Camere di Commercio e Industrie Culturali e Creative

In seguito alla consistente riduzione del numero delle Camere di Commercio, è auspicabile che le risorse a disposizione vengano impiegate sul fronte delle Industrie Culturali e Creative, un organo su cui puntare.

La sede della Camera di Commercio di Pisa
La sede della Camera di Commercio di Pisa

Risale a giugno la notizia della riduzione e della riorganizzazione del sistema delle Camere di Commercio, che passano da 105 a 60. Questo significa una migliore organizzazione del personale, dei processi e, probabilmente, una migliore distribuzione delle risorse.
Queste premesse consentono dunque di “chiedere” qualcosa in più alle Camere restanti: in altre parole, perché questa riduzione possa avere davvero senso, l’accorpamento di differenti Camere di Commercio territoriali non dovrà esaurire la portata innovativa di questo cambiamento. Se la differenza tra le 105 e le 60 fosse soltanto questione di numeri, allora non sarebbe un cambiamento ma un segno di debolezza economica.
Quello che ci aspettiamo, invece, è che una riduzione dei costi fissi possa liberare risorse per porre in essere iniziative ulteriori, affinché le Camere di Commercio possano divenire referenti strategici del territorio per tutto ciò che concerne il fenomeno dell’autonomia privata, soprattutto per ciò che concerne il settore dell’economia finanziaria e delle Industrie Culturali e Creative. Queste due tematiche non sono una scelta arbitraria quanto obbligata: da un lato l’Italia si posiziona tra gli ultimi Paesi europei per istruzione finanziaria dei suoi cittadini, dall’altro le Industrie Culturali e Creative sono probabilmente tra le risorse più importanti del nostro attuale sistema economico.

I FATTORI

Ciò deriva principalmente da due fattori: da un lato l’industria del contenuto è una delle industrie a più alto tasso di pervasività inter-settoriale (il tasso con cui un settore è in grado di influenzare i risultati di altri comparti economici), dall’altro rappresenta uno dei maggiori trend di nascita (in parte a causa di un boom, o di una bolla, se vogliamo) in parte per le peculiari strutture del capitale iniziale (basso investimento strutturale e alto investimento nelle risorse umane coinvolte).
Fino a ieri le Camere di Commercio garantivano alcuni servizi a titolo gratuito e altri servizi a pagamento (sostanzialmente di tipo consulenziale) per chi intendeva avviare un percorso di natura imprenditoriale, ma forse varrebbe la pena fare qualcosa in più. Il motivo è sostanzialmente di natura sillogistica: l’imprenditorialità e l’autoimpiego sono le variabili principali per ridurre un tasso di disoccupazione vertiginoso e incrementare le possibilità per i giovani del nostro Paese; le ICC sono tra le imprese a più alto tasso di natalità (anche) per i motivi che sono già stati esposti; le Camere di Commercio devono favorire l’imprenditorialità territoriale; le Camere di Commercio devono favorire le Industrie Culturali e Creative.

Quello che conta non è tanto il modo in cui le Camere di Commercio potranno creare un nuovo rapporto con le ICC. Conta che ci sia, dal punto di vista strategico, un’intenzione concreta di muoversi in questa direzione”.

I modi per farlo sono tantissimi: estendere i servizi consulenziali gratuiti fino a far ricomprendere un’analisi dei business plan (per evitare che la nascita delle imprese sia solo un fenomeno temporaneo); facilitare l’incontro tra gli aspiranti imprenditori e investitori privati de-territorializzati (grazie al network delle Camere di Commercio si potrebbe creare un vero e proprio Erasmus italiano degli investitori); istituire corsi aggiuntivi gratuiti per gli studenti dei licei per l’analisi dei mercati principali del lavoro (così da indirizzare le scelte dei giovani anche sulla base delle necessità delle imprese).
Ovviamente, di modi per intervenire ce ne sono milioni. Ma in realtà quello che conta non è tanto la modalità attraverso la quale le Camere di Commercio potranno creare un nuovo rapporto con le ICC; quello che conta è che ci sia, dal punto di vista strategico, un’intenzione concreta di muoversi in questa direzione. Altrimenti potremmo dire semplicemente che le Camere di Commercio hanno ridotto il personale. Punto.

Stefano Monti

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #38

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.