Inaugura il 9 giugno la seconda edizione della Yinchuan Biennale. Una rassegna che ha i suoi punti focali nell’attenzione ecologica al nostro pianeta e nel MOCA, straordinario museo progetto da waa – we architect anonymous e adagiato lungo l’argine del Fiume Giallo, lungo la Via della Seta. A Marco Scotini abbiamo chiesto di raccontarci il concept del progetto.

Starting from the Desert. Ecologies on the Edge. Ci spieghi il titolo della seconda Biennale di Yinchuan?
Come dice il titolo: il deserto è il punto di partenza. Deserto in senso fisico (visto che Yinchuan si trova nell’area del Gobi Desert) e in senso teorico (mi riferisco alla nomadologia di Deleuze e Guattari). In questa biennale sull’ecologia non c’è alcuna concessione alla retorica apocalittica dell’ambito scientifico, che vedrebbe il deserto come degrado progressivo del territorio. All’opposto, abbiamo voluto vedere nella vita nomade quell’inizio di una scienza “itinerante o vagabonda” senza cui nessuna ecologia (come ricchezza di bio-diversità) sarebbe possibile. Qui tutto il passato (con la mitica Via della Seta) non fa altro che raccontare una storia di ibridazioni, scambi e contaminazioni. Proprio qui, nel bordo occidentale della Cina, l’Islam si incontra con il buddismo, lo sciamanesimo e il taoismo cinese, così come il deserto con la campagna e la città, e il mandarino con le lingue più diverse. Questo però non significa ignorare la tecnologia, che proprio in Yinchuan trova un campione contemporaneo di Smart City cinese.

Qual è il rapporto che hai stabilito con gli artisti dell’area nel processo di studio visiting e selezione?
Quando ho cominciato a lavorare nella regione non pensavo di scoprire che, in primo luogo, una grande parte degli artisti fosse attiva nell’ambito dell’ecologia (penso alla socio-botanica di Xu Tan, alle erbacce con cui Zheng Bo crea i suoi Partiti, alla fattoria di Mao Chenyou, alle storie naturali di Wang Wei o all’idea di riciclare i rifiuti in Song Dong, solo per citarne alcuni). E, in secondo luogo, non pensavo che molti artisti cinesi fossero attratti proprio da quest’area della Cina, come Kan Xuan, che lì ha girato il suo film per il Guggenheim, Zuang Hui, che ha realizzato alcune esposizioni all’interno del deserto, o Duang Zhengqu, che ha scelto la regione tra Gansu e Ningxia come suo atelier circondato da pastori e contadini. Credo che, oltre la Cina, anche l’Indocina sia un vero e proprio laboratorio ecologico per le nuove generazioni artistiche, ma in questo caso i nomi da citare sarebbero moltissimi.

Yinchuan Biennale 2018. Zhuang Hui, Zhuang Hui Solo Exhibition (detail). Courtesy the artist
Yinchuan Biennale 2018. Zhuang Hui, Zhuang Hui Solo Exhibition (detail). Courtesy the artist

Con quali criteri hai scelto gli internazionali in mostra – compresi alcuni italiani?
In accordo con il team curatoriale, ho pensato di privilegiare tutto il bordo occidentale della Cina, dalla Mongolia fino a Singapore. Larga parte è stata data ad artisti del Centro Asia con cui lavoro da anni. Soprattutto in quest’ultima regione abbiamo cercato di seguire le rotte storiche del commercio, che univano l’Italia a Xi’an. Non c’è da stupirsi se in questa geografia rientrino Belgrado, Istanbul, Bishkek, Teheran o Kabul. In fondo, Starting from the Desert significa anche questo: la grande steppa Euroasiatica, il Takamaklan o il Gobi Desert, quali grandi spazi in cui sono nate e si sono propagate le grandi religioni. Alcuni degli artisti italiani fanno da apripista e servono per situare il nostro punto di osservazione, senza alcuna pretesa universalistica. Il milanese Giuseppe Castiglione (in cinese Lang Shining) è stato colui che ha importato la tecnica a olio nell’Impero Qing, Felice Beato per primo ha catturato la Cina attraverso la macchina fotografica e Gianikian e Ricci Lucchi hanno raccontato lo sguardo coloniale attraverso il cinema dei primi decenni. Potrebbe sembrare eccentrico avere incluso un vocalist come Demetrio Stratos, la cui ricerca sulla voce – quella che tanto aveva attratto John Cage – nasceva proprio dalla gutturalità e dalle diplofonie dei canti mongoli e tibetani, ma l’elemento importante è considerare il rapporto tra voce e corpo come una dimensione dell’ecologia non più ridotta a un legame esclusivo con ciò che chiamiamo natura.
Infine, un altro aspetto fondamentale della Biennale è integrare più temporalità senza farsi carico del confine che separa la geografia dalla storia.

waa, MOCA, Yinchuan. Photo credit © waa
waa, MOCA, Yinchuan. Photo credit © waa

Quali saranno i luoghi della mostra, oltre all’incredibile MOCA?
La mostra si articola in quattro sezioni e di conseguenza ogni spazio di queste è pensato e organizzato in maniera coerente con il tema di riferimento. Le sezioni Nomadic Space and Rural Space, Labor-in-Nature, Nature-in-Labor e Minorities and Multiplicities occupano i 15mila metri quadrati del MOCA, l’area esterna dell’Ecopark e parte del villaggio di residenza d’artista. Invece la sezione The Voice and the Book sarà dislocata nella città storica di Yinchuan, all’interno del Ningxia National Museum e presso la Pagoda del Tempio di Chengtian. Questo scambio è significativo perché il MOCA ospiterà anche importanti reliquie del patrimonio artistico cinese e l’arte contemporanea si integrerà nel contesto della città. Il lago al centro dell’Ecopark invece sarà un invito per gli artisti a lavorare anche all’esterno del museo, come nel caso di Peter Fend e della sua barca taglia-alghe, oppure nel caso di Zheng Bo e della sua piantagione di oltre cento pioppi che marcherà il territorio con lo slogan “Earth Workers Unite” e ingloberà specie faunistiche autoctone, o ancora del dispositivo creato da Li Juchuan per mettere a fuoco la parte più povera e islamica della regione. Ma la vera forza della Seconda Biennale di Yinchuan sarà la presenza di oltre 90 artisti che, per la maggior parte, hanno realizzato dei grandi lavori inediti, tra tutti la casa contadina in scala 1:1 ricostruita all’interno del MOCA da Marietjca Potrc.

Marco Enrico Giacomelli

http://moca-yinchuan.com/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #43

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CuratoreMarco Scotini
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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.

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