Fabbricare simboli temporanei, contro cui indirizzare odio collettivo o processi di mitizzazione. È l’attitudine di una politica ridotta a spettacolo, teatro, farsa, macchina facile del consenso e della comunicazione. Costruire icone temporanee e tramutarle in immagini, hashtag, slogan, meme. Le questioni serie? Possono aspettare.

LA POLITICA COME TEATRO DELLA COMUNICAZIONE

La storia della Sea-Watch 3 ha il sapore di una sceneggiatura scritta a tavolino, drammaticamente simile a quella confezionata per il caso Diciotti, nel luglio 2018. E si tratta solo dei due soggetti migliori (o peggiori) di questo teatro/propaganda intitolato ai #portichiusi, che chiusi non sono, ma che il regista Matteo Salvini si ostina a propinare alla platea degli elettori, allorquando uno show mediatico eclatante si renda necessario: una nuova esca per distrarre da questioni serie di governo, tra pressione fiscale, misure di infrazione UE, imbarazzi giudiziari, ma anche l’ennesima spinta propulsiva per la spietata macchina del consenso.
Altre piccole imbarcazioni, cariche di migranti, continuano ogni giorno ad attraccare in Sicilia, indisturbate. Mentre i famosi rimpatri sono fermi, le politiche per l’integrazione sono azzerate, i protocolli per i corridoi umanitari non decollano e le tensioni razziali nelle periferie italiane raggiungono livelli raccapriccianti. Bloccare ogni tanto la nave di una ONG – nemici certi e mediaticamente efficaci, intorno a cui costruire una narrazione del crimine e del sospetto – è il metodo perfetto per mostrare i muscoli, vendere un’immagine di sé cinicamente autorevole e rafforzare il mix di paure e orgoglio nazionale, nell’ansia di quei benedetti confini da difendere. Manco fossimo nel mezzo di un’avanzata barbarica o di una guerra punica.
Nell’era della politica fagocitata dalla comunicazione, tramutatasi in performance, ibridata con la pubblicità e persino con la pornografia, casi come questo raccontano molto più di quel che la cronaca incornicia, fra i Tg e i quotidiani.

Carola Rackete by TvBoy
Carola Rackete by TvBoy

 

CAROLA-ANTIGONE. MACCHINE MEDIATICHE E NUOVE ICONE LETTERARIE

Ed eccolo, l’ultimo psicodramma. Una storia di nevrosi collettiva, buona per rafforzare vecchie icone e produrne di nuove. Capitani, comandanti, eroine ed antieroi, sul palcoscenico ottuso del conflitto. Quindici giorni in mare, attendendo l’ok delle autorità italiane; ma nonostante gli accordi presi con altri paesi europei per la redistribuzione dei migranti, nonostante quello di Lampedusa fosse il porto sicuro più vicino (come legge impone), la strategia di Salvini non mutava: vietato entrare. Finché nella notte fra il 28 e il 29 giugno la Comandante Carola Rackete ruppe il limbo e decise di avanzare, forzando il blocco. Nervi tesi a bordo, gente stremata, malessere contagioso. Bisognava decidere e il Ministro – com’era evidente – voleva che a farlo fosse lei. Un braccio di ferro psico-politico.
E così l’attracco, la discesa dei passeggeri, l’arresto della donna. E solo oggi, 2 luglio, la notizia della liberazione: il gip non convalida i domiciliari. Per il giudice, Rackete avrebbe agito nell’unico, doveroso scopo di portare in salvo 42 persone, senza considera che il Decreto Sicurezza bis “non è applicabile alle azioni di salvataggio in quanto riferibile solo alle condotte degli scafisti”.
Di contorno, gli osceni insulti sessisti di un manipolo di leghisti, fiumi di commenti sui social, manifestazioni di solidarietà in piazza, la raffica consueta di hashtag, slogan, meme, e le critiche severe, l’esaltazione dell’eroina al timone, la mitizzazione del gesto di dissenso o la sua denigrazione, le immancabili esasperazioni ideologiche, le dissertazioni su Facebook in materia di diritto penale o di navigazione, senza dimenticare i 300mila euro raccolti in Rete per la giovane pasionaria, in attesa di processo: la scelta di toccare il suolo italico in assenza del “via” è stato un gesto di arroganza per alcuni, di sacrosanta disobbedienza civile per altri, nel nome di una pietas necessaria.

Per Carola Rackete, dal profilo Instagram Centro delle donne di Bologna
Per Carola Rackete, dal profilo Instagram del Centro delle donne di Bologna

 

Dunque media impazziti, il popolo avvitato nell’infinito dibatto partigiano e soprattutto l’avvento di una nuova icona: donna volitiva, eversiva, idealista, preparata, buona per la migliore strategia di santificazione – purtroppo molto utile a Salvini – e naturalmente per la peggiore macchina del fango: “sbruffoncella” l’ha definita il Ministro degli Interni, col suo noto profilo istituzionale. Arrogante, per chi si è voluto contenere. Femmina da stuprare, per gli orchi del branco sovranista. Figlia di mercanti d’armi e spacciatrice di cocaina, per i bufalari del web. Scafista, trafficante di essere umani, strumento del piano Kalergi, turbocapitalista amica di Soros per intellettuali strampalati e nazionalisti in delirio.
E poi novella Antigone per i più romantici, ricordando chi affrontò una legge ingiusta, nel nome di un principio più alto, morale, divino, oggi democratico e costituzionale. Roberto Vecchioni su Repubblica ci ha scritto una pagina poetica, lungo la metafora che attualizza Sofocle e coniuga il mito tragico al presente, nell’eterno ritorno delle grandi drammaturgie esistenziali: “Carola-Antigone non ha dubbi, non ha bilance, su cui pesare il male e il bene, il vero e il falso: lei entrerà in quel porto qualsiasi siano le conseguenze. La dabbenaggine degli uomini è credere che un contratto sociale sia ferro temprato da Dio in persona. (…) Lei non lo sa, ma le ha dentro di sé le ultime parole che Edipo in punto di morte aveva detto ad Antigone disperata: “Non piangere, figlia mia, c’è una sola parola che ci libera dall’oscurità, dal male del mondo. E quella parola è amore”.

Illustrazione per Carola Rackete by MusArts Ology, laboratorio di idee contro le discriminazioni
Illustrazione per Carola Rackete by MusArts Ology, laboratorio di idee contro le discriminazioni

UN FIUME DI IMMAGINI PER CAROLA RACKETE

Ma come ha ben scritto Aldo Cazzullo sul Corriere, “Di tutto aveva bisogno il nostro Paese alla vigilia di una complessa trattativa con l’Europa, tranne che di un caso diplomatico attorno all’arresto di una giovane donna; commentato dalla solita propaganda — governativa, purtroppo — come se avessimo catturato Matteo Messina Denaro o un altro pericolo pubblico. La figura — non priva di fascino — di Carola Rackete pare pensata apposta per suscitare reazioni contrastanti: amore e odio, ammirazione e disprezzo. (…) Ma la vera questione non è lo scontro tra la capitana umanitaria e il capitano truce”.
La vera questione resta quella del fenomeno migratorio, da affrontare non come emergenza ma come condizione, anche in vista di un climate change che potrà solo incentivare l’esodo dei popoli africani; ed è l’impegno per contrastare schiavismi, traversate infermali, lager libici, torture, diritti negati, rigurgiti razzisti ed eterni dissidi tra i civilissimi Stati occidentali. Prendere parte ai tavoli europei sarebbe la prima mossa utile.
Tavoli puntualmente disertati dal governo gialloverde. Salvini in testa. Paga assai di più una guerra mediatica strumentale alle ONG – ampiamente condivisa di Di Maio e il M5S – con relativa propaganda xenofoba. Una guerra a cui la parte del web solidale con Rackete ha risposto non solo con donazioni in denaro, articoli, commenti, ma anche con decine e decine di immagini, diffuse come messaggi creativi e solidali. Carola Rackete, icona indiscussa dell’estate 2019, è il volto di una contro-campagna fatta di parole, vignette, grafiche, poster, disegni. Con l’hashtag #freecarola che su Twitter diventa trend topic nel giro di poche ore. Contributi di autori noti o di giovani illustratori, tutti dedicati alla nuova pulzella del Mediterraneo, soldatessa della solidarietà, obbediente alle leggi dell’uomo e del mare, prima che a quelle delle nazioni.

Illustrazione per Carola Rackete by Gianluca costantini, per Left
Illustrazione per Carola Rackete by Gianluca costantini, per Left

C’è l’immagine di TV Boy, street artist attento all’attualità, che a suon di affiche sparsi per le strade metropolitane porta avanti una campagna sulla politica italiana, carica di sarcasmo ma anche di leggerezza: dal mitico bacio tra Salvini e Di Maio, all’ironia su Giorgia Meloni con in braccio un bebè africano, passando per il pinocchio Conte con a fianco i due vicepremier nei panni del gatto e la volpe. Oggi TvBoy dipinge una Carola fiera, che spezza le manette col sorriso, nel nome di un unico principio universale: “Life is Life”. C’è l’immancabile Vauro, che per Left traccia sul foglio la sagoma di un volatile, con le ali strette da due catene, e sempre per lo stesso magazine torna il tema delle manette, stagliate contro un cielo azzurrissimo di Gianluca Costantini. Ancora un primo piano a matita di lei, schizzato da Mannelli per il Fatto Quotidiano, consigliando “contro gli imbecilli” un inequivocabile calembour: “la miglior difesa è l’attracco”; scelgono per le loro illustrazioni i più teneri “Stay Human” e “Salvar vide no es illegal” l’italiana Ma Pe e la spagnola Coqui Peirano Dibujos, mentre per il festival di cinema La Guarimba Mike Murrillo mette insieme in chiave pop il cappello d’ordinanza della “nostra Capitana” con la buffa faccia di Salvini tra un’onda e un forcone. Torna Carola nei simbolici panni de “La libertà che guida il popolo” di Delacroix, secondo la suggestiva interpretazione di MusArts Ology, piattaforma/laboratorio creativo contro il razzismo e per l’inclusione sociale, ed è di nuovo il suo volto magnetico a campeggiare su un poster concepito alla maniera di Shepard Fairey, ricordando la prima campagna elettorale a sostegno di Obama. E se la O di “Carola” diventa una fila di salvagente nell’intuizione dello studio di Barcellona Pensament Gràfic, una bella foto con la copertina dell’Antigone spunta sulla pagina Instagram del Centro delle Donne di Bologna, mentre impazza ovunque un pastello con le chiome al vento della Comandante, tramutate in onde del mare per accogliere la sua nave.
Sono solo alcuni esempi nella selva di post che stanno invadendo la Rete. Il senso è riassumibile in una celebre frase che il 16º Presidente degli Stati Uniti d’America, l’Avvocato Abramo Lincoln, rivolse a un cliente con una storia controversa, rifiutandosi di difenderlo nonostante ci fossero tutti i presupposti per spuntarla in tribunale: “You must remember that some things legally right are not morally right”. E tra evocazioni storiche di resistenza non violenta e disobbedienza civile, mettendo i diritti umani davanti a regole, decreti e politiche nazionali, si gioca tutta la questione. Spaccando in due l’Italia, ancora una volta. E con lei l’Europa, quella dei leader e quella delle folle, dei summit istituzionali e delle marce in strada. Un dissidio difficilmente sanabile a colpi di slogan e icone virtuali: la politica, prima o poi, dovrà decidersi a tornare in trincea, oltre le lusinghe della scena.

–       Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.