Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. L’Italia investirà davvero sulla cultura?

A fronte degli oltre 200 miliardi messi a disposizione dell’Europa, quali sono i progetti italiani per l’investimento di risorse preziose in ambito culturale? Il rischio è, come al solito, manchi una visione innovativa e d’insieme e che si perda una grande opportunità.

Colosseo, Roma, veduta dell'interno. Photo © Irene Fanizza
Colosseo, Roma, veduta dell'interno. Photo © Irene Fanizza

A margine della presentazione di Mario Draghi del PNRR è chiaro che aver a disposizione dall’Europa € 209 miliardi (che possono diventare 248) non significa averli ottenuti, ma solo aver accesso a un importo “potenzialmente disponibile” per l’Italia per i prossimi 5 anni. Eppure il tutto appare estraneo, qualcosa di imposto e deciso altrove, con il tacito assenso di tutti. Stringono i tempi e, oltre ai capitoli generali di spesa (che sarebbe ora chiamare di investimento) e poche altre indicazioni, effettivamente di come si comporrà puntualmente il nostro PNRR si sa poco o nulla e non parlo dei titoli dei progetti “maxi”, ma della programmazione generale, degli sviluppi, degli impatti attesi e previsti. Di tutto questo nulla è ancora dato a sapersi.

I LIMITI DELL’ITALIA

Eppure il livello di dettaglio e di precisione qualitativa e quantitativa richiesta dall’UE nella stesura dei Piani Nazionali e, a seguire, la capacità dei singoli piani di approfondimenti, soprattutto in sinergia con altri strumenti della programmazione europea, in particolar modo in termini dei benefici per la popolazione, è condizione fondamentale per il buon esito delle procedure. Perché il punto centrale è che se in Italia non mancano le idee, manca tutto il resto: il come farle, il chi, il quando, i progetti specifici, dove compierli, le modalità di realizzazione e valutazione, i tempi e i risultati attesi, la capacità di intreccio tra scale diverse. Una “completezza” di declinazioni in assenza della quale nessun progetto è giudicabile, né l’Unione Europea potrà accettarli.

Se in Italia non mancano le idee, manca tutto il resto: il come farle, il chi, il quando, i progetti specifici, dove compierli, le modalità di realizzazione e valutazione, i tempi e i risultati attesi”.

Prendiamo ad esempio le politiche culturali: una proposta poco innovativa e di visione, certamente più conservativa, che alloca il 2% delle risorse totali, meno di 5 miliardi. Una marginalità sostanziale del settore acuita dalla scissione con il Turismo, e che appare ancora maggiore dal raffronto con l’Europa, dove al settore culturale e alle imprese culturali e creative viene chiaramente dato il compito di stimolare processi di trasformazione dei Paesi membri. Quanto emerge tra le righe del nostro Piano pare sostanzialmente riproporre un paradigma di patrimonializzazione volto quasi esclusivamente alla valorizzazione delle risorse dei territori in termini di aumento di attrattivi passivo (con l’aumento numerico dei flussi di visita). Difatti ciò che colpisce di più di quanto dedicato alla cultura, al di là dei titoli, è trovare scritto nell’ introduzione che “nonostante l’Italia sia il Paese con il maggior numero di siti UNESCO, non riesce a posizionarsi al vertice in Europa come numero di visitatori“. Tralasciando il fatto che l’Italia NON è il Paese con il maggior numero di siti UNESCO, una interpretazione del genere, che confonde (ancora) valorizzazione con monetizzazione, ci dà il polso di come probabilmente verranno allocate le risorse, con quali obiettivi e di come sarà influenzato anche l’intero sviluppo del settore.

LA NECESSITÀ DI UN PIANO INNOVATIVO

Eppure da qui, dal Recovery e grazie a esso, si potrebbe concretamente cominciare a definire un nuovo sistema, magari iniziando da un duplice piano d’intervento, veramente innovativo, capace, da un lato, di rendere più efficiente il sistema culturale locale verso l’esterno, con un’offerta culturale integrata che dal locale si innesta su scala nazionale; dall’altro lato sarebbe possibile riorganizzare le declinazioni territoriali, per garantire un migliore svolgimento dei processi interni e maggiore qualità dei servizi erogati partendo da linee nazionali così da connetterle in modo più efficace e armonico alle strategie di sviluppo urbanistico, economico e sociale dei territori, diventando il motore di una crescita nazionale equilibrata. Il rischio di delineare un piano complessivo “a monte” che non tenga conto delle istanze di dove verrà applicato, quindi, è di perdere di vista uno sviluppo complessivo, spingendo a una prossima frenetica rincorsa al finanziamento che porterà a un pericoloso affollarsi di idee con mille interventi proposti, la cui somma rischia di non fare la differenza in termini di sviluppo (ma solo di spesa), rischiando di farci perdere una occasione, anzi 248 miliardi di occasioni.

Massimiliano Zane

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Massimiliano Zane
Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.