Il direttore del MAAT di Lisbona lascia l’incarico. Intervista-bilancio con Pedro Gadanho

Abbiamo intervistato Pedro Gadanho, direttore del museo fin dalla sua creazione. Ci ha raccontato del suo modo di lavorare con gli artisti, dell’identità del MAAT e di come sta cambiando la scena culturale della città

MAAT by day. Photo Marco Enrico Giacomelli
MAAT by day. Photo Marco Enrico Giacomelli

Il MAAT – Museu Arte Arquitetura Tecnologia, posto nel quartiere Belèm di Lisbona, ha inaugurato diverse mostre e progetti site specific in concomitanza con la fiera ARCOlisboa. Nello stesso momento Pedro Gadanho, direttore del museo fin dalla sua nascita (avvenuta nel 2016), ha annunciato che lascerà prossimamente l’incarico. Abbiamo colto l’occasione per chiedergli come si sono svolte le cose durante i tre anni di lavoro in questa realtà interdisciplinare, nel contesto di una Lisbona che sta cambiando a forte velocità nei suoi risvolti artistici e sociali.

Ha annunciato la sua prossima partenza dalla fondazione. Sembra un’occasione per fare un bilancio di questi anni trascorsi.
In realtà, penso che un bilancio lo dovrebbero fare gli altri e non io. Se c’è stata una buona produzione, se abbiamo rappresentato qualcosa di importante, dovrebbe essere il nostro pubblico a dircelo.

Come è partito il suo incarico al MAAT?
Quando sono arrivato la Fondazione EDP era già aperta da quindici anni come centro culturale, con un museo dedicato all’elettricità. Da qui, gradualmente, ha preso forma l’idea di un museo più strutturato.

E cosa è successo poi?
È stato deciso di aprire il MAAT, un’espansione della fondazione, ottenendo due edifici comunicanti. Come architetto ne sono subito stato affascinato e ho voluto che questo luogo fosse consacrato all’interdisciplinarietà: l’arte contemporanea collegata ai temi di architettura, sviluppo urbanistico e tecnologia. Ritengo fondamentale sviluppare numerosi argomenti e esplorare diverse tematiche, tramite artisti interessati a campi scientifici e tecnologici.

Questo è evidente anche nel vostro modo di lavorare, caratterizzato da commissioni speciali e lavori pensati appositamente per gli spazi della fondazione.
Esatto, viene dalla scelta di non occuparsi degli artisti in un modo tradizionale, dedicandogli mostre personali e cose già viste altrove. Preferiamo lanciare artisti spesso non conosciuti, produrre qui delle opere connesse al nostro modo di vedere il presente.

E cosa apprezza di tale approccio?
Personalmente, quello che ho imparato è che la cosa più stimolante che ci sia è essere direttamente in contatto con gli artisti, impegnandosi in nuovi progetti che siano aderenti agli spazi della fondazione.

Cosa cambia rispetto ad altre istituzioni con mission simili?
Per noi il primo compito è quello di creare una sorta di “jam session”: un artista può venire qui senza nessuna idea, ma nel momento in cui si trova faccia a faccia con questa realtà e vede come si muovono le cose, viene incluso in un dialogo per arrivare a un esito.

Quindi gli artisti che vengono invitati qui hanno tutto il tempo per visitare il luogo, prendere familiarità, sviluppare nuove idee?
I progetti qui vengono concepiti nell’arco di almeno un anno, ma ne possono passare anche due dall’invito al termine del processo creativo.

Effettivamente è impressionante il numero di progetti inaugurato questa settimana al museo e alla fondazione EDP, e con esso il numero di artisti e curatori diversi.
Il nostro compito è sostenere anche i curatori. Siamo davvero aperti alle idee degli artisti: quando ne invitiamo uno, gli chiediamo se vuole collaborare con un curatore specifico. Contribuiamo così a creare dei legami tra le due parti.

E lasciate libera scelta agli artisti?
Si, apriamo un dialogo per capire chi potrebbe essere il curatore adatto. Ci sono anche casi in cui un curatore suggerisce un progetto e noi lo organizziamo.

Pedro Gadanho. Photo © Pedro Guimarães
Pedro Gadanho. Photo © Pedro Guimarães

Parliamo di Lisbona, una città che ha subito un duro colpo a causa della crisi, ma che è recentemente rinata. Ora un grande numero di artisti, anche dalle grandi capitali europee, sta decidendo di trasferirsi qui.
Ogni trasformazione comporta una perdita e un guadagno. Ci sono dei problemi legati all’attuale crescita, come la gentrificazione o il tipico affollamento turistico. È un processo giunto prima nelle altre città, e che noi stiamo subendo con un po’ di ritardo. Allo stesso tempo, capisco perché le persone siano attratte da Lisbona: l’alta qualità della vita, il clima mite e i costi che non sono ancora alti come altrove. Trovandosi in una zona periferica è stata protetta a lungo da questa “invasione”.

Qual è il suo punto di vista su questo?
Penso che sia positivo per una città che ha la possibilità di fiorire, ma comporterà un costo sociale. Sarà doloroso per alcuni. Mi auguro che, essendo arrivata tardi qui da noi, ci possa essere una crescita coscienziosa su certi aspetti.

E sotto il profilo culturale?
I musei stanno beneficiando di questo momento, perché è arrivata un’attenzione dal mondo dell’arte, in particolare in questa settimana della fiera. All’improvviso c’è l’opportunità di far crescere una scena locale interessante. Bisogna sfruttare questo momento, anche invitando nuovi artisti per farli entrare all’interno del circuito.

Ovvero?
Invece di portare gli artisti alle fiere estere vogliamo essere noi a portare gli artisti internazionali qui!

In effetti, la promozione degli artisti locali è evidente e questo non capita in tante altre città, Milano compresa, in cui le gallerie fanno delle scelte diverse.
La cosa buffa è che a volte le persone si lamentano per le scelte troppo internazionali fatte dal MAAT. Per questo facciamo una grande attenzione al numero di artisti, mantenendo sempre un’equità tra quelli portoghesi e quelli stranieri.

Cosa le interessa nello scambio con artisti stranieri?
L’intento di invitare artisti stranieri per me è quello di attrarre un pubblico sempre maggiore e internazionale, che visita musei e scopre le realtà locali, instaura un rapporto con le persone che lavorano qui, fungendo da scambio e stimolo. Nonostante questo intento, ho ricevuto tante lamentele dalle persone di qui.

Perché?
La scena locale è sempre stata molto introversa e chiusa, non c’è mai stata la volontà di invitare artisti da fuori. Ma questo sta cambiando e anche le gallerie iniziano ad aprirsi.

– Giulia Ronchi

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.