Imperscrutabili sono le vie dell’arte. Allora può succedere che una coppia di collezionisti elvetici, Pierre et Joëlle Clément, si innamori dell’arte aborigena australiana e riesca a farle dedicare un intero museo d’arte contemporanea europeo. Almeno per una mostra. Ne abbiamo parlato con il curatore della collezione, Jean-Marie Reynier.

Pierre e Jöelle Clément sono una coppia di avventurieri originari della Svizzera francese e residenti a Zug. Jöelle scopre l’arte aborigena d’Australia per ragioni professionali alla fine degli Anni Novanta e comunica questo entusiasmo a suo marito. In seguito a diversi viaggi sul territorio, decidono di aprire una galleria d’arte legata alla pittura contemporanea occidentale e australiana. Nel 2011 hanno deciso di chiudere la galleria per concentrarsi sulle opere in loro possesso, nominando Jean-Marie Reynier (artista, editore e curatore) direttore della collezione. Nel 2013 esce il libro La Collection Pierre et Joëlle Clément per le Éditions du Petit O. Reynier e i Clément hanno di comune accordo rifiutato che la collezione fosse esposta in un contesto etnografico e per questo hanno lavorato dal 2013 per dare accesso alle opere d’Australia in un contesto museale contemporaneo, considerando la rappresentazione pittorica come una partizione, come una scrittura e non come un gesto tribale.
Nel 2019 la Kunsthaus di Zug apre la prima esposizione in un museo europeo interamente consacrata alla pittura aborigena d’Australia, curata da Matthias Haldemann.

L’INTERVISTA A JEAN-MARIE REYNIER

Arte aborigena australiana in una cittadina svizzera: ci spieghi com’è successo?
Sono anni che lavoriamo con Pierre et Joëlle Clément per mettere in piedi questo momento. Anni di lavoro, catalogazione, edizione. Quando la Kunsthaus di Zug ha proposto di esporre la collezione è stato geniale. Sia per noi che abbiamo lavorato molto per ottenere questo primo passo, sia per gli artisti esposti.

Facciamo un passo indietro: raccontaci come sei entrato in contatto con i Clément.
A 18 anni ho lasciato Brera per trasferirmi in Svizzera francese e lavorare come stampatore e incisore all’Atelier di St. Prex, prima di finire la mia formazione alle Belle Arti a Ginevra. A St. Prex ho conosciuto Joëlle, che al tempo aveva una piccola galleria a Vevey. Ha voluto esporre il mio lavoro di disegno e siamo diventati amici. Una sera a casa loro hanno iniziato a farmi vedere della pittura aborigena australiana, che non era ancora così conosciuta dalle nostre parti. Sono uscito da quella serata con una consapevolezza supplementare e una tela di Minnie Pwerle che non mi ha mai abbandonato. La consapevolezza era di sapermi ancora confrontare con un’altra forma pittorica rispetto a quella occidentale. Io sono un malato della prospettiva, da quel momento mi è apparso logico il fattore culturale della rappresentazione.

My Mother Country – Malerei der Aborigines. Exhibition view at Kunsthaus Zug, 2019. Photo © Jorit Aust
My Mother Country – Malerei der Aborigines. Exhibition view at Kunsthaus Zug, 2019. Photo © Jorit Aust

La mostra a Zug ha un doppio passo: da un lato una collettiva, dall’altra un focus monografico. Partiamo dalla collettiva: le opere sono tutte quelle collezionate dai Clément o è una selezione?
Il curatore dell’esposizione e direttore della Kunsthaus di Zug, Matthias Haldemann, ha preso la buona decisione di non esporre interamente la collezione: mancano una decina di quadri. Non sono stati esposti non tanto per motivi estetici o di importanza, ma per lasciare al pubblico la possibilità di scoprire altri elementi della collezione.

Questa è una mostra di arte contemporanea aborigena. L’eurocentrismo in genere appiattisce temporalmente l’arte di altri continenti, mentre qui si mette appunto l’accento sulla datazione. Commenti in merito?
Contemporaneo è da intendersi nel senso più stretto del temine: al tempo stesso. Purtroppo dalle nostre latitudini l’idea di considerare ciò che succede altrove come “al tempo stesso” lascia spesso spazio a retaggi colonialisti. Non siamo tanto lontani dall’art nègre. Per quanto riguarda la pittura degli aborigeni d’Australia, è stata accettata in Occidente esclusivamente grazie al filtro commerciale che certi affaristi in debito di novità hanno voluto darle. In Europa esistono delle grosse collezioni, ma spesso sono filtrate da meccanismi mercantili che ne irridono la qualità narrativa. Nel caso della collezione Clément tutto questo non esiste. Sebbene abbiano loro stessi per qualche anno fatto mercato di una parte delle opere acquisite direttamente sul territorio, le loro scelte hanno sempre inseguito la qualità. Nessuna delle opere che sono esposte a Zug sarà venduta. L’idea è quella di far circolare l’esposizione il più possibile in Europa e nel mondo per poter far fruire al pubblico un insieme di opere eccezionali fatte “al tempo stesso”.

Qualche parola anche sulla personale di Emily Kame Kngwarreye: perché un focus proprio sulla sua opera?
Emily è la papessa dell’arte australiana. È stata riconosciuta internazionalmente in vita e ha aperto le porte dell’Occidente ad altri. Abbiamo avuto la possibilità di avere alcuni prestiti da due importanti collezionisti. Era fondamentale per la visibilità dell’insieme dell’operazione avere una figura già conosciuta (Biennale, Documenta…), perché è la prima volta che un museo d’arte contemporanea dedica tutti i suoi spazi a questo movimento.

My Mother Country – Malerei der Aborigines. Exhibition view at Kunsthaus Zug, 2019. Photo © Jorit Aust
My Mother Country – Malerei der Aborigines. Exhibition view at Kunsthaus Zug, 2019. Photo © Jorit Aust

Ad accompagnare la mostra c’è anche un libro piuttosto particolare: innanzitutto, per poterlo leggere bisogna “romperlo”. Ci racconti chi l’ha fatto e come?
Quando i Clément mi hanno chiesto di curare la collezione ho pensato subito a un libro. Abbiamo dunque lavorato due anni sulle tele, sulle immagini, sulla scelta dei materiali ed è nato questo oggetto che non era destinato alla vendita ma alla diffusione della collezione nei settori professionali. Ne sono stato l’editore e curatore e ho fatto appello a professionisti di alto livello – tra questi Lavinia Marinotti, che ha curato la veste grafica. Il libro era stato pensato come un volume nel volume, che richiamasse le prime edizioni tipografiche. Idealmente avremmo voluto fare un libro gigantesco che contenesse un altro libro solo testuale. Quello che è poi diventato nel tempo l’etichetta del titolo e della quarta di copertina: un “fermalibro”. Per accedere al contenuto bisogna strappare la “tranche”, è un gesto difficile, che racchiude in se un momento intimo, un accesso che già dall’inizio si dichiara non facile. Il testo che accompagna le opere parla di foreste medievali, di letteratura non lineare, di punti di vista differenti sulla pittura. Sarà presto disponibile sul nuovo sito della collezione, che è in costruzione.

La mostra chiude il 12 gennaio. Nel caso in cui non si riuscisse a vederla, quali altre possibilità ci saranno per osservare la collezione?
Come dicevo, questo è un primo step, molto importante, per il quale ringrazio ancora tutta la squadra della Kunsthaus di Zug. L’idea è quella di proporre ad altri musei nel mondo e anche in Italia di esporre le tele della collezione – che deve circolare, deve tracciare il suo cammino, la sua via dei canti. Stiamo lavorando in questo senso.

Marco Enrico Giacomelli

Zug // fino al 12 gennaio 2020
My Mother Country – Malerei der Aborigines
KUNSTHAUS
Dorfstrasse 27 – Zug
http://kunsthauszug.ch/
http://clement-gallery.com/

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #19

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Dati correlati
CuratoreJean-Marie Reynier
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.