Arte, politica e demagogia. La vittoria dei criteri magmatici

Frasi a effetto, toni sprezzanti e una passione sfrenata per le logiche della demagogia sembrano caratterizzare sempre più la politica odierna, anche e soprattutto in ambito culturale. Basti pensare all’ormai nota questione dei direttori museali e della sentenza del Tar.

Il Ministro Dario Franceschini
Il Ministro Dario Franceschini

In Italia, al cospetto dell’insorgenza di problemi gravi, quello che preme a chi governa, e per converso a chi gli s’oppone, è far vedere a tutti che la reazione (verbale) è immediata. Poco importa se la soluzione prospettata sia poi efficace. Frasi a effetto (di solito sprezzanti) e colpi d’immagine (di solito ruffiane) sono la risposta più frequente ai problemi: la demagogia è diventata l’arma vincente. In un Paese come il nostro, ch’è sempre in campagna elettorale, interessa poco, a un politico che prometta, quanto accadrà a distanza di anni o addirittura di mesi. Quello a cui viceversa tiene è che subito spicchi la prontezza nella risposta (pazienza se sia giustappunto soltanto verbale).

ESTEROFILIA A TUTTI I COSTI

Si rifletta su cos’è successo dopo il pronunciamento del Tar riguardo al concorso per direttori di musei statali ragguardevoli. Essendo (quello del Tar) un parere avverso, s’è pensato per prima cosa – invece di rimediare agli errori, almeno là dove fosse ancora possibile – di mettere senza indugio in discussione il tribunale medesimo; con lo scopo, ormai abituale, di far credere alla gente che si trattava della solita ingerenza della magistratura nella politica italiana. Poi, come secondo passo, s’è a bella posta fatta girare la notizia che quel pronunciamento era stato dettato dall’esterofobia provinciale dei giudici; ch’è proprio l’opposto di quanto succeda nella realtà, in cui a esser provinciale è casomai l’esterofilia dei politici; i quali non sanno più articolare un discorso che sia tutto in italiano. E lo infarciscono di vocaboli inglesi, appoggiandosi a spending review, jobs act, start up, mission, know how, step by step, gli immancabili manager e location, e poi, giù, per una scesa sempre più ripida e lubrica, che appiattisce qualsiasi ragionamento in un conformismo viscoso, dove a trionfare è la volgarità intellettuale.

Frasi a effetto (di solito sprezzanti) e colpi d’immagine (di solito ruffiane) sono la risposta più frequente ai problemi: la demagogia è diventata l’arma vincente“.

I lemmi inglesi vengono inseriti in ogni frase con l’idea fasulla che – alla stregua di gemme preziose – sappiano nobilitare e avvalorare contenuti che sono sovente mediocri e non di rado menzogneri. Dopo la sentenza del Tar si son guardati bene dal dire ch’essa concerneva anche, e forse soprattutto, le modalità del concorso e i criteri che n’erano sottesi; i quali peraltro sono stati bollati come “magmatici”. E “magmatici” è un aggettivo che avrebbe dovuto far riflettere i giornalisti; che, invece, in buona parte, si sono concentrati sulla questione della cittadinanza straniera, reputando che fosse argomento di facile presa sulla gente. Non hanno pensato (o hanno preferito non farlo) che un’indagine su quell’attributo avrebbe potuto essere più proficua della piccola (e per loro indolore) polemica sui passaporti dei nuovi direttori.

Antonio Natali

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #5

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonio Natali
Dal giugno del 2006 al novembre del 2015 è stato direttore della Galleria degli Uffizi, dove ha lavorato dal 1981 al 2016. Nello stesso 2006, in un concorso al Politecnico di Milano, ha ottenuto l’idoneità come professore ordinario di Storia dell’arte moderna. Dal 2000 al 2010 ha insegnato Museologia all’Università di Perugia. Studia soprattutto argomenti di scultura e di pittura del Quattrocento e del Cinquecento toscano, con incursioni frequenti nel contemporaneo.