Il nuovo “sistema a punti” Brexit: un futuro panorama desolante per gli artisti

Con le nuove regolamentazioni che il Governo di Boris Johnson sta introducendo in materia di immigrazione, per gli artisti provenienti da altri Paesi sarà difficilissimo soggiornare nel Regno Unito per più di brevi periodi.

Palace of Westminster from the dome via Wikipedia
Palace of Westminster from the dome via Wikipedia

1 febbraio 2020: è la data ufficiale dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, un esito decisivo che è stato preceduto da un lungo iter di tentennamenti e incertezze. Ma già a partire dagli anni scorsi, tutto il mondo dell’arte aveva cominciato a chiedersi: cosa succederà al sistema una volta che la Brexit sarà diventata realtà? Un tema molto dibattuto anche tra gli stessi artisti, che avevano detto la loro attraverso le proprie opere, come era successo alla Tate Britain, oppure attraverso progetti e residenze dedicate. Si sono avvertiti anche i primi malumori di mercato, con galleristi che hanno disertato importanti fiere. La questione è complessa, poiché la salute dell’arte riguarda la circolazione di esperienze, idee, programmi che possano sostenere il lavoro artistico e, ultimo ma non per importanza, capitali economici per finanziarlo. Tutti elementi che rischiano con ogni probabilità di essere messi in discussione, soprattutto a seguito delle nuove regolamentazioni post-Brexit emanate sul tema immigrazione, che dimostrano una piena presa di controllo sulle frontiere da parte del governo inglese.

St. Andrew Undershaft Church e The Gherkin, Londra. Photo © Irene Fanizza
St. Andrew Undershaft Church e The Gherkin, Londra. Photo © Irene Fanizza

BREXIT: IL SISTEMA A PUNTI PER IMMIGRATI

Avere un ottimo livello di inglese, essere fortemente qualificati e avere già una proposta di lavoro che superi una soglia di reddito annuo (25.600 sterline, per l’esattezza). Sono questi i nuovi e severissimi parametri del Regno Unito, che cambiano diametralmente la situazione rispetto agli anni precedenti in cui tanti – italiani e non solo – partivano per Londra “per imparare l’inglese” o “per farsi un’esperienza”, arrabattandosi con lavori occasionali, anche molto umili, per sbarcare il lunario e vivere un periodo della propria vita nella capitale. Ora non sarà più così, e a valutare le richieste sarà un sistema “a punti” che si ispira a quello australiano, di cui l’aspirante lavoratore dovrà ottenerne almeno 70 per risultare idoneo alla permanenza nel Regno Unito. Ad avere più valore, è la qualificazione per settori con carenza occupazionale; ma già si calcola che oltre il 70% dei cittadini UE residenti in Inghilterra non abbia i requisiti necessari. Ma, oltre ad essere un test molto difficile in grado di scoraggiare quasi chiunque, va da sé che già a partire da questa prima normativa non c’è traccia di una regolamentazione che tuteli gli artisti e tutti coloro che operano in settori creativi. Con conseguenze che potrebbero rivelarsi nefaste anche per lo stesso panorama culturale inglese, visto il carattere globalizzato del mercato dell’arte attuale (basti vedere i grandi patron del contemporaneo, potenti galleristi come Zwirner o Gagosian che hanno sedi strategiche sparse in ogni angolo della Terra). Ogni applicazione della norma è comunque da rimandare al 1° gennaio 2021, allo scadere dell’attuale periodo di transizione.

Brexit
Brexit

BREXIT: UNA NAZIONE SENZA STIMOLI CULTURALI

Oltre alla questione economica, non si può prescindere dalla capacità dell’arte di abbattere i muri politici e dal suo desiderio di lasciarsi influenzare dalla stratificazione culturale e storica. Una società che fatica ad assorbire stimoli dall’esterno è una società che si ritroverà avvizzita sul piano umano e di conseguenza artistico. Lo diceva già quasi un anno fa l’artista statunitense Doug Fishbone in un’intervista per L’Economia del Corriere della Sera, con una riflessione significativa: “Prendiamo gli studenti d’arte che si trasferiscono qui per alcuni anni, ecco loro sono una grande parte dell’energia artistica di Londra e se decideranno di andarsene, quell’energia finirà per asciugarsi. Come insegnante d’arte in diverse università sono allarmato nel sentire che molti docenti stanno pensando di andarsene per tornarsene nei loro Paesi di provenienza europea. Sono le persone che hanno aiutato a rendere Londra un luogo attraente, accogliente nei confronti dell’arte. Ed è un male per gli studenti come pure per il più vasto mondo accademico che vive di cross-pollination, di contaminazioni”. Ma se l’assunto prende in considerazione che i giovani artisti seguono un impulso di incontro e contaminazione con ciò che è diverso da loro, possiamo prevedere e aspettarci, nei prossimi anni, un movimento inverso di emigrazione da parte degli inglesi? Un’inversione di trend, un panorama interessante che, se si verificasse, potrebbe essere terreno fertile per la costruzione di nuovi scambi e la rivalutazione del ruolo delle realtà culturali europee. Vedremo. Senz’altro considerando quanto hanno significato i creativi provenienti da ogni parte del mondo per la crescita di Londra e per il suo diventare capitale globale, tutto questo ha il sapore di un mezzo suicidio culturale.

-Giulia Ronchi

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.