fiutati, avvicinati, scelti. Una reciproca scommessa su un tavolo da gioco che galleggia nel Novacene.

Quanto ha impattato il Covid? Prima della pandemia ti saresti imbarcato in una avventura con questi contorni?
La riflessione esplosa durante la pandemia era iniziata ben prima di marzo 2020. Sentivo da anni un muro che si stringeva attorno alla filiera performante del global art system. Gli aspetti solidi del nostro settore (fiere, aste, gallerie, dealing privato) erano in piena nevrosi da risultato steroideo, un motore anabolizzato che si reggeva sull’ipertrofia del ciclo finanziario e mondano. Vi sembra possibile che l’arte contemporanea si basi ancora su modelli novecenteschi? Mentre questa domanda diventava il mio mantra, il mondo cambiava a velocità inaudite e la mia sensibilità intuitiva faceva il resto. Non è un caso che stia scrivendo un libro dal titolo Novacene Experiment, uno studio sul legame tra Uomo e Macchina che ha visto il suo numero zero con una recente mostra a La Galleria Nazionale di Roma; nel 1998 avevo intuito il futuro del quadro digitale con la mia teoria di “Nuovo Quadro Contemporaneo”, oggi riprendo quel filo ideale per spostarmi sulle evoluzioni dell’Intelligenza Artificiale in ambito artistico. In un mondo sempre più algoritmico, quale miglior direzione artistica di una società come Poetronicart?

Massimiliano Tonelli

www.poetronicart.com

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.