Settore culturale ed export in Italia: a che punto siamo?

Nonostante la cultura non costituisca ancora il traino della nostra economia, rafforzare l’export in ambito culturale potrebbe avere importanti ricadute economiche per l’Italia. Ma come?

Photo CHUTTERSNAP via Unsplash
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Secondo il report SACE sull’export italiano, il valore delle esportazioni legate ai servizi, nel 2023, presenterà una crescita del 23% rispetto al valore del 2017, contro il 13% dei prodotti e dei beni. Si tratta, beninteso, di differenze significative soprattutto sull’andamento tendenziale: sul dato nominale, infatti, il valore dell’export atteso della componente servizi rimane ancora molto distante dalla componente beni: 122 miliardi contro 510.
Questo tendenziale, tuttavia, ci deve interessare molto: sicuramente è il segno della ormai ben nota transizione verso l’economia di servizio, in cui rientrano moltissime categorie di attività, ma è anche un trend positivo, all’interno del quale molte delle nostre Micro e Piccole e Medie Imprese del comparto culturale e creativo possono trovare una nuova domanda potenziale. Una domanda con prezzi d’acquisto internazionali, in mercati i cui prezzi presentano spesso livelli significativamente più elevati rispetto agli scambi domestici.
Ovviamente non è semplice: all’aumento della domanda corrisponde in misura più che proporzionale anche l’aumento della concorrenza, e questo comporta che le nostre imprese, con nulla o poca esperienza in fatto di esportazioni, si trovano a competere con soggetti che sull’export hanno già fatto investimenti consistenti in termini di know-how, di relazioni, di reti di distribuzione. Condizioni che rendono da un lato appetibile, dall’altro distante, l’applicazione, da parte del nostro tessuto produttivo, di politiche aziendali centrate sull’export, condizione che, tuttavia, può rappresentare un ostacolo non solo per quel piccolo pezzetto di economia che è l’industria culturale e creativa in Italia, ma anche e soprattutto per l’economia nel suo complesso.

L’export può giocare un ruolo molto più importante per il nostro Paese, e l’esigenza di incrementare il tasso di esportazioni nette dovrebbe in qualche modo stimolare l’ingegno, e con esso l’intento”.

Su questo, infatti, è forse necessario fare un po’ di chiarezza, perché il grande utilizzo di ricette semplici, cui ormai da molto tempo si tende a fare ricorso, ha generato un po’ di confusione sul tema. Va dunque detto che, in primo luogo, l’economia culturale e creativa, pur avendo una propria dignità dal punto di vista dell’occupazione, e del volume d’affari, non è l’economia più importante del nostro Paese. È importante per lo sviluppo del nostro Paese. Il che è un’argomentazione molto diversa. In secondo luogo, l’effetto che un incremento dell’export di beni e servizi culturali può produrre non è ascrivibile a un generico soft power, né a un ruolo di comunicazione e visibilità. L’export dei nostri prodotti culturali e creativi infatti, andrebbe ad agire su dinamiche eterogenee che rispondono a caratteristiche specifiche delle nostre strutture produttive culturali e creative, che ricalcano, anche se non pedissequamente, quanto osservabile anche per le nostre aziende produttrici di beni. Dal carattere artigianale dei nostri servizi culturali alla dimensione agile, dalla grande professionalizzazione delle nostre risorse umane all’altrettanto spiccata versatilità: le nostre nuove imprese nascono, in fondo, dal medesimo tessuto che caratterizza le PMI tradizionali, con le quali condividono spesso anche caratteristiche strutturali, in positivo e in negativo, come ad esempio la sottocapitalizzazione.

PERCHÉ FAVORIRE L’EXPORT CULTURALE

Favorire l’export per queste imprese significa inserirsi in gangli importanti della vita culturale e sociale del Paese target: perché i settori in cui opera l’industria culturale e creativa, nel contesto internazionale, sono settori in cui è presente un livello elevatissimo di attenzione e di relazioni. Relazioni che favorirebbero la nascita di autentici ecosistemi di export, non soltanto sotto il profilo culturale, ma anche (e soprattutto) su altri servizi e su altri beni.
Il problema reale, però, e questo va detto, è che tali settori presentano margini minori, e questo potrebbe a un primo sguardo portare alla conclusione che i costi necessari per poter favorire l’export culturale e creativo non ne renderebbero sostenibile l’investimento.
Una logica impeccabile, se la visione che abbiamo dell’export è una visione da intermediari.
Ma l’export può giocare un ruolo molto più importante per il nostro Paese, e l’esigenza di incrementare il tasso di esportazioni nette dovrebbe in qualche modo stimolare l’ingegno, e con esso l’intento.
Un intento che dovrebbe avere, tra le altre, anche la priorità di incrementare i livelli di export delle attività locate anche fuori dalle regioni leader per connessioni: non tanto per una velleitaria equità tra regioni, ma come l’effetto di una reale strategia di business.
Anche di questo tema si discute ormai da anni. Ma a parte qualche fondo internazionale che investe sulla crescita finanziaria delle nostre piccole e medie imprese (prosciugandole), sono ancora pochi i risultati ottenuti.

Stefano Monti

https://www.sace.it/studi/dettaglio/rapporto-export-2021-ritorno-al-futuro-anatomia-di-una-ripresa-post-pandemica

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.