Uffizi Diffusi: un progetto concreto per riqualificare il territorio

In attesa che il progetto Uffizi Diffusi, annunciato dal direttore Eike Schmidt, prenda forma, “espandendo” la sede museale fiorentina in un centinaio di sedi sul territorio, è d’obbligo una riflessione sulle ricadute positive che una iniziativa come questa, se ben gestita, può avere in ambito culturale. Anche in vista della gestione dei fondi economici in arrivo.

Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, ha recentemente annunciato che il progetto Uffizi Diffusi coinvolgerà tra le 60 e le 100 sedi, e che l’annuncio ufficiale dell’avvio del progetto potrebbe arrivare in circa 3 mesi. La notizia ha avuto, giustamente, una corretta eco sulla stampa generalista e di settore, anche se la maggior parte delle notizie si limitano a riportare poco più delle dichiarazioni del Super Direttore. Proprio a partire da queste, tuttavia, può essere opportuno avviare una riflessione più strutturata. Sono in particolare due le dichiarazioni di Schmidt che meritano attenzione: la prima è una riflessione sullo scenario culturale del nostro Paese ‒ “i tempi sono maturi” ‒ e la seconda è un’affermazione che evidenzia come, realmente, qualcosa sia cambiato nel settore museale: “È eticamente scorretto tenere le opere chiuse nei depositi”.

UFFIZI DIFFUSI: DAL BRANDING ALLA CONCRETEZZA

Chiaramente, quanto riportato da Schmidt rispecchia solo in parte (purtroppo) il reale stato di maturità del nostro sistema museale: la realtà osservabile è che, da alcuni anni, e la pandemia lo ha reso ancora più evidente, la riflessione che i musei hanno avviato circa il proprio ruolo, più che condurre a iniziative volte a innovare il settore, è sfociata in azioni di comunicazione e di branding, che hanno visto i musei cavalcare le mode che di volta in volta si affermavano nelle tavole rotonde (ricordate lo storytelling?) senza tuttavia definire azioni strutturali e infrastrutturali. Da quanto è possibile evincere dalle dichiarazioni ufficiali, Uffizi Diffusi si muove invece in una direzione molto più concreta e questo potrà trovare, molto probabilmente, anche varie resistenze da parte di molti, nonostante la grande autorevolezza di cui godono il direttore e l’istituzione che rappresenta. In questo scenario, molto più complesso di quanto potrebbe sembrare, in cui le spinte innovative esogene (vale a dire provenienti da fattori esterni al settore museale) convivono e confliggono con quotidiana frequenza con i retaggi di una vecchia cultura burocratica tipica di alcune amministrazioni pubbliche, bisogna guardare a questa iniziativa in modo molto lucido e disincantato.
È quindi necessario scindere la dimensione culturale dalla dimensione operativa. Ciò perché il grande ruolo che questo progetto ricopre non è tanto nel progetto in sé: in via di applicazione ci potranno essere errori, incomprensioni, rallentamenti, e non è da escludere che per l’applicazione del progetto potranno essere adottate anche scelte poco sostenibili.
Di queste cose, tuttavia, se ne parlerà in modo approfondito quando gli Uffizi Diffusi smetteranno di essere un’idea e sarà possibile analizzare le concrete implementazioni del progetto, le modalità di confronto con le piccole amministrazioni locali, le modalità di affidamento dei potenziali servizi aggiuntivi e via dicendo.

Quante case circondariali, quanti ospedali, quanti presunti musei e biblioteche languiscono vuoti e agonizzanti nei nostri centri urbani?

L’importanza di questo progetto, piuttosto, è che gli Uffizi Diffusi, che fanno eco alla recente redazione della cosiddetta Carta di Catania, introducono nei processi di sviluppo del nostro Paese elementi di riqualificazione territoriale attraverso la cultura. Processi che possono favorire il definitivo superamento delle strette logiche di “marketing” e di comunicazione a cui territori e musei si sono vincolati per facilità d’appeal, e abbracciare in modo più esteso le logiche di programmazione territoriale, in grado quindi di coniugare programmazione economica, logistica, cultura e sviluppo sociale e immobiliare del territorio. Sono questi i tratti che bisogna assolutamente tenere in considerazione, ed è su questi temi che, a prescindere da come il progetto si evolverà, bisogna introdurre una riflessione strutturata e programmatica.
I prossimi anni saranno fortemente caratterizzati dalle vicende economiche legate ai fondi straordinari di cui l’Italia potrà beneficiare. Avere tanti fondi, tuttavia, non significa automaticamente riuscire a realizzare concreto sviluppo. È necessario che le amministrazioni, le istituzioni, le stazioni appaltanti e gli enti territoriali concorrano a una visione di sviluppo coesa fondata su strategie molto concrete. La ragione di tale interesse è ovvia: dare tanti soldi a una persona che non sa amministrarli non renderà quella persona ricca, ma soltanto più incauta. Il rischio di vedere operazioni di facciata, milioni consumati in formazione, e progetti anche ambiziosi sviluppati sugli investimenti in conto capitale (costruzione-ricostruzione-restauro) senza strategie per la genesi di flussi di cassa futuri (che servono ad “aprire” gli stabili che vengono realizzati) è ancora molto alto. Ciò potrebbe portare l’Italia ad avere, tra qualche anno, necessità di indebitamento sempre più elevate: costruire mille palazzi e non avere i soldi per pagarne la gestione significherebbe degrado degli immobili, riduzione delle possibilità di spesa per le amministrazioni anche per altri servizi e, in generale, una nuova politica di riduzione della spesa pubblica.

Il direttore Eike Schmidt nel Corridoio Vasariano di Gallerie degli Uffizi

Il direttore Eike Schmidt nel Corridoio Vasariano di Gallerie degli Uffizi

PAROLA D’ORDINE: SEMPLIFICAZIONE

Non sarebbe certo la prima volta: quante case circondariali, quanti ospedali, quanti presunti musei e biblioteche languiscono vuoti e agonizzanti nei nostri centri urbani? Ed è proprio qui che entra in gioco una nuova visione di cultura: la volontà di avviare processi economici innovativi, che sappiano anche sviluppare forme contrattuali di partenariato tra pubblico e privato più semplici da gestire, sia per le amministrazioni che per i privati stessi.
Una visione che punti allo sviluppo del territorio nel suo complesso: dalla logistica ai trasporti, dalla valorizzazione immobiliare alle politiche di coesione sociale, dall’entertainment leggero e puro alle occasioni di approfondimento, dallo shopping alla ristorazione. Strategie concrete di sviluppo che sappiano intercettare i numerosi fondi che saranno (se tutto va bene) destinati al nostro Paese e che vedano i protagonisti della cultura dismettere quel ruolo di eterni offesi dalla mancata allocazione di sufficienti risorse e si cimentino nell’arduo compito di “guadagnarsele”, scendendo a patti con una realtà, quella italiana, che non è sempre come vorremmo.
La realtà è che non sappiamo se i tempi siano davvero “maturi”, ma è necessario fare in modo che lo siano. Altrimenti sprecheremo risorse che potrebbero cambiare in modo significativo il nostro Paese. Di certo c’è solo che non basteranno le flagship initiative. Ci sarà bisogno di molto lavoro. Da parte di tutti noi.

Stefano Monti

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Stefano Monti

Stefano Monti

Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di…

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