A fronte della crisi pandemica che impone nuove restrizioni al settore culturale, è urgente andare oltre i giusti sussidi e definire subito un “Piano Industriale per la Cultura”, che superi la frammentazione interna al settore e sgretoli la retorica politica della cultura come sfortunata “Cenerentola”.

Tra le pieghe di questa crisi pandemica, sempre più diffusamente grave, e della conseguente crisi del settore culturale, ulteriormente fiaccato da nuove restrizioni, ciò che emerge non è tanto la giusta la preoccupazione o gli interventi “tampone” messi in atto; ciò che manca è un orizzonte, una prospettiva, uno sguardo che vada oltre la crisi, soprattutto per il settore culturale.

CULTURA E POLITICA

Da una parte c’è la risposta politica, sostanzialmente di cura dell’emergenza, ma che ancora non coglie il bisogno (urgente) di rafforzare e armonizzare la gestione di un settore (e la sua filiera) ad oggi troppo frammentato, esposto a contingenze terze imprevedibili, assimilandone il sostentamento a interventi generali, tralasciandone spesso le specifiche differenze e peculiarità.
La cultura è un asset economico e produttivo (piace definirlo così) importante per il nostro Paese, tuttavia ancora volatile, disomogeneo nel suo esser privo di una connotazione economica propria tale da permettergli di godere, tanto in tempi buoni quanto in quelli di emergenza, di un “piano” vero e specificamente definito all’interno del quadro nazionale, che preveda azioni e supporti idonei, come per qualunque altro settore produttivo cui viene richiesto di contribuire attivamente al PIL nazionale.

IL SETTORE CULTURALE CONTRO SE STESSO

La seconda prospettiva riguarda invece internamente il settore culturale stesso, oggi costretto a muoversi in apnea in un panorama per certi versi desolante, volgendo le proprie poche energie in una spasmodica ricerca di ossigeno (talvolta compulsiva e comunque rapsodica). Un moto di emergenza nell’emergenza che significa che qualcosa prima della pandemia non funzionava (nei modi, nelle proposte, nei sistemi, nelle reti, nella comunicazione, delle idee e su come applicarle) ma soprattutto significa che qualcosa ancora adesso non va.
Forse spesso troppo chiuso in se stesso, il settore ha finito con l’autoemarginarsi dall’immaginario comune e politico, fino all’autolimitarsi, perdendosi in mille proposte e appelli disuniti, e quindi col rendersi alla fine “sacrificabile”. Così confusione e disorientamento aumentano, e sentimenti di malumore e sfiducia attecchiscono in maniera trasversale in tutti i luoghi della cultura e soprattutto tra coloro che con il proprio impegno, anche oggi, in una situazione ormai al limite, tutto sommato li hanno mantenuti ancora in vita.

La cultura è un asset economico e produttivo (piace definirlo così) importante per il nostro Paese, tuttavia ancora volatile, disomogeneo nel suo esser privo di una connotazione economica propria tale da permettergli di godere, tanto in tempi buoni quanto in quelli di emergenza, di un “piano” vero e specificamente definito all’interno del quadro nazionale”.

A fronte di questo e dell’ulteriore evoluzione della pandemia che ha travolto il settore, portando a nuove serrate, serve agire con risolutezza impostando fin da subito una nuova risposta altrettanto forte e incisiva, e non più solo di sostegno ma che vada oltre l’emergenza, che dia un orizzonte e una prospettiva, che superi divisioni interne al settore e ne armonizzi le mille voci, che proponga pochi e chiari obiettivi condivisi e attuativi.
A fronte di un futuro sempre più incerto serve uno sforzo inedito, serve andare oltre gli auspici aprendo una nuova fase di programmazione e progettazione che guardi al dopo, alla ripresa, una ripresa forse difficile oggi da vedere, ma proprio per questo necessariamente da immaginare e perseguire con determinazione, per non cedere allo sconforto. E per intraprendere questa via serve una cambio sostanziale negli obiettivi, nelle finalità e nelle prospettive di riferimento per la cultura, e serve iniziare a farlo subito, oggi stesso, se davvero si vuol salvare quel che resta della cultura in Italia: a cominciare innanzitutto dal far sì che lo Stato accetti di vestire i panni dell’“imprenditore”, e lo faccia senza tentennamenti, perché non bastano più solo bonus o sussidi, sacrosanti ma pur sempre limitati, serve mettere in atto subito un vero Piano Industriale per il settore culturale nazionale.
Servono investimenti e interventi che abbiano una idea e una rotta di lungo periodo, serve individuare non solo voci di bilancio ma policy adeguate per metterle a terra. Allora ecco il perché della stringente necessità di istituire oggi, subito, una vera “Task Force per la Cultura”, che agisca compiutamente a supporto del Ministero per renderlo maggiormente efficace nelle sue scelte programmatiche e che da un lato superi la frammentazione cacofonica delle mille voci del settore e dall’altro sgretoli la retorica politica della cultura come povera sfortunata “cenerentola”.

Serve aprire un tavolo operativo, che agisca con misura, semplicità e rapidità, avendo come obiettivo unico la definizione di un “Piano strategico” ad hoc per la nostra cultura”.

Quindi qui lancio la mia personale proposta, che non vuol essere un appello, ma una richiesta di disponibilità e di responsabilità, posta con il rispetto dovuto, tanto all’Onorevole Ministro Franceschini quanto alle diverse anime che compongono il meraviglioso mosaico che è la cultura italiana: se vogliono realmente uscire dall’impasse in cui tutti noi oggi ci troviamo, serve agire in maniera diversa, secondo un piano di sviluppo comune e condiviso, realmente nazionale, che definisca nuove azioni, una nuova rotta, che indichi una nuova strada da seguire. Serve aprire un tavolo operativo, che agisca con misura, semplicità e rapidità, avendo come obiettivo unico la definizione di un “Piano strategico” ad hoc per la nostra cultura; che abbia e diffonda una visione chiara del ruolo che vogliamo affidare alla nostra cultura e fornisca i mezzi per attuarla da qui e per i prossimi (difficili) anni; che individui e offra nuove linee guida al settore, nuove policy, nuovi bandi, nuove opportunità dettate dai tempi e dalle nuove necessità, oltre i protocolli (anche sanitari), e contribuisca a reinterpretare il settore al tempo della crisi.
Serve soprattutto un gruppo operativo che si faccia carico delle paure di un intero settore relegato in un limbo imposto dalla pandemia, dandogli sicurezza, riferimenti, aiutandolo a superare lo sconforto e la fatica. Non parlo di un nucleo di ricerca e studio (per quello c’è già l’operato del Consiglio Superiore e l’intero nucleo di funzionari interno al MiBACT) ma di un gruppo tecnico di parti terze al di fuori delle meccaniche ministeriali; un ristretto gruppo progettuale che abbia come obiettivo individuare, tra le tante proposte emerse in questi mesi e tra le poche pieghe disponibili date dalla situazione attuale, un reale “Piano Industriale per la Cultura” da oggi e per i prossimi anni tanto nelle prospettive a breve termine quanto a quelle di medio-lungo, non solo per tenere vivo il settore oggi, ma per ripensarlo concretamente per domani e dare un segnale potente di ripartenza anche nell’emergenza, sollecitando nuovi processi, offrendo ai luoghi della cultura nuove idee e risorse.
Questo anche in vista della prossima imminente sfida che riguarderà il settore e che sarà l’allocazione dei fondi del “Recovery Fund”. Un impegno quanto mai decisivo per il futuro di un intero comparto, che richiederà il saper investire (e non spendere) i capitali che saranno messi a disposizione senza disperderli in mille rivoli; che tra mille difficoltà dovrà esser gestito con chirurgica precisione e che, stando anche alle stesse indicazioni dell’Europa, dovrà prevedere un alto grado di innovazione progettuale, con un cambio di visione sostanziale dell’intero comparto e della sua filiera, e di coinvolgimento diretto degli stakeholder, richiesto tra i requisiti minimi imposti dall’Europa per l’elaborazione di un “Recovery Plan” davvero efficace.
Auspicando il più ampio accoglimento possibile, lancio questa mia proposta ispirata dai principi di civismo e partecipazione, lontano da interessi di parte, rivolto esclusivamente al bene comune, di tutti, ricordando che questo stato di crisi va superato, ma non lo si può fare secondo vecchie dinamiche e passate meccaniche. Occorre ridisegnarlo, quel sistema culturale, anche nell’immaginario collettivo, gettando oggi le basi per nuove prassi e rispondendo a vecchie richieste in maniera differente. Paradossalmente il Covid-19 potrebbe diventare un’occasione per fare tutto questo (e farlo in maniera realmente costruttiva), ma servirà la determinazione e il coraggio di tutti noi per affrontare e superare queste ore buie.

– Massimiliano Zane

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Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.