Venezia che affonda e il vizietto degli italiani. L’editoriale di Stefano Monti

Di fronte a gravi eventi come quello che ha colpito Venezia in queste ore, non basta protestare, ma adottare delle strategie concrete.

Acqua alta a Venezia, novembre 2019, photo Giovanni Leone
Acqua alta a Venezia, novembre 2019, photo Giovanni Leone

Per una volta, cerchiamo di evitare le accuse postume. Evitiamo allarmismi, talk show, urla e dolore. Per una volta, cerchiamo di intraprendere, di fronte a una difficoltà, un atteggiamento umile e dignitoso. Di fronte a difficoltà naturali, non serve molto l’atteggiamento del j’accuse: è un modo forse un po’ adolescenziale di attirare l’attenzione. Ciò che purtroppo bisogna constatare, non senza dispiacere, è che l’Italia reagisce poco, e male, a situazioni di emergenza o di difficoltà. La reale questione non è il “MOSE”, ma la verve polemica. Perché ciò che dovrebbe maggiormente preoccuparci è il livello di allarme che ha suscitato l’acqua alta a Venezia. È ormai arcinoto che Venezia necessiti di una strategia di “salvaguardia”: negli anni, sono stati prospettati scenari ben più catastrofici di quello attuale. Eppure, di fronte a un evento che, seppur importante, non si può certo definire catastrofico, è sconcertante dover affermare che ci siano più polemiche che soluzioni.
Allora ripartiamo dalle basi: qualche anno fa, anche spinti dagli eventi internazionali e da una linea di finanziamento attivata dalla Fondazione Cariplo, s’iniziò a parlare di “resilienza”, vale a dire la capacità di un territorio di “ripristinare le condizioni di normalità a seguito di un evento catastrofico”. Nel concetto di resilienza, la componente infrastrutturale è importantissima, ma non esclusiva. Non possiamo demandare la capacità di resistere e “rispondere” a eventi naturali a oggetti e a “progetti”, per quanto sperimentali.
C’è una componente sociale, culturale e organizzativa che è fondamentale. Partiamo da questi elementi. Approfittiamo di questa “avvertenza” e creiamo i presupposti per migliorare la nostra condizione: facciamo come i fumatori, che spesso trovano la forza di smettere a seguito di un evento traumatico. Disintossichiamoci per una volta dalla polemica sterile e trasformiamo questo evento in un’opportunità. Non è impossibile, richiede solo un impegno concreto e un’agenda costante di governo del territorio.

Disintossichiamoci per una volta dalla polemica sterile e trasformiamo questo evento in un’opportunità”.

Innanzitutto, va subito redatto un piano di intervento per il cambiamento climatico per la città di Venezia (al riguardo ICOMOS a luglio 2019 ne denunciava l’assenza). Contestualmente, vanno identificate procedure standard di risposta che tutte le dimensioni sociali (imprese, associazioni, scuole, amministrazioni, forze dell’ordine, cittadini) devono seguire e vanno definiti i ruoli di ciascuno all’interno di tali procedure.  Queste attività, ovviamente, vanno realizzate di concerto con tutti gli attori territoriali, ed è questo il punto più rilevante di tutta la questione: sfruttiamo questo evento per ricreare a Venezia una dimensione sociale cittadina. Certo non basta: non sarà una catena umana ad allontanare l’acqua alta.
Per questo motivo, la dimensione cittadina, più che come obiettivo, deve essere identificata come un punto di partenza. A partire da essa, infatti, si può realmente avviare un dibattito per “il futuro” della città, che non è minacciata solo dall’acqua o dalle navi da crociera.
La risposta di Venezia deve essere emblematica: bisogna costruire infrastrutture fisiche e infrastrutture intangibili sufficienti a poter definire un piano di crescita della città. Una visione che tenga conto di tutti gli aspetti critici che adesso Venezia sta vivendo: overtourism, bassa partecipazione sociale, cambiamento della struttura produttiva tradizionale, riduzione delle esportazioni, trasformazione del commercio di prossimità, perdita di un’identità culturale, progressiva perdita di “terreno” della Biennale rispetto ad altre istituzioni culturali mondiali, riduzione del numero di persone che vive la città durante tutto l’anno. Solo per citarne alcuni.
Non possiamo immaginare che il MOSE sia la risposta a tutto ciò.  Non possiamo accettare che l’unica cosa che l’Italia riesca a fare, di fronte a un evento di questo tipo, sia “protestare”. Quanti privati si sono attivati dopo la catastrofe di Notre-Dame? Quanti lo hanno fatto per finanziare il ripristino della Basilica di San Marco? Perché c’è questa differenza? È da questa domanda che bisognerebbe ripartire.

Stefano Monti

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.