A due giorni di distanza dalla morte, Ludovico Pratesi ricorda l’artista e amico Ettore Spalletti.

I miei colori vengono dal cielo, dalle albe sul mare, dalle nuvole, dall’aria tersa delle mattine di primavera”. Nella tarda primavera del 2008 ero seduto con Ettore Spalletti sulla spiaggia a Pescara, stavamo preparando la mostra al conventino di Monteciccardo, isolato nelle colline marchigiane. Ettore aveva pensato di distendere una serie di leggerissimi fogli di carta velina colorata sul pavimento di alcune celle affacciate sul chiostro, fissate con alcuni sassi di fiume. Una volta colpiti dai raggi del sole, avrebbero incendiato di colore l’intera cella, fino ad arrivare nel corridoio esterno. I colori scelti da Ettore erano l’azzurro, il giallo e il rosso. Un rosso carminio, per il quale Ettore aveva una predilezione particolare.
Dopo la guerra, a Pescara”, raccontava, “le ragazze bagnavano la carta nell’acqua e se la passavano sulle labbra, per avere l’effetto del rossetto, che non si potevano permettere”.
Spalletti era un uomo gentile e sensibile, che scandiva le parole per addolcirle e arrotondarne gli spigoli, abbarbicato come un giunco alla sua terra d’Abruzzo, alla cima della Bella Addormentata, quella montagna della Maiella che ha ritratto in alcune tele degli Anni Settanta.

IL VALORE DELLA GENTILEZZA

Ogni incontro con Ettore era intenso e accurato, ogni parola pronunciata da lui un frammento di senso, prezioso come una pepita d’oro o d’argento, come quella che mi mise in mano nel Duemila per la mostra Giganti ai Fori Imperiali. “Se durante l’inaugurazione qualcuno ti chiede dov’è il lavoro di Spalletti, devi tirarla fuori dalla tasca della giacca e mostrargliela”, mi aveva detto. Ettore mi era stato presentato da Mario e Dora Pieroni, ed ero rimasto subito colpito dal carattere schivo, dall’espressione dolce e gentile. Tra tutti gli aggettivi che mi vengono in mente quando ripenso a lui è gentile quello ricorrente. Era una persona gentile, un uomo d’altri tempi, un personaggio che pareva uscito da un poema di Eugenio Montale.

Era una persona gentile, un uomo d’altri tempi, un personaggio che pareva uscito da un poema di Eugenio Montale”.

Gentile era anche la sua pittura, sospesa in un tempo immobile ma fecondo. Negli anni ci siamo visti molte volte, sia a Pescara che nello studio vicino a Spoltore, un capannone che racchiude come uno scrigno le opere di Ettore, in un dialogo muto tra monocromi dai bordi dorati, preziosi come icone bizantine, e sculture in alabastro annuvolato, incendiate di luce. Quello era il mondo di Spalletti, frequentato abitualmente dalla sua assistente Azzurra, dalla compagna Patrizia, dalla nipote Benedetta. In uno spazio c’era il laboratorio, dove Ettore lavorava, e nell’altro “le opere riposavano per settimane o addirittura mesi, prima di poter lasciare lo studio e andare nel mondo”.

L’ULTIMO INCONTRO

L’ultima volta l’avevo incontrato prima dell’estate a Monaco, prima dell’inaugurazione della sua personale a Villa Paloma: avemmo una breve conversazione nella hall di un albergo. Ettore era seduto su una poltrona bianca, parlava più piano del solito, ma la grazia delle sue parole era la stessa, e così la capacità di trasformare una conversazione in pura poesia. Diceva che Monaco gli ricordava Pescara, dove “il mare è addosso”, a indicare il suo rapporto con la dimensione liquida del mondo che tanto lo aveva ispirato.
Mi mancherai Ettore, sei stato un amico e un punto di riferimento per la mia generazione, ancora non travolta dallo tsunami della tecnologia e capace di comprendere il valore di parole scelte e levigate, silenzi densi di pensiero e pause come specchi per l’anima. La tua grazia sommessa ma incisiva rimarrà negli sfumati dell’alabastro dove si posano i raggi del sole, nelle trame di pigmenti che si spargono sulla superficie dei monocromi o nei titoli delle tue opere, intensi e lievi come poesie.

Ludovico Pratesi

Dati correlati
AutoreEttore Spalletti
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI