Starting from the Desert. Ecco tutte le novità della Yinchuan Biennale. Presentata a Milano

A curare la biennale cinese sarà Marco Scotini che ha infatti presentato la manifestazione, che inaugurerà il 9 giugno, da FM Centro per l’Arte Contemporanea.

MOCA Yinchuan, 2011 Photo credit © NAARO
MOCA Yinchuan, 2011 Photo credit © NAARO

È stata presentata ieri 12 dicembre a FM Centro per l’Arte Contemporanea di Milano la seconda edizione della Yinchuan Biennale, che sarà curata da Marco Scotini e inaugurerà il 9 giugno prossimo. Il titolo scelto è doppio – Starting from the Desert. Ecologies on the Edge – e ognuno di questi due statement in forma di haiku può essere e va letto in molteplici sensi, come ha spiegato lo stesso Scotini durante la conferenza stampa. “Partire dal deserto”, ad esempio, va inteso in senso sia letterale, data la vicinanza di Yinchuan – penultima tappa della mitica Via della Seta che prendeva il via (o terminava, a seconda dei punti di vista) a Venezia – con il Deserto del Gobi, ma anche come metafora viva della millenaria storia cinese. Il deserto è infatti spesso considerato in termini di pura geografia, prescindendo dalla storia che lo attraversa e ne costruisce l’identità mutevole; allo stesso modo, della Cina si è costruita una immagine atemporale, fatta appunto di storia millenaria ma resa immobile come in una istantanea. “Proprio nel momento in cui la Cina si sta affermando come luogo del capitalismo più avanzato”, ha spiegato Scotini, “si rende necessario uno scavo archeologico nella sua storia meno nota e fondativa”.

TEMI E CONCEPT CURATORIALE

Ed è qui che si salda il secondo statement, dove si innestano l’una sull’altra le tematiche dell’ecologia e del confine. Nella pratica, significa lavorare con artisti cinesi, va da sé, ma anche con artisti che lavorano in una fascia geografica che porta dal Nordafrica alle Repubbliche del Caucaso, su quel bordo che nutre e si è nutrito di profondi scambi culturali con la Cina, al di là dell’immagine retoricamente diffusa di un Paese chiuso e unificato fino allo stremo. Quanto al tema ecologico propriamente detto, l’attraversamento è nuovamente storico: dal movimento che portò gli studenti (e molti artisti) nelle campagne durante la Rivoluzione Culturale degli Anni Sessanta all’urgenza dei temi posti dalla salute del nostro pianeta, urgenza sulla quale la Cina sta iniziando a lavorare in maniera massiccia e radicale. Essendo questo il concept, la distanza segnata rispetto all’edizione precedente si fa particolarmente marcata, come ha sottolineato Marco Scotini. Faster than Light, infatti, curata da Bose Krishnamachari, era improntata a uno spirito diametralmente opposto. Approccio che ha portato a Yinchaun artistar in esile se non nullo rapporto con il territorio, mentre l’edizione 2018 sarà inevitabilmente frutto di un rapporto molto stretto con l’area e con i temi che in essa emergono, con molti progetti commissionati per l’occasione e realizzati in loco.

ARTISTI E LOCATION

Circa 80 gli artisti che fanno parte di una lista ancora in lavorazione e sulla quale vige il massimo riserbo, mentre la location principale sarà il MOCA progettato dallo studio waa – we architech anonymous, con i suoi 15mila metri quadri di superficie dispiegati lungo la riva del Fiume Giallo (en passant: lavori iniziati nel settembre del 2012 e conclusi nell’agosto del 2014). Un museo che sorge in un’area piuttosto povera e che, fra le sue particolarità, ha quella di concentrarsi sul rapporto con la numerosa comunità musulmana che abita nella regione, grazie anche a una vivacissima direttrice come Suchen Hsieh, studiosa taiwanese presente alla conferenza di Milano. Ma la Biennale si espanderà anche nel vicino Yinchuan International Artist Village e nelle campagne circostanti. Infine, da segnalare l’ottimo lavoro in corso da parte di Mousse Agency per quanto riguarda la visual identity della Biennale. Un concept – illustrato a Milano da Edoardo Bonaspetti e Antonio Scoccimarro – che ha preso avvio da alcuni scatti aerei della NASA sull’area desertica e fluviale, nonché dall’ibridazione fra cultura tradizionale cinese e stilemi islamici. Un altro tocco di know-how italiano che male non fa, anzi.

– Marco Enrico Giacomelli

www.moca-yinchuan.com
www.fmcca.it

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.