Cultura, management e parità di genere in Italia

Quanto contano oculate politiche di management per il settore della cultura? E quale ruolo devono giocare le donne in tale scenario?

Photo Edu Lauton via Unsplash
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A breve, come ogni anno, sarà la festa della donna. A breve, come ogni anno, assisteremo a uomini che pieni di retorica condivideranno sui social l’importanza delle donne in tutti i settori della nostra vita e della nostra società. A breve, come ogni anno, assisteremo a rivendicazioni giuste, anche se meglio o peggio argomentate, su quanto sia ancora necessario fare sull’equità di genere.
Prima che tutto ciò accada, potrebbe essere importante celebrare l’importante ruolo che le donne già giocano nella cultura, auspicando ovviamente un sempre maggiore coinvolgimento nelle cariche apicali, ma riconoscendo l’operato di donne ai vertici, prima che venga in qualche modo sminuito dalla celebrazione al femminile, quando i risultati ottenuti vengono osannati non per il loro valore intrinseco, ma perché ottenuti da donne.
La cultura, in Italia, è un settore con una densità di occupazione femminile più elevata rispetto a molti altri: forse non abbastanza nei ruoli apicali, è vero, ma, al di là dei processi in corso, è comunque un dato di fatto che chiunque lavori nella cultura abbia quotidianamente relazioni con professioniste più o meno competenti, più o meno simpatiche, più o meno rapide, più o meno attraenti, più o meno adatte al ruolo che coprono.
Donne che dirigono con pugno di ferro industrie culturali e creative, o che governano con impegno settori della pubblica amministrazione legati alla cultura, o ancora che coordinano con uno spirito “paternalista” piccoli gruppi di lavoro estremamente diversificati.
Donne che agiscono con lo spirito del buon padre di famiglia quando devono prendere decisioni imprenditoriali difficili, mettendo al primo posto la continuità dell’azienda o della cooperativa che gestiscono, invece che pensare a un mero tornaconto personale.
Donne che progettano, ideano, allestiscono mostre e musei, donne che definiscono politiche di audience engagement, donne che sviluppano software user-friendly, o che realizzano ricerche illeggibili per chiunque non sia un addetto ai lavori.

Una separazione tra proprietà e management potrebbe favorire uno sviluppo più importante del settore, garantendo la professionalizzazione di molte persone che, a oggi, svolgono attività affini a quelle del manager, ma senza veder riconosciuto il proprio ruolo”.

Si parla spesso dell’equità di genere nei settori apicali, ma la si tratta in modo retorico, senza guardare all’importanza che l’equità di genere potrebbe avere per lo sviluppo del settore.
Da un punto di vista manageriale, infatti, non esiste una netta differenza tra uomini e donne, come non esiste tra indiani e cinesi o tra calabresi e valdostani. Ciò che conta sono le caratteristiche personali (e quindi anche quelle derivanti dal proprio genere, cultura, religione e geografia) e come queste caratteristiche personali possano essere più o meno efficaci nella gestione di un gruppo di lavoro.
Oggi la nostra classe dirigente, tanto nel settore pubblico quanto in quello privato, è composta da persone molto spesso inadatte a ricoprire il ruolo che svolgono: hanno smesso di formarsi, o di provare passione per quello che fanno, hanno smesso di fidarsi delle persone o, più semplicemente, hanno scelto nel tempo un team di individui che non sono in grado di gestire in modo efficace. Per questo, tra le varie e numerose chiavi di sviluppo del settore economico afferente alle industrie culturali e creative, l’affermazione del ruolo di manager del tutto staccato dalla proprietà potrebbe essere una riforma strutturale importante per il nostro Paese. Le nostre imprese sono piccole, sotto-capitalizzate, e soprattutto, non hanno una chiara distinzione tra management e proprietà e questo segna quella personalizzazione che molte ICC presentano.
Una separazione tra proprietà e management, invece, potrebbe favorire uno sviluppo più importante del settore, garantendo la professionalizzazione di molte persone che, a oggi, svolgono attività affini a quelle del manager, ma senza veder riconosciuto il proprio ruolo (sia dal punto di vista contrattuale che dal punto di vista retributivo).

DONNE E MANAGEMENT

Cosa c’entra tutto ciò con le donne? C’entra: perché l’affermazione di una classe di management è molto più rapida di una sostituzione dei processi proprietari. E ciò significa anche che molte donne con capacità di management potrebbero assumere ruoli apicali, senza dover attendere il pensionamento dei proprietari.
Una politica che favorisca, attraverso specifici contributi e incentivi, l’affermazione delle figure manageriali “esterne” all’interno delle ICC potrebbe rivelarsi una importante leva di sviluppo del settore e, contemporaneamente, agevolare dei processi che altrimenti hanno cicli vitali ben più ampi: dal processo di ricambio generazionale fino ad arrivare a una maggiore presenza femminile ai vertici.
Prima che si affermi nella cultura una politica per la parità di genere, quasi fosse un obiettivo, è forse importante sottolineare la necessità di politiche che vedano nella maggiore presenza di donne capaci in settori apicali un importante strumento di crescita del settore.
Perché qualsiasi risorsa, donna o uomo che sia, che occupa un ruolo inadatto non è altro che un’opportunità di sviluppo mancata. E, nel nostro tempo, le opportunità mancate sono un lusso che non possiamo permetterci.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.