Una riflessione sul futuro italiano, a partire da questo 2019 appena iniziato. I margini per un anno positivo ci sono, ma la realtà potrebbe essere tristemente diversa.

Questo è il primo editoriale dell’anno e come tale può prestarsi a qualche piccola riflessione di prospettiva in ordine ai buoni o ai cattivi propositi per i mesi a seguire. In ordine, in definitiva, a una riflessione sugli Anni Dieci, su come si chiuderanno, su come ci condurranno nel decennio successivo. Girando attorno al concetto tutt’altro che banale di “decennio”, proprio i giorni in cui stampiamo questo giornale sono stati funestati o magari allietati dall’ennesima catena di Sant’Antonio in chiave social. L’hashtag #10yearschallenge si è rivelato una curiosa sfida, molto coinvolgente per gli utenti di Facebook e delle altre piattaforme, in cui milioni di individui hanno fatto a gara nel pubblicare le loro foto di dieci anni fa paragonate a quelle odierne. Secondo alcuni commentatori non si è trattato di altro che di un trucco da parte dei cacciatori di big data per recuperare immagini preziosissime e indispensabili per rendere infallibili i software di riconoscimento facciale probabilmente prossimi a un dilagante boom di utilizzo. Questi programmi lavorano sul riconoscimento dell’età e avere l’evidenza di come siamo invecchiati in dieci anni consente agli algoritmi di calcolare con buona approssimazione come saremo tra altri dieci anni. Al di là di queste considerazioni inquietanti, l’esercizio di riguardare come si era dieci anni fa è sfidante anche per il settore della cultura, delle arti, dei musei, della creatività. Delle cose, insomma, di cui ci occupiamo quotidianamente su Artribune.
Fuori da un’analisi scientifica (non è questa la sede) e restando a una disamina delle sensazioni, il mio feeling personale è che la situazione del 2019 sia migliore rispetto a quella del 2009. Non siamo esplosi come Paese irrinunciabile per la creatività, certo, ma siamo cresciuti e migliorati. È migliorata la formazione: molte accademie internazionali puntano ad avere una presenza in Italia; è migliorata l’offerta museale: basti pensare che gli spazi che oggi sono l’architrave espositiva del Paese (Maxxi, Fondazione Prada) proprio non esistevano, così come non esisteva una indipendenza operativa dei grandi musei nazionali, all’epoca semplici uffici di soprintendenze e oggi autonomi e con direttori scelti nel mondo. Perfino le leggi sono migliorate, così come è migliorato il rapporto tra il fisco e chi vuole mecenatisticamente investire nella cultura e nel patrimonio.

La grettezza intellettuale e le tensioni verso una chiusura, una difesa, un arroccamento su tutte le partite nazionali e internazionali sta velocemente diventando qualcosa di cui vantarsi e non qualcosa di cui vergognarsi”.

Questa lettura in chiave positiva si rinforza focalizzando l’analisi sugli ultimi mesi e sui prossimi. La situazione italiana, a livello di scenario internazionale, avrebbe potenzialità non indifferenti. Altri Paesi sono in crisi di identità (la Germania che esce dal quindicennio merkeliano) o fanno fatica a tenere insieme tutti i pezzi di popolazione (si pensi alla Francia), mentre altri ancora sembrano propensi al suicidio economico e politico (il Regno Unito per certi versi, la Grecia per altri). Nel frattempo tutte le destinazioni a sud e a sud-est dell’Italia (Turchia, Egitto, Tunisia…) presentano problematiche tali da sconsigliarle parzialmente come mete turistiche e dunque rinforzare gli arrivi e le presenze qui da noi. Ultimo ma non ultimo, il caso Milano. Una città bene amministrata ormai da anni, orientata al business e allo sviluppo senza lasciare indietro nessuno, cercando di mitigare le diseguaglianze, tenendo insieme centro e periferie e trasformandosi così in una nuova opzione che non c’era (nel 2009 Milano non era una destinazione turistica neppure lontanamente, oggi lo è arrembantemente), all’insegna non solo del patrimonio, ma anche della nuova architettura e della nuova urbanistica. Milano, possiamo dire, ha ridefinito in questo decennio un concetto nuovo di “città d’arte italiana”. E non è poco, specie in un anno, il 2019, che vedrà la Capitale Morale impegnata nei grandi eventi dei 500 anni dalla morte di Leonardo.
In uno scenario dalle grandi potenzialità e che permette disamine ottimistiche, non tutto è oro quel che riluce. Anzi. Gli ultimi mesi – dopo anni di governi oggettivamente impegnati a dare maggiore centralità alle istanze culturali e, banalmente, ad aumentare la quota di bilancio statale destinata a questi scopi – hanno in rapidissimo tempo ricondotto l’Italia a una situazione politica surreale, a tratti farsesca. Tutti gli elementi positivi raccontati fin qui vanno avanti, ma non grazie allo Stato, non a fianco dello Stato, bensì nonostante lo Stato. Questo determina una dispersione di energia che rischiamo di pagare carissima nel medio periodo.

In uno scenario dalle grandi potenzialità e che permette disamine ottimistiche, non tutto è oro quel che riluce”.

I finanziamenti alla cultura hanno smesso di salire e anzi scendono. La grettezza intellettuale e le tensioni verso una chiusura, una difesa, un arroccamento su tutte le partite nazionali e internazionali sta velocemente diventando qualcosa di cui vantarsi e non qualcosa di cui vergognarsi. La libertà di stampa e il diritto di critica e di opinione sono vieppiù messi in discussione. Le associazioni non profit, che spesso hanno sostituito gli enti pubblici nell’erogazione di servizi culturali, sono state messe fiscalmente nel mirino, salvo poi, forse, indietreggiare. Il Ministro della Cultura è una figura debole, scialba, a tratti patetica (forse temporanea) e non dimostra di avere un progetto di Paese. Le grandi manifestazioni come Matera 2019 non sono state supportate dal governo centrale come meriterebbero. I grandi musei come il Maxxi e la Galleria Nazionale di Roma subiscono feroci tagli ai finanziamenti senza altro motivo se non punire, ideologicamente, tutto quello che c’era prima. Il populismo imperante miete vittime anche nel settore dell’architettura e della rigenerazione urbana: il recente caso di Palazzo dei Diamanti a Ferrara ne è emblema. Molte città, Torino e Roma in primis, conquistate anche a livello di governo locale dal nuovo mood politico, sono entrare in una spirale di declino complicatissima da invertire. Milano continua a tirare isolata, ma il governo pare impegnato a inventarsi qualsiasi cosa per fermarla – come se una città aperta, che funziona e dimostra le virtù di uno stile di governo anti populista e post ideologico possa mettere in difficoltà chi ha deciso di andare nella direzione opposta. E dunque ecco i tagli al Decreto Periferie, ecco la mannaia sui trasferimenti alla città. Il Paese ha per la prima volta un’area urbana credibile a livello internazionale e, invece di scommetterci, gioca a far dispetti.
Il 2019, insomma, poteva essere un anno di grande consolidamento culturale e di crescita del peso specifico dell’Italia nel mondo in tutti i settori che hanno a che fare con la creatività. E invece, semplicemente, così non sarà. Buon anno a tutti, sperando di sbagliarci.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #47

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.

3 COMMENTS

  1. Mi domando se tutti i mali di questo paese sono riconducibili a sei mesi di questo governo ! Governo tra l’altro determinato come risposta elettorale, dall’incapacità del governo precedente di affrontare problematiche sociali ed economiche dello strato più largo della popolazione maggiormente colpita dall’ estenuante crisi post 2008. Non lo dico per prendere difesa dell’attuale governo che, anzi, presenta evidenti criticità. Ovvio che per elitisti e perbenisti dell’intellighenzia di questo paese con tanto di conto banca, villetta al mare e chalet in montagna, che si strappano i cappelli da pulpiti e piazze perchè qualche nave di profughi rimane a largo senza possibilità di attracco, sentire parlare di popolo fa rivoltare le budella.
    L’unica nota positiva (forse) del governo precedente è stato il ministro dei beni culturali .
    Se poi vogliamo accusare questo governo di imbavagliare l’informazione, allora sarebbe meglio ricordare ai giornalisti che sarebbe più realistico e sensato, per avere maggiore libertà di opinione, rivolgersi ai loro editori, ridotti sostanzialmente ormai a due : De Benedetti e Berlusconi.

    • Rispondo io, almeno per le prime righe del suo commento; ovviamente no, i mali di questo paese datano anni, non 6 mesi, è farsesco solo pensare una cosa del genere. Vorrei un aiuto nel ricordare cosa hanno apportato alla cultura italiana il primo governo Berlusconi (1994) e il secondo (2001) e mi fermo all’ex cavaliere

      • Giorgio Guerra non entro nello specfico a proposito della domanda che mi hai posto. La risposta sta in quella grossa fetta dell’informazione, dei mezzi di comunicazione che, come editore Berlusconi detiene e da cui puoi trarne la conclusione.

Comments are closed.