Il G7 della cultura. Tra politica ed economia

Il 30 e 31 marzo Firenze ospiterà il primo G7 della cultura. Un incontro fra i sette ministri della cultura di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone, Italia, Canada, Francia. All’ordine del giorno i grandi temi legati alla politica della cultura internazionale. Ma siamo proprio sicuri che sia sufficiente? Non sarebbe necessario guardare anche all’economia della cultura?

Dario Franceschini
Dario Franceschini

È difficile non rimanere entusiasti del grande lavoro che il ministro Dario Franceschini ha condotto nei suoi mandati per affermare un ruolo centrale della cultura nel nostro Paese. La cultura ha ripreso dignità, autonomia, è diventata centro di un dialogo che coinvolge anche i non addetti ai lavori e ha smesso un po’ quell’aspetto giallognolo e stantio.
C’è un contraltare, tuttavia, che non può essere ignorato. Il G7 è l’ennesimo tassello di un percorso fatto di Tavole di Incontri, Seminari, Stati Generali, ecc. ecc. che però ha portato più clamore che concretezza.
L’Italia, in questo momento storico, e soprattutto l’Italia della Cultura, hanno bisogno di azioni tangibili. Per sua stessa natura, la Cultura è infatti portata ad avviare ragionamenti il cui ritorno diretto è il piacere di condurli. Non c’è niente di male. Ma c’è differenza tra una dissertazione sulle qualità artistiche di Tintoretto e l’adozione di misure economiche per valorizzare le industrie culturali e creative. Una differenza abissale, che non può essere ridotta attraverso la comunicazione o lo storytelling.
Porre la “tutela e la salvaguardia del patrimonio al centro dell’agenda internazionale del Governo” (dichiarazione di Franceschini) è sicuramente una priorità, ed è una priorità che non può essere che condivisa, ma allo stato attuale non si può nemmeno non prendere atto che c’è, su questo versante, e ancora una volta, un’Italia che viaggia non solo a velocità ma anche su binari differenti.

NON SOLO POLITICA

Guardiamo la questione in modo un po’ più approfondito: al centro del G7, stante le indiscrezioni e i comunicati, ci saranno tre temi principali: protezione del patrimonio culturale, la questione del traffico illecito e la cultura come strumento di dialogo tra i popoli.
Questi temi sono centralissimi e di grande attualità: i primi due, strettamente collegati nello scenario internazionale, guardano alle aree di crisi e a come tutelare il patrimonio tangibile e intangibile in caso di conflitti (il pensiero va soprattutto a Palmira e al sedicente stato islamico che saccheggia, immette nei mercati neri le opere per finanziarsi e poi, quando è tutto finito, distrugge ciò che resta). Il terzo invece è da mettere in stretta relazione con l’emergenza migratoria che in Europa sta causando non pochi problemi politici, primo fra tutti, il grande fermento nazionalista che si è diffuso in non pochi Paesi.
Questi temi, dunque, pur essendo “attualissimi” per gli argomenti trattati, afferiscono tutti a una visione “politica” della cultura. Ognuno di essi, quindi, implica il coinvolgimento di politiche governative siglate con i dicasteri dedicati alla sicurezza (difesa del patrimonio internazionale e traffico illecito) e alle politiche sociali e di migrazione (il dialogo).
Nel mondo, tuttavia, lontano dalla politica, sta sempre più emergendo l’esigenza di una visione “economica” della cultura. La differenza tra le due visioni è notevole: da un lato ci sono circolari, regolamenti e decreti; dall’altro ci sono start-up, servizi culturali innovativi e problemi di sottocapitalizzazione.

Il pensiero va a Palmira e al sedicente Stato Islamico che saccheggia, immette nei mercati neri le opere per finanziarsi e poi, quando è tutto finito, distrugge ciò che resta”.

Ma c’è di più: differentemente da quanto avveniva una decina d’anni fa, quando la “visione economica” si chiamava “economia della cultura”, era una disciplina prevalentemente accademica e aveva strette connessioni con la “politica della cultura”, oggi, nel 2017, la visione economica si chiama “economia delle Industrie Culturali e Creative”, la cui componente principale è fatta di modelli di business e strumenti di gestione, e avrebbe bisogno di un’unione con la politica della cultura, che tuttavia, fatica a rintracciare nel proprio universo di competenza questa parte così dinamica del tessuto sociale.
Siamo dunque felici dell’operato di Franceschini e del lavoro che fa costantemente sotto il profilo comunicativo e politico. Sarebbe tuttavia una giusta integrazione vedere in questo G7 i temi concreti delle ICC, per porre, attraverso il dialogo internazionale, le basi per la costruzione di un comparto industriale che ancora stenta a trovare, all’interno del quadro governativo, un proprio posizionamento.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.